San Basilio: Lettera 3 a Candidiano

San Basilio: Lettera 3 a Candidiano

Lettera III

A Candidiano

Quando ho ricevuto tra le mani la tua lettera, ho provato una sensazione degna di essere ascoltata. Ne ho avuto reverenza come se annunciasse un ordine pubblico e, mentre scioglievo la cera, guardavo con timore, come nessun spartano sotto accusa ha mai guardato una scitala laconica. [1] Ma dopo che l’ho aperta e l’ho letta tutta nei dettagli, mi è venuto da ridere: da un lato per la gioia di non sentirvi alcuna cattiva notizia; dall’altro confrontando le tue azioni con quelle di Demostene. Poiché egli, avendo fornito il coro solo a pochi coreuti e flautisti, non degnava più di farsi chiamare Demostene, bensì “corego”; tu invece sei sempre lo stesso sia quando eserciti la carità sia quando non la eserciti, pur provvedendo alle necessità di un numero di soldati superiore di molte migliaia a quanti uomini egli fornì i viveri. Tu infatti non ci scrivi con superbia a causa della tua carica, ma nel solito modo, e non cedi nulla dello studio delle lettere, ma — per dirla con Platone — come chi in mezzo alla tempesta e alla grandine degli affari si sia riparato sotto un solido muro, non permetti che la tua anima si riempia di alcun tumulto; anzi, per quanto dipende da te, non lo permetti neppure agli altri. Le tue cose sono così fatte, così grandi e meravigliose per chi è in grado di comprenderle, e al contempo non meravigliose per chi giudica rispetto all’intero orientamento della tua vita. Ascolta ora anche le nostre vicende, che sono paradossali eppure del tutto coerenti con noi.

Un rozzo individuo tra quelli che abitano con noi ad Annisi, essendo morto un mio servo, senza aver mai detto di avere alcun contratto con lui, senza essersi rivolto a me, senza aver sollevato accuse, senza aver chiesto di ricevere di sua spontanea volontà, senza aver minacciato di usare la forza se non avesse ottenuto qualcosa, piombando all’improvviso con alcuni suoi pari folli sulla nostra casa, ha percosso e pestato le donne che la custodivano e, scassinate le porte, ha portato via ogni cosa: una parte prendendola egli stesso, parte esponendola al saccheggio di chiunque lo volesse. Affinché dunque non sembriamo raggiungere l’estremo limite della debolezza e non appariamo a chiunque un bersaglio facile da aggredire, sii pregato di mostrare anche ora la sollecitudine che hai sempre dimostrato in tutte le nostre vicende. Soltanto così, infatti, la nostra tranquillità potrà essere preservata: se saremo posti sotto la protezione della tua operosità. Per noi sarebbe una pena sufficiente se egli, arrestato dal pagarca [2], venisse chiuso in prigione per un breve periodo. Infatti, non ci sdegniamo soltanto per ciò che abbiamo subito, ma abbiamo anche bisogno di sicurezza per il futuro.

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