Orazione Funebre in memoria di San Melezio, Vescovo di Antiochia
(Oratio funebris in Meletium), pronunciata da San Gregorio di Nissa a Costantinopoli nel 381.
1. Il nuovo apostolo, aggregato al numero degli apostoli, ha accresciuto per noi il loro numero; i santi infatti hanno attirato a sé chi condivideva i loro stessi costumi: gli atleti il loro compagno d’atletica, i coronati chi merita la corona, i puri di cuore colui che è puro nell’anima, i ministri della Parola il banditore della Parola. Beato è dunque il padre nostro per la sua dimora apostolica e per la sua unione con Cristo; miserabili siamo invece noi: l’intempestività del nostro essere orfani non ci permette di rallegrarci per la buona sorte del padre. Per lui era meglio essere con Cristo attraverso la morte, ma per noi è duro essere separati dalla protezione paterna.
Ecco infatti: è il momento del consiglio, e il consigliere tace; una guerra ci circonda, una guerra eretica, e il generale non c’è; il corpo comune della Chiesa soffre per le malattie, e non troviamo il medico. Guardate in che stato versano le nostre cose! Avrei voluto, se fosse stato possibile, rinvigorire la mia debolezza per elevarmi alla grandezza della sciagura ed emettere una voce degna del dolore, proprio come hanno fatto questi valorosi, piangendo ad alta voce la sventura del padre. Ma cosa posso fare? Come posso costringere la mia lingua a parlare, incatenata com’è dalla calamità come da una pesante catena?
2. Come aprirò la bocca catturata dal mutismo? Come emetterò una voce che per l’abitudine scivola in passioni e lamenti? Come guarderò con gli occhi dell’anima coperti dalle tenebre della sventura? Chi, aprendomi un varco in questa nube profonda e oscura di dolore, mi mostrerà di nuovo splendente, nel sereno, il raggio della pace? E da dove brillerà il raggio, dal momento che il nostro astro è tramontato? Oh, brutta quella notte senza luna che non spera nel sorgere di alcun astro!
Come i nostri discorsi si rivelano ora opposti a quelli di poco fa in questo stesso luogo! Allora danzavamo come a un matrimonio, ora gemiamo miseramente per il lutto. Allora cantavamo un epitalamio, ora un canto funebre. Vi ricordate infatti di quando vi abbiamo invitato alle nozze spirituali, unendo la vergine — cioè voi — al bello sposo, e abbiamo offerto secondo le nostre forze i doni nuziali della parola, rallegrandoci in parte e rallegrandoci insieme? Ma ora la nostra gioia si è trasformata in lutto e il vestito della festa è diventato un sacco. O forse bisognava tacere il dolore e chiudere dentro con il silenzio la sofferenza, per non disturbare i figli della stanza nuziale non avendo il luminoso abito da sposa ma vestendo a lutto con la parola? Poiché infatti ci è stato tolto il bello sposo, siamo stati improvvisamente oscurati dal lutto, e non è possibile abbellire come al solito il discorso, avendoci l’invidia spogliati della veste che ci adornava. Eravamo venuti da voi pieni di beni; torniamo indietro da voi nudi e poveri. Avevamo sopra il capo una fiaccola diritta che brillava di una ricca luce; la riportiamo spenta, essendosi il suo splendore dissolto in fumo e cenere.
3. Avevamo il grande tesoro in un vaso di terracotta; ma il tesoro è scomparso, e il vaso di terracotta ritorna a coloro che lo avevano dato spogliato della sua ricchezza. Che cosa diranno quelli che lo hanno mandato? Che cosa risponderanno coloro a cui viene richiesto conto? Oh, che terribile naufragio! Come siamo naufragati proprio in mezzo al porto della nostra speranza? Come la nave mercantile carica di beni incalcolabili, affondata con tutto l’equipaggio, ha lasciato nudi noi che un tempo eravamo ricchi? Dov’è quella splendida vela che era continuamente diretta dal Santo Spirito? Dov’è il sicuro timone delle nostre anime, grazie al quale navigavamo senza danni attraverso le tempeste eretiche? Dov’è l’ancora incrollabile del giudizio, sulla quale confidavamo in tutta sicurezza per riposare? Dov’è il buon nocchiero che dirigeva la barca verso la meta celeste?
Forse che quello che è accaduto è poca cosa e mi addoloro invano? O piuttosto non riesco neppure a raggiungere la misura del dolore, per quanto io alzi la voce nel discorso? Prestatemi, fratelli, prestatemi le lacrime della compassione! Quando voi vi rallegravate, noi abbiamo condiviso la vostra gioia; rendeteci dunque questo triste ricambio.
