Ecco la traduzione della lettera:
Lettera CCLXIII.
Agli Occidentali.
1. Il Signore Dio, nel Quale abbiamo riposto la nostra fiducia, conceda a ciascuno di voi grazia sufficiente da rendervi capaci di realizzare la vostra speranza, in proporzione alla gioia con cui avete riempito il mio cuore, sia per la lettera che mi avete inviato per mano dei molto amati compagni nel presbiterato, sia per la sollecitudine che avete provato per me nella mia tribolazione, come uomini che hanno rivestito viscere di misericordia, secondo quanto mi è stato riferito dai presbiteri summenzionati. Sebbene le mie ferite rimangano le stesse, nondimeno mi reca sollievo l’avere a portata di mano medici capaci, qualora ne trovino l’opportunità, di applicare rapidi rimedi ai miei mali.
Perciò, in cambio, vi saluto per mezzo dei nostri amati amici e vi esorto, se il Signore vi darà il potere di venire da me, a non esitare a visitarmi. Fa parte infatti del comandamento più grande la visita agli infermi. Ma se il Dio buono e saggio Dispensatore delle nostre vite riserva questo dono per un’altra stagione, in ogni caso scrivetemi tutto ciò che è opportuno che scriviate per la consolazione degli oppressi e per il sollevamento di coloro che sono abbattuti. Già la Chiesa ha subito molti gravi colpi, e grande è stata la mia afflizione per essi. In nessun luogo vi è aspettativa di soccorso se non nella misura in cui il Signore ci mandi un rimedio per mezzo di voi, che siete i Suoi veri servi.
2. La spudorata e audace eresia degli Ariani, dopo essere stata pubblicamente recisa dal corpo della Chiesa, dimora ancora nel proprio errore e non ci arreca molto danno poiché la sua empietà è nota a tutti. Nondimeno, uomini vestiti con pelli di pecora, che si presentano con aspetto mite e piacevole, ma che dentro devastano senza pietà i greggi di Cristo, trovano facile far del male ai più semplici, poiché sono usciti da noi. Sono costoro a essere gravosi ed è difficile guardarsi da loro. È costoro che imploriamo la vostra diligenza di denunciare pubblicamente a tutte le Chiese d’Oriente; affinché o si volgano sulla retta via e si uniscano a noi in un’alleanza genuina, oppure, se perseverano nella loro perversità, tengano il loro male solo per se stessi e siano incapaci di comunicare la propria peste ai vicini attraverso una sprovveduta comunione.
Sono costretto a menzionarli per nome, affinché voi stessi riconosciate coloro che stanno suscitando disordini qui e li rendiate noti alle nostre Chiese. Le mie parole sono sospettate dalla maggior parte degli uomini, come se nutrissi inpenitente rancore verso di loro per qualche lite privata. Voi, tuttavia, godete di un credito ben maggiore presso il popolo, in proporzione alla distanza che separa la vostra dimora dalla loro, oltre al fatto che siete dotati della grazia di Dio per soccorrere chi è nella tribolazione. Se un numero maggiore di voi concorda nell’esprimere i medesimi giudizi, è chiaro che il numero di coloro che li hanno espressi renderà impossibile opporsi alla loro accettazione.
3. Uno di coloro che mi hanno causato grande dolore è Eustazio di Sebastea nella Piccola Armenia; già discepolo di Ario e suo seguace al tempo in cui questi fioriva ad Alessandria e ideava le sue famigerate bestemmie contro l’Unigenito, fu annoverato tra i suoi discepoli più fedeli. Al suo ritorno nella propria patria, sottomise una confessione della retta fede ad Ermogene, il beatissimo vescovo di Cesarea, che era sul punto di condannarlo per la sua falsa dottrina. In tali circostanze fu ordinato da Ermogene e, alla morte di quel vescovo, si affrettò da Eusebio di Costantinopoli, il quale non cedeva a nessuno nell’energia del suo sostegno all’empia dottrina di Ario.
