Nel dialogo, Papa Liberio rifiuta con fermezza di sottomettersi all’imperatore Costanzo, di accettare denaro da lui, di spaventarsi per la minaccia dell’esilio e di entrare in comunione con gli eretici filo.ariani. Scelse piuttosto l’esilio in Tracia pur di difendere le leggi canoniche della Chiesa e la propria fede. A Roma, la popolazione boicotta il sostituto imperiale e antipapa Felice e le nobildonne romane intercedono presso il sovrano per il rientro del vero pastore. Di fronte alla forte pressione e alle proteste del popolo, l’Imperatore è costretto a cedere, permettendo il trionfale ritorno di Liberio in città. Questo può il popolo zelante per l’Ortodossia nonostante i poteri secolari e le gerarchie più affamate di troni e di onori che di fedeltà a Cristo. Questo potrebbero i popoli ortodossi ancora oggi!
IL DIALOGO
“L’imperatore: «Una sola è la cosa che ti si chiede. Voglio, infatti, inviarti di nuovo a Roma una volta che hai abbracciato la comunione con le Chiese. Perciò ubbidisci in pace, sottoscrivi e ritorna a Roma».
Liberio: «Ho già salutato i miei fratelli a Roma. Le leggi della Chiesa sono più importanti della mia dimora a Roma».
L’imperatore: «Hai tre giorni di tempo per decidere se vuoi sottoscrivere e tornare a Roma oppure per pensare dove vuoi essere deportato».
Liberio: «Lo spazio di tre giorni non può mutare il mio modo di pensare. Perciò mandami dove vuoi».
L’imperatore, due giorni dopo, avendo chiamato in giudizio Liberio e non avendo questi mutato il suo modo di pensare, disse che lo esiliava a Berea di Tracia. Uscito Liberio, l’imperatore gli mandò cinquecento aurei per le spese. Ma Liberio disse a chi glieli portava: «Va’, dalli all’imperatore; infatti, ne ha bisogno per darli ai suoi soldati».
Anche l’imperatrice gli mandò la stessa somma. Ma Liberio disse: «Dalli all’imperatore. Infatti ne ha bisogno per la sua spedizione militare. Se l’imperatore non ne ha bisogno, dalli ad Aussenzio ed Epitteto, perché essi ne hanno bisogno». Poiché egli non li accettò, l’eunuco Eusebio gliene fece portare altri.
Ma Liberio gli disse: «Hai spogliato le Chiese di tutta la terra e mi porti l’elemosina come a un condannato? Va’, e innanzi tutto sii cristiano». Dopo tre giorni partì per l’esilio, senza aver accettato niente. Il vittorioso atleta della verità si recò, come gli era stato comandato, in Tracia.
Trascorsi due anni, Costanzo venne a Roma. Le moglie di quelli che occupavano cariche pubbliche e degli honorati pregavano i loro mariti perché supplicassero Costanzo di restituire il pastore al gregge, e minacciavano che, se non lo avessero persuaso, esse li avrebbero abbandonati e sarebbero corse incontro a quella grande guida.
I mariti replicarono che temevano l’ira dell’imperatore: «Forse — dicevano — non concederà nessun perdono a noi che siamo uomini. A voi, invece, se lo pregherete, senza dubbio userà clemenza. Si verificherà una delle due ipotesi: o accoglierà la vostra supplica o, se non si lascerà convincere, vi rimanderà senza che voi abbiate sofferto alcun danno».
Le donne degne di lode accettarono questo consiglio e si recarono dall’imperatore con il solito lusso, affinché dal loro abbigliamento comprendesse che esse erano nobili e le ritenesse degne di riguardo e rispetto. Essendo così andate dall’imperatore, lo pregarono di avere compassione di una così grande città privata del pastore ed esposta alle insidie dei lupi.
Egli rispose che la città non aveva bisogno di un altro pastore e ne aveva uno capace d’occuparsi di essa. Infatti, dopo il grande Liberio era stato ordinato uno dei diaconi a lui fedeli. Il suo nome era Felice. Questi manteneva intatta la fede esposta a Nicea, ma non aveva timore di essere in comunione con quelli che la mandavano in rovina.
Nessun abitante di Roma entrava nella chiesa, quando c’era lui; e le donne lo dissero all’imperatore. Per questo motivo egli si lasciò piegare ed ordinò che quell’ottimo pastore ritornasse e che entrambi governassero insieme la Chiesa.
Questi ordini scritti furono letti nel circo e la folla gridò dicendo che la decisione dell’imperatore era giusta. Infatti gli spettatori si dividevano in due partiti che avevano il loro nome dal colore ed era necessario che uno guidasse alcuni, l’altro gli altri.
Così, avendo messo in ridicolo gli scritti dell’imperatore, gridarono all’unisono: «Un solo Dio; un solo Cristo, un solo vescovo». Ho ritenuto giusto riferire le loro testuali parole.
Dopo queste grida ricche di pietà e di giustizia del popolo cristiano, il divino Liberio ritornò. Felice, invece, si ritirò e si stabilì in un’altra città.”
dalla Storia ecclesiastica di Teodoreto di Cirro, Libro II, 16