4. Rallegrarsi con chi è nella gioia: questo lo abbiamo fatto noi. Piangere con chi piange: questo rendetelo voi a noi. Un tempo un popolo straniero pianse per il patriarca Giacobbe e fece propria l’altrui sventura, quando coloro che venivano da lui trasportarono il padre dall’Egitto e tutto il popolo pianse la sventura per lui in terra straniera per trenta giorni e altrettante notti, prolungando il lamento. Imitate gli stranieri, voi che siete fratelli e connazionali! Comune era allora il pianto degli stranieri e dei nativi; sia comune anche ora, poiché comune è la disgrazia.
Guardate questi patriarchi: tutti questi sono figli del nostro Giacobbe. Tutti nati da una donna libera, nessuno bastardo né intromesso. Non era infatti lecito a quello introdurre la servile nobiltà decaduta nella nobiltà della fede. Dunque anche vostro è quel padre, poiché era il padre del padre vostro. Avete sentito poc’anzi da Efraim e da Manasse quali e quante cose hanno raccontato sul padre, e come i suoi prodigi superino ogni discorso. Concedete anche a me di dire qualcosa su di lui; ormai è senza pericolo proclamarlo beato, non temo più l’invidia: che cosa potrebbe farmi di peggio?
Sappiate dunque chi era quest’uomo: nobile tra quelli dell’Oriente, irreprensibile, giusto, sincero, timorato di Dio, lontano da ogni opera malvagia (infatti il grande Giobbe non sarà geloso se il suo imitatore si fregia delle testimonianze che lo riguardano). Ma l’invidia, che guarda con malvagità a tutte le cose belle, ha visto con occhio amaro anche il nostro bene; e colui che percorre la terra ha impresso anche attraverso di noi l’ampia impronta della tribolazione sulle nostre prosperità. Non ha devastato mandrie di buoi e greggi di pecore — a meno che non si intenda misticamente il gregge per la Chiesa — ma non in queste cose sta il danno che l’invidia ci ha arrecato, né ha causato la perdita di asini e cammelli, né ha tormentato i sensi con una piaga della carne, ma ci ha derubato della testa stessa. E insieme alla testa se ne sono andati i nostri preziosi organi di senso. Non c’è più l’occhio che guarda le cose celesti, né l’udito che ascolta la voce divina, né quella lingua, il sacro dono della verità.
5. Dov’è la dolce calma degli occhi? Dov’è il sorriso luminoso sulle labbra? Dov’è la destra accogliente che accompagnava con la benedizione della bocca il movimento delle dita? Sono indotto a gridare la sventura come su una scena teatrale: ho pietà di te, o Chiesa! Parlo a te, città di Antiochia! Ho pietà di te per questo improvviso cambiamento! Come è stato spogliato il tuo splendore? Come è stato rubato il tuo ornamento? Come è appassito all’improvviso il tuo fiore? Davvero l’erba si è seccata e il fiore è caduto. Quale occhio maligno, quale cattivo malocchio ha infierito contro quella Chiesa? Quali cose sono state scambiate con quali! È venuta meno la fonte, si è seccato il fiume; di nuovo l’acqua si è trasformata in sangue! Oh, infausto quell’annuncio che ha riferito alla Chiesa la sventura! Chi dirà ai figli che sono rimasti orfani? Chi annuncerà alla sposa che è rimasta vedova? Oh, che disgrazia! Che cosa hanno mandato via, e che cosa ricevono indietro? Hanno mandato avanti un’arca e ricevono una bara.
Un’arca era infatti, o fratelli, l’uomo di Dio: un’arca che conteneva in sé stessa i divini misteri. Lì c’era l’urna d’oro piena della divina manna, piena del nutrimento celeste. In essa le tavole dell’alleanza scritte sulle tavole del cuore con lo Spirito del Dio vivente, non con l’inchiostro — nulla infatti di oscuro e nero era stato impresso nella purezza del suo cuore; in essa la fiorita radice del sacerdozio che era germogliata nelle sue mani. E se sentiamo dire che l’arca conteneva qualcos’altro, tutto era racchiuso nell’anima di quest’uomo. Ma al posto di quelle cose, che cosa c’è ora? Taccia il discorso! Lini puri e tessuti di seta, abbondanza di unguenti e profumi, la generosità di una donna nobile e decorosa (sia detto infatti, affinché anche questo le serva da testimonianza, ciò che essa ha fatto per il sacerdote, versando abbondantemente il vaso d’alabastro di profumo sulla testa del sacerdote). Ma ciò che si conserva in queste cose, cos’è? Ossa morte, che già prima della morte avevano meditato la mortificazione, i tristi ricordi delle nostre sventure.
