Lettera CXXVIII
A Eusebio, Vescovo di Samosata
Per quanto riguarda lo zelo per la pace delle Chiese del Signore, non ho ancora potuto dimostrarlo nei fatti come meriterebbe; tuttavia affermo di averne nel cuore un desiderio così grande che darei volentieri perfino la mia stessa vita affinché si spenga la fiamma dell’odio accesa dal Maligno. E se non fosse stato per il desiderio della pace che mi ci ha spinto, non avrei sopportato di avvicinarmi ai luoghi presso Colonia; possa la vita non essermi di alcun conforto se non fosse così! Tuttavia io cerco la vera pace, quella lasciataci dal Signore stesso, e ciò che ho chiesto che mi sia concesso per la mia piena certezza non viene da altro desiderio se non da quello della vera pace, anche se alcuni interpretano le cose diversamente, travisando la verità. Costoro facciano pure uso delle loro lingue per ciò che vogliono: certamente un giorno si pentiranno di queste parole.
Supplico invece la tua Santità di ricordarsi delle proposte fatte fin dall’inizio e di non lasciarsi fuorviare accettando risposte che non c’entrano nulla con le domande, né di rendere efficaci i sofismi di coloro che, pur essendo privi di dote oratoria, solo per la malvagità della loro intenzione danneggiano la verità più di chiunque altro. Io infatti avevo proposto formule semplici, chiare e facili da ricordare: cioè se rifiutiamo la comunione con chi non accetta la fede di Nicea, e se non tolleriamo di aver parte con chi osa dire che il Santo Spirito è una creatura. Egli, invece di rispondere punto per punto alle domande, ci ha recitato come una rapsodia le cose che mi hai inviato, e questo non per ingenuità d’animo — come a qualcuno potrebbe sembrare — né per incapacità di cogliere la conseguenza logica. Piuttosto, fa questo calcolo: se rifiuterà la nostra proposta, si renderà palese ai popoli; se invece la accetterà, abbandonerà la sua posizione neutrale che finora gli è stata più cara di ogni altra cosa.
Non raggiri dunque con sofismi e non inganni, assieme agli altri, anche la tua prudenza, ma ci invii una risposta breve alla domanda, dichiarando apertamente se ammette la comunione con i nemici della fede o se la rifiuta. Se lo persuaderai di questo e mi invierai risposte rette, quali io prego che siano, sarò io ad aver sbagliato in tutto ciò che è passato e mi prenderò tutta la colpa su di me: allora chiedimi pure una dimostrazione di umiltà. Ma finché nulla di ciò avviene, perdonami, Padre amatissimo da Dio, se non posso stare con ipocrisia davanti all’altare di Dio. Se infatti non temessi questo, per quale motivo mi sarei separato da Euippio, un uomo di tale levatura nella dottrina, così avanzato negli anni e che vantava così tanti diritti di amicizia con noi? Se abbiamo agito bene e convenientemente per la verità in quel caso, sarebbe certamente ridicolo apparire ora uniti a coloro che dicono le sue stesse cose, attraverso la mediazione di questi individui così «abili» e «raffinati».
Non mi sembra tuttavia che ci si debba estraniare del tutto da coloro che non accolgono la fede, ma bisognerebbe prendersi cura di questi uomini secondo gli antichi precetti della carità, inviando loro di comune accordo un’esortazione piena di compassione e, proponendo loro la fede dei Padri, invitarli all’unione. Se li persuaderemo, ci uniremo a loro in comunione; se invece falliremo, ci basterà restare uniti tra noi, mettendo al bando dal nostro modo di vivere questo atteggiamento ambiguo e riprendendo la condotta evangelica e schietta con cui vivevano coloro che fin dall’inizio si accostarono alla Parola. «Vi era infatti», dice la Scrittura, «un solo cuore e un’anima sola tra i credenti». Se dunque ti ascolteranno, sarà la cosa migliore; altrimenti, riconoscete chi sono i fomentatori di discordia e cessate per il futuro di scriverci riguardo alle riconciliazioni.




