LETTERA CCXXXIX
(scritta intorno al 376 d.C.)
A Eusebio, Vescovo di Samosata
1. Il Signore ci ha concesso, anche ora, per mezzo del nostro carissimo e reverendissimo fratello e conpresbitero Antioco, di rivolgere la parola alla tua Santità, e da un lato di esortarti a fare le cose consuete — cioè di pregare per noi —, dall’altro di trovare per noi stessi una qualche consolazione alla lunga separazione attraverso la conversazione per lettera. E, quando pregherete, vi chiedo di implorare il Signore come prima e più grande grazia, che io sia liberato da uomini vili e malvagi, che hanno acquisito un tale potere sul popolo che ora mi sembra di assistere, in effetti, a una ripetizione degli eventi della presa di Gerusalemme. Infatti, quanto più le Chiese declinano verso una maggiore debolezza, tanto più fioriscono le ambizioni di potere degli uomini. E ora persino il titolo di vescovo è stato conferito a miseri schiavi, poiché nessun servo di Dio sceglierebbe di farsi avanti in opposizione per rivendicare la sede; nessuno tranne miserabili individui come gli emissari di Ansio, creatura di Euippio, e di Ecdicio del Parnaso: chiunque lo abbia nominato ha inviato nelle Chiese un mezzo inadeguato per favorire il proprio ingresso nella vita futura.
Costoro ora hanno scacciato da Nissa mio fratello e vi hanno introdotto un uomo, o piuttosto uno schiavo, che vale pochi oboli, ma la cui corruzione della fede è pari a quella di coloro che lo hanno insediato. Nel villaggio di Doara, invece, hanno mandato un uomo rovinoso, servo di orfani, fuggito dai propri padroni, giunto lì per mezzo delle adulazioni di una donna senza Dio — la quale prima si serviva di Giorgio per le sue voglie, ed ora ha costui come suo successore —, oltraggiando il venerabile nome dell’episcopato.
E le vicende dei Nicopolitani, chi potrebbe piangerle degnamente? Il misero Frontone prima fingeva di difendere la verità, ma alla fine ha tradito vergognosamente sia la fede sia sé stesso, e come prezzo del tradimento ha ricevuto un nome d’infamia. Egli ha infatti ricevuto da loro la dignità episcopale, come crede, ma per la grazia di Dio è diventato un’abominazione comune per tutta l’Armenia. Del resto, per loro nulla è impreciso o privo di audacia, né scarseggiano di collaboratori degni di loro. Quanto al resto della Siria, il fratello Antioco lo sa meglio di noi e te lo racconterà.
2. Quanto a quelli dell’Occidente, tu stesso li hai incontrati per primo, avendoti il fratello Doroteo raccontato ogni cosa. Quali lettere bisogna dare di nuovo a costui che parte? Forse infatti farà il viaggio insieme al buon Santissimo, il quale ha grande zelo, percorre l’Oriente e raccoglie sottoscrizioni e lettere da ciascuna delle persone illustri. Quali lettere si debbano dunque inviare per mezzo loro, o come concordare con coloro che le scrivono, io stesso sono perplesso. Se trovi rapidamente qualcuno che viene da noi, degnati di farmelo sapere.
A me infatti viene in mente il detto di Diomede: «Non avresti dovuto pregarlo, perché — dice — quell’uomo è superbo». In verità, i caratteri superbi, quando vengono blanditi, sono per natura inclini a diventare ancora più disdegnosi. Se infatti il Signore si mostrerà propizio a noi, di quale altro apporto abbiamo bisogno? Se invece rimane l’ira di Dio, quale aiuto può darci il ciglio [la superbia] occidentale? Essi né conoscono la verità, né sopportano di impararla, ma, avendo preconcetti da false supposizioni, fanno ora quello che fecero prima per Marcello: litigando con coloro che annunciano loro la verità e confermando l’eresia attraverso se stessi.
Io stesso, infatti, al di fuori della forma comune, volevo scrivere al loro capo [ndr. il Vescovo di Roma]: riguardo alle questioni ecclesiali nulla, se non per alludere al fatto che non conoscono la verità delle cose che accadono da noi, né accettano la via attraverso la quale potrebbero conoscerla; e in generale sul fatto che non bisogna accanirsi contro chi è umiliato dalle prove, né giudicare la superbia come una dignità, peccato che da solo basta a procurare l’inimicizia verso Dio.