6. Oh, quale voce si udrà di nuovo in Rama: Rachele che piange non i suoi figli, ma il marito, e non vuole essere consolata! Lasciate, o consolatori, lasciate! Non sforzatevi di consolare. Che la vedova pianga amaramente! Che senta la perdita che ha subito; eppure non è impreparata alla separazione, essendosi abituata a sopportare la solitudine nelle lotte dell’atleta. Vi ricordate certamente come il discorso che ci ha preceduto vi ha raccontato le lotte di quest’uomo, che, onorando in tutto la Santa Trinità, ha conservato l’onore anche nel numero delle lotte, avendo combattuto in tre assalti di tentazioni. Avete ascoltato la successione delle sue fatiche: quale fu nelle prime, quale nelle intermedie, quale nelle ultime. Ritengo superfluo ripetere ciò che è stato detto bene, ma dire solo questo forse non è inopportuno: quando per la prima volta quella saggia Chiesa vide quest’uomo, vide un volto davvero plasmato sull’immagine di Dio, vide l’amore che sgorgava, vide la grazia diffusa sulle sue labbra, il limite estremo dell’umiltà oltre il quale non è possibile concepire di più; la mitezza secondo Davide, l’intelligenza secondo Salomone, la bontà secondo Mosè, il rigore secondo Samuele, la temperanza secondo Giuseppe, la sapienza secondo Daniele, lo zelo della fede secondo il grande Elia, la purezza del corpo secondo l’eccelso Giovanni: vide il concorrere di così tanti beni in un’unica anima. Fu ferita dal beato amore e, con pura e buona affezione, amò il suo sposo.
Ma prima di saziare il desiderio, prima di appagare la brama, mentre ancora ardeva d’amore, fu lasciata sola perché le tentazioni chiamavano l’atleta alle lotte. Ed egli combatteva tra i sudori per la verità, mentre lei perseverava nella temperanza custodendo il matrimonio. Trascorse molto tempo nel mezzo, e qualcuno tentò in modo adulterino di violare l’incontaminato talamo nuziale. Ma la sposa non si contaminò. E di nuovo un ritorno, e di nuovo una fuga, e una terza volta allo stesso modo, finché il Signore, squarciando la tenebra eretica e diffondendo il raggio della pace, diede modo di sperare un po’ di riposo dopo le lunghe fatiche. Ma poiché si rividero e si rinnovarono le gioie e le consolazioni spirituali e di nuovo si riaccese la brama, subito interruppe il godimento quest’ultima partenza.
7. Egli era venuto per preparare le nozze a voi, e non ha fallito il suo intento. Ha posto sulla bella coppia le corone della benedizione. Ha imitato il proprio Signore: come il Signore a Cana di Galilea, così anche qui l’imitatore del Signore. Infatti ha trasformato le idrie giudaiche piene di acqua eretica facendole piene di vino puro, trasformandone la natura con la forza della fede. Ha posto tra voi spesso un calice sobrio, mescendo abbondantemente la grazia con la sua dolce voce. Spesso vi ha imbandito il banchetto spirituale: egli guidava benedicendo e questi bravi discepoli servivano le folle distribuendo la Parola. E noi ci rallegravamo, facendo nostra la gloria del vostro popolo.
Come sono stati belli i racconti fino a questo punto! Come sarebbe stato beato terminare qui il discorso! Ma dopo queste cose, che c’è? «Chiamate le donne che intonano lamenti», dice Geremia. Non è possibile infatti che un cuore in fiamme, gonfiato dal dolore, sia placato dalla sofferenza se non viene alleviato da gemiti e lacrime. Allora la speranza del ritorno consolava la separazione, ma ora ci è stata strappata la nostra ultima separazione. Un grande abisso si è stabilito nel mezzo, tra lui e la Chiesa. Egli riposa nel grembo di Abramo, ma non c’è chi porti una goccia d’acqua per rinfrescare la lingua di chi soffre. Quella bellezza è scomparsa, la voce tace, le labbra sono chiuse, la grazia è volata via, la prosperità è diventata un ricordo.
Un tempo addolorava il popolo israelita anche Elia che volava via dalla terra verso Dio; ma Eliseo consolava la separazione adornandosi con il mantello del maestro. Ora invece la ferita è al di sopra di ogni cura, perché Elia è stato assunto ed Eliseo non è rimasto. Avete sentito le parole cupe e lamentose di Geremia, con cui pianse la città di Gerusalemme desolata, il quale tra le altre cose disse con profonda passione anche questo: «Le vie di Sion sono nel lutto». Queste cose furono dette allora, ma ora si sono compiute. Quando infatti la notizia annuncerà la disgrazia, allora le vie saranno piene di persone in lutto e i fedeli da lui pasciuti si riverseranno imitando la voce dei Niniviti nella sofferenza, anzi addolorandosi ancora più amaramente di quelli. A quelli infatti il lamento sciolse la paura, ma per costoro non si spera alcuna liberazione dai mali a partire dai lamenti.
