da: Conoscere nel non conoscere, edizioni Asterios

  1. Relazioni tra Dio e il mondo

Per conoscere  il metodo usato dai padri nell’accostarsi al dogma trinitario e cristologico, dovremo esaminare la relazione esistente fra Dio ed il mondo secondo i profeti, gli apostoli e i santi. Nella concezione platonica, il mondo è una copia delle Idee archetipiche immutabili. Concezione, questa, che sant’Agostino ha fatto propria, come, altresì, tutti i teologi francolatini che su di lui si sono basati. Essa ha avuto ripercussioni sull’intero processo di formazione della teologia romanocattolica, la quale si andava via via distanziando dalla linea di pensiero biblica e patristica. Oggi, con le nuove visioni filosofiche tali teorie vacillano ab imis; in particolare, con la comparsa tanto della teoria darwiniana dell'”evoluzione” quanto dalla fìlosofia esistenzialistica e positivistica, l’occidente si trova innanzi a grandi rivolgimenti.

I padri della chiesa, nel fare teologia ovvero nel fondarsi unicamente sulla sacra Scrittura intesa come tradizione, hanno espresso un insegnamento del tutto differente in ordine alla relazione tra Dio e il mondo. Per capire tale insegnamento bisogna conoscere:

a) la differenza fra “creato” e “increato”;

b) la distinzione fra “essenza” ed “atto” in Dio;

c) l’insegnamento dei padri riguardo al mondo.

2. Distinzione tra “creato” e “increato”. Come la conosciamo? A partire da dove?

Vi è differenza fra “creato” e “increato”1. La qualifica di “creato” è attribuita alle creature, mentre quella di “increato” a Dio. Tale distinzione è stata operata non solo dai padri della chiesa, ma dagli eretici stessi, quali Ario e compagni. Si tratta di una

distinzione basilare, perché, in quanto creatura, l’uomo non può conoscere il creatore, cioè Dio, che è “increato”. Il tentativo dell’uomo di conoscere Dio mediante il proprio intelletto creato sfocia nell’idolatria. Questa distinzione, tuttavia, ingenera la domanda: Come può, quindi, l’uomo conoscere Dio? La risposta, nel nostro caso, verrà data dalla distinzione, in Dio, fra “essenza” ed “atto”‘.

3. Distinzione fra “essenza” ed “atto” in Dio

È noto che l’essenza di Dio è impartecipabile da parte dell’uomo. I padri, seguendo i profeti, conoscono «Ciò che inerisce all’essenza (tò perì tén ousìan)» ma non l’essenza stessa. La distinzione fra essenza ed atto in Dio è una distinzione non della filosofia ma della rivelazione, ed è presente nella sacra Scrittura e nell’intera tradizione patristica greca e latina.

Gregorio Palamas osserva che Barlaam avrebbe dovuto far propria una tale distinzione, perché Ario medesimo la approvava. In oriente, soltanto gli eunomiani non l’accettavano. Nella teologia francolatina questa distinzione non esiste. Sant’Agostino stesso non pare ammetterla”. Parlando della processione dello

Spirito santo, egli fa una confusione evidente fra essenza ed atto in Dio. L’identificazione di essenza e di atto che riscontriamo in occidente ha condotto i teologi di quell’area a esprimere il pensiero che Dio è “atto puro”. L’espressione del suddetto pensiero si deve anche agli altri presupposti filosofici di Agostino: la sua convinzione, ad esempio, circa la conoscibilità dell’essenza divina.

La distinzione, tuttavia, fra essenza ed atto in Dio ci aiuta a comprendere la creazione del mondo dal nulla. I filosofi aristotelici di Antiochia, che si opponevano alla nozione cristiana della “perfezione” di Dio, avanzavano i seguenti argomenti contro il dogma cristiano della creazione dal nulla. Dio, prima della creazione, deve essere stato “in potenza” creatore e, al momento della creazione, deve essere diventato “in atto” creatore. Dio è quindi mutabile e, conseguentemente, “imperfetto”, diventando gli “perfetto” attraverso la creazione. Tale argomentazione viene confutata da alcuni scritti attribuiti a Giustino martire, nei quali si dice che Dio non ha creato il mondo per essenza ma per atto. L’essenza e l’atto non si identificano, ma si distinguono. Ciò significa che Dio crea ciò che vuole, quando vuole, senza intaccare la sua essenza, perché essa rimane intatta e immutabile. La decisione, pertanto, di Dio in ordine