Da Costantinopoli fu espulso per una ragione o per l’altra, ritornò nella propria patria e una seconda volta fece la sua difesa, tentando di nascondere i suoi sentimenti empi e celandoli sotto una certa ortodossia verbale. Non appena ottenne il grado di vescovo, apparve subito a firmare un anatema contro l’Homoousion nel sinodo degli Ariani ad Ancira. Da lì si recò a Seleucia e prese parte alle famigerate misure dei suoi compagni eretici. A Costantinopoli acconsentì una seconda volta alle proposizioni degli eretici. Essendo stato deposto dal suo episcopato, sulla base della sua precedente deposizione a Melitene, escogitò un viaggio da voi come mezzo di restituzione per se stesso. Quali proposizioni gli furono fatte dal beato vescovo Liberio, e a che cosa egli abbia acconsentito, io lo ignoro. So solo che recò una lettera che lo reintegrava, la quale mostrò al sinodo di Tiana, e fu reintegrato nella sua sede.
Ora egli va diffamando la fede stessa per la quale fu accolto; si associa a coloro che anatemizzano l’Homoousion ed è il principale leader dell’eresia dei pneumatomachi. Poiché è dall’Occidente che egli trae il suo potere di danneggiare le Chiese, e usa l’autorità datagli da voi per la rovina dei molti, è necessario che la sua correzione venga dalla medesima parte, e che sia inviata una lettera alle Chiese indicando a quali condizioni fu accolto e in che modo ha cambiato la sua condotta e vanifica il favore accordatogli dai Padri a quel tempo.
4. Vi è poi Apollinare, che non è meno causa di dolore per le Chiese. Con la sua facilità di scrittura e una lingua pronta a disputare su qualsiasi argomento, ha riempito il mondo con le sue opere, inosservante del consiglio di colui che disse: “Guardati dal comporre molti libri”. Nella loro moltitudine vi sono certamente molti errori. Com’è possibile evitare il peccato in una moltitudine di parole? E le opere teologiche di Apollinare sono fondate su prove scritturali, ma si basano su un’origine umana. Egli ha scritto sulla resurrezione da un punto di vista mitico, o piuttosto giudaico; sostenendo che ritorneremo di nuovo al culto della Legge, che saremo circoncisi, osserveremo il sabato, ci asterremo dai cibi, offriremo sacrifici a Dio, adoreremo nel Tempio di Gerusalemme e saremo del tutto trasformati da cristiani in giudei. Che cosa potrebbe esservi di più ridicolo? O, piuttosto, che cosa potrebbe esservi di più contrario alle dottrine del Vangelo? Inoltre, ha creato una tale confusione tra i fratelli riguardo all’incarnazione che pochi dei suoi lettori conservano l’antico segno della vera religione; ma la maggior parte, nella propria brama di novità, è stata fuorviata in indagini e dispute litigiose sui suoi trattati infruttuosi.
5. Quanto al fatto se vi sia qualcosa di eccepibile nella condotta di Paolino, potete dirlo voi stessi. Ciò che mi addolora è che egli mostri un’inclinazione per la dottrina di Marcello e ammetta senza riserve i suoi seguaci alla comunione. Sapete, onorevolissimi fratelli, che il sovvertimento di ogni nostra speranza è implicito nella dottrina di Marcello, poiché essa non professa il Figlio nella Sua propria ipostasi, ma Lo rappresenta come inviato e poi ritornato a Colui dal Quale è venuto; né ammette che il Paraclito abbia la Sua propria sussistenza. Ne consegue che nessuno sbaglierebbe nel dichiarare questa eresia del tutto in contrasto con il cristianesimo e nel definirla un giudaismo corrotto.
Di queste cose vi imploro di prendere dovuta nota. Ciò avverrà se acconsentirete a scrivere a tutte le Chiese d’Oriente che coloro che hanno pervertito queste dottrine sono in comunione con voi se si emendano, ma che se stabiliscono ostinatamente di perseverare nelle loro innovazioni, voi siete separati da loro. Io stesso sono ben consapevole che sarebbe stato opportuno che trattassi di queste questioni sedendo in sinodo con voi in comune deliberazione. Ma il tempo non lo consente. Il ritardo è pericoloso, poiché il male che hanno causato ha messo radice. Sono stato pertanto costretto a inviare questi fratelli, affinché apprendiate da loro tutto ciò che è stato omesso nella mia lettera, ed essi vi incitino a prestare alle Chiese d’Oriente il soccorso che imploriamo di ottenere.