8. Conosco anche un’altra parola di Geremia, inserita nel libro dei Salmi, che egli pronunciò sulla prigionia d’Israele, quando seduti sui fiumi di Babilonia piangevano il ricordo dei propri beni. Dice infatti la Parola: «Ai pioppi abbiamo appeso i nostri strumenti», condannando al silenzio noi stessi e gli strumenti. Faccio mio questo canto. Se infatti vedo la confusione eretica (Babilonia è infatti la confusione) e se vedo le tentazioni che scorrono attraverso la confusione — queste sono quelle correnti babilonesi presso le quali sediamo e piangiamo, perché non abbiamo chi ci guidi attraverso di esse —, e se parli dei pioppi e degli strumenti su di essi, anche questo è un mio enigma. Davvero infatti la nostra vita è tra i pioppi. Il pioppo è infatti un albero sterile. E dalla nostra vita è caduto il dolce frutto. Siamo diventati dunque pioppi sterili, avendo appeso agli alberi gli strumenti dell’amore inoperosi e immobili.
«Se mi dimentico di te, Gerusalemme», dice, «si dimentichi la mia destra». Concedetemi di cambiare un poco ciò che è scritto: non siamo noi ad esserci dimenticati della destra, ma la nostra destra si è dimenticata di noi, e la lingua incollata al proprio palato ha ostruito le vie della voce, affinché non udiamo mai più quella dolce voce.
9. Ma asciugatemi le lacrime! Sento infatti di comportarmi come una donna oltre il dovuto per la disgrazia. Lo sposo non ci è stato tolto, sta in mezzo a noi, anche se noi non lo vediamo. Il sacerdote è nei santuari: è entrato oltre il velo, dove Cristo è entrato come precursore per noi. Ha lasciato il velo della carne. Non serve più nell’esemplare e nell’ombra delle cose celesti, ma guarda all’immagine stessa delle cose. Non più come in uno specchio e in modo enigmatico, ma a faccia a faccia s’intrattiene con Dio, e s’intrattiene per noi e per le colpe dell’ignoranza del popolo. Ha deposto le tuniche di pelle — non c’è infatti bisogno di tali tuniche per chi dimora nel paradiso — ma possiede abiti che, avendoli tessuti per sé stesso con la purezza della vita, ha portato con sé.
Preziosa davanti al Signore è la morte del suo santo; o piuttosto non è morte, ma rottura di catene. «Hai spezzato infatti», dice, «le mie catene». Simeone è stato sciolto, è stato liberato dalle catene del corpo. La trappola si è spezzata e il passero è volato via. Ha lasciato l’Egitto, la vita fangosa. Ha attraversato non quel Mare Rosso, ma questo mare nero e oscuro della vita. È entrato nella terra promessa, sul monte della filosofa con Dio. Si è tolto i calzari dell’anima per calpestare con la pura pianta del pensiero la terra santa dove si contempla Dio.
10. Avendo questa consolazione, o fratelli, voi che trasportate le ossa di Giuseppe verso la terra della benedizione, ascoltate Paolo che esorta: «Non siate tristi come gli altri che non hanno speranza». Ditelo al popolo di colà, raccontate le belle storie! Dite il prodigio incredibile: come il popolo di innumerevoli uomini, addensatosi fino a sembrare un mare, fosse un unico corpo continuo, tutti come un’acqua che straripava attorno al corteo della salma; come il buon Davide, dividendo sé stesso in molti modi e forme in migliaia di schiere, danzasse attorno al feretro tra persone di lingua diversa e della stessa lingua; come da entrambe le parti i fiumi di fuoco, per la continuità delle fiaccole, scorressero ininterrottamente come un canale d’acqua fin dove l’occhio poteva giungere.
Dite lo slancio di tutto il popolo, la dimora comune degli apostoli; come i sudari del suo corpo venissero strappati per servire da filatteri per i fedeli. Si aggiunga al racconto il re che si rattrista per la sciagura e si alza dai troni, e un’intera città che si unisce al corteo del santo; e consolatevi a vicenda con queste parole. Bene Salomone cura il dolore: ordina infatti di dare vino a chi è nel dolore, dicendo questo a voi, lavoratori della vigna. Date dunque il vostro vino a chi si addolora: non quello che produce l’ubriachezza, ma quello che rallegra il cuore. Aprite le coppe della parola con una miscela più schietta e più abbondante, cosicché il nostro lutto si converta di nuovo in gioia, in Cristo Gesù nostro Signore, al quale spetta la gloria nei secoli dei secoli.
Amin.