alla creazione del mondo non è riferibile all’essenza di Dio ma alla sua volontà.  E il fatto che avvenga per volontà significa che Dio non ha con il mondo una relazione per necessità. Né egli passa dall’”essere in potenza” all”‘essere in atto”, dato che Dio non crea il mondo per essenza, ma per atto e per volontà. Le relazioni, quindi, di Dio con il mondo sono relazioni non per essenza ma relazioni per atto. Tali atti, poi, di Dio sono increati, in quanto potenze naturali ed eterne di Dio. Di conseguenza, Dio comunica con il creato unicamente mediante gli atti increati e fa lo stesso con l’uomo. Ciò che dunque hanno visto i profeti, Mosè, gli apostoli e i santi della chiesa non è l’essenza di Dio, ma la gloria increata, l’atto naturale increato, la grazia increata e il Suo regno increato. A tale proposito sant’Agostino – già lo abbiamo detto – era di avviso diverso. Come è noto, egli è stato condotto al battesimo dall’idea del credo ut intellegam (“credo per capire”), pensando che, dopo il battesimo, con l’aiuto dell’intelletto, avrebbe potuto comprendere i dogmi della fede, spiegarli con la facoltà razionale e conoscere l’essenza di Dio. L’insegnamento patristico, tuttavia, su questo punto è diverso. Il catecumeno riceve, con il battesimo, la caparra dello Spirito. Al battesimo seguono le nozze, con il cammino di progressiva ascesa verso la perfezione e con la partecipazione alla grazia di Dio, che è increata, come pure agli altri atti che ineriscono a Dio. In tal modo, secondo l’insegnamento della chiesa, l’uomo è deificato e diventa amico di Dio per grazia divina e per atto divino, e non partecipando all’essenza divina, fatto, questo, che porterebbe al panteismo, come ognuno può facilmente intendere. La distinzione, pertanto, fra essenza ed atto in Dio;

la partecipazione dell’uomo agli atti increati di Dio e la sua divinizzazione; la relazione di Dio con le creature mediante gli atti increati: costituiscono dottrine basilari della nostra chiesa.

4. Descrizione generale dell’insegnamento della chiesa sul mondo

Da quanto si è detto fin qui si capisce che il mondo attuale non è una copia di un altro mondo, ma è unico. La sua concezione e la sua creazione hanno a che vedere con l’atto di Dio. Dio, cioè, ha concepito il mondo per atto o per volontà; egli non possiede idee, quali figure o altre forme e specie, nel proprio intelletto. Quest’unico mondo è il mondo in sé stesso perfetto, in un processo di perfezione … L’uomo è stato creato relativamente perfetto, per attingere la perfezione; egli ne attraversa gli stadi: è, cioè, perfetto come un neonato, come un bambino, come un adolescente, ecc. Proviene, inoltre, dal nulla e non da Dio, ma per volontà di Dio. Scopo della creazione del mondo, secondo alcuni padri, è l’incarnazione, che non dipende dalla caduta ma costituisce parte del piano della creazione del mondo. Altri padri vedono nella caduta la causa dell’incarnazione. Movente, poi, della creazione è l’amore di Dio, amore che «non cerca il proprio interesse» (1Cor 13, 5).

L’uomo è creato da Dio, secondo i padri, come un fanciullo, ovvero come perfetto in potenza, con la possibilità di svilupparsi e di perfezionarsi ulteriormente “. La caduta pone nella sua redenzione lo scopo dell’incarnazione. Agostino qui ha una visione differente. L’uomo, dice, è stato creato da Dio perfetto sotto ogni aspetto. Il mondo si distingue in materiale e spirituale. Quello spirituale è costituito dagli angeli, i quali non erano per natura immortali”, ma lo sono diventati attraverso l’ascesa spirituale alla perfezione, come lo diventano gli uomini. Quando parliamo di immortalità, intendiamo la divinizzazione. Il mondo, dunque, è l’effetto degli atti increati di Dio e non della sua essenza; e la relazione di Dio con il mondo è una relazione per atto e non una relazione per essenza.

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