San Basilio: Lettera 223 ad Eustazio di Sebaste

San Basilio: Lettera 223 ad Eustazio di Sebaste

Lettera CCXXIII

ad Eustazio di Sebaste

«C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare», dice la parola dell’Ecclesiaste. Dunque, poiché il tempo del silenzio è stato ormai sufficiente, è giunto il momento opportuno di aprire la bocca per manifestare la verità a chi non la conosce. Anche il grande Giobbe sopportò a lungo le sue sventure in silenzio, dimostrando la sua fortezza proprio nel perseverare di fronte alle sofferenze più insopportabili. Ma quando ebbe trascorso un tempo sufficiente nel silenzio e fu rimasto a contenere il dolore nel profondo del cuore, allora aprì la bocca e pronunciò quelle parole che tutti conoscono. Così anche per noi questo terzo anno di silenzio è diventato un motivo di vanto degno di emulazione, simile a quello del profeta che dice: «Sono diventato come un uomo che non ode e non ha rimproveri nella sua bocca». Perciò abbiamo racchiuso nel profondo del nostro cuore il dolore che ci derivava dalla calunnia. La calunnia infatti avvilisce l’uomo forte e la calunnia volge in rovina il povero.

Se dunque il male della calunnia è così grande da far cadere dall’alto persino l’uomo perfetto (questo infatti accenna la Scrittura con l’appellativo di “uomo”) e anche il povero, cioè colui che è privo dei grandi dogmi — come appare anche al profeta quando dice: «Forse sono poveri, per questo non ascoltano; andrò dai grandi», chiamando poveri coloro che sono privi di intelligenza, e chiaramente anche qui coloro che non hanno ancora formato l’uomo interiore né sono giunti alla misura della piena maturità (di questi la Proverbiale sapienza dice che si agitano e vacillano) —, tuttavia ritenevo di dover sopportare le offese in silenzio, aspettandomi un qualche ravvedimento attraverso i fatti stessi. Pensavo infatti che quelle cose fossero state dette contro di noi non per malizia, ma per ignoranza della verità.

Ma poiché vedo che con il passare del tempo l’ostilità aumenta e che non si pentono di ciò che è stato detto fin dall’inizio, né si curano in alcun modo di rimediare al passato, ma anzi rincarano la dose e si coordinano verso lo scopo che si erano prefissati fin dal principio, macchinando di rovinare la nostra vita e contaminare la nostra reputazione presso i fratelli, la sicurezza del silenzio non mi appare più opportuna. Mi è tornata invece in mente la parola di Isaia che dice: «Ho taciuto; tacerò forse per sempre e sopporterò? Ho calato la testa come una donna presa dalle doglie». Possa accadere anche a noi di ricevere la ricompensa per il silenzio e di ottenere una qualche forza nei rimproveri, così che, smentendo le accuse, possiamo prosciugare questo amaro torrente di falsità sgorgato contro di noi, in modo da poter dire anche noi: «Un torrente ha attraversato la nostra anima», e: «Se il Signore non fosse stato con noi quando gli uomini si sono levati contro di noi, ci avrebbero inghiottiti vivi, l’acqua ci avrebbe sommersi».

Io, dopo aver speso molto tempo nella vanità e aver consumato quasi tutta la mia giovinezza nel futile affanno con cui mi dedicavo all’acquisizione degli insegnamenti della sapienza resa stolta da Dio, quando un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, rivolsi lo sguardo verso la mirabile luce della verità del Vangelo e scorsi l’inutilità della sapienza dei principi di questo mondo destinati a scomparire, piansi molto sulla mia miserabile vita e pregai che mi fosse data una guida per l’introduzione ai dogmi della pietà.

Prima di ogni altra cosa mi premeva apportare una correzione al mio carattere, per lungo tempo pervertito dalla frequentazione con i malvagi. Avendo dunque letto il Vangelo e avendovi scorto che il mezzo più grande per la perfezione è la vendita dei beni, la condivisione con i fratelli bisognosi e in generale il distacco dalle cure di questa vita, affinché l’anima non sia distolta da alcuna passione per le cose di quaggiù, pregai di trovare qualcuno dei fratelli che avesse scelto questo genere di vita, per attraversare insieme a lui questo profondo flutto della vita.

E ne trovai molti ad Alessandria, molti nel resto dell’Egitto, altri in Palestina, nella Celesiria e in Mesopotamia. Di costoro ammiravo la temperanza nel regime di vita, ammiravo la costanza nelle fatiche, rimanevo stupefatto dalla fervida perseveranza nelle preghiere, e da come vincevano il sonno senza piegarsi a nessuna necessità naturale, conservando sempre alto e libero lo spirito dell’anima nella fame e nella sete, nel freddo e nella nudità, non curandosi del corpo né accettando di spendere per esso alcuna cura, ma vivendo come se dimorassero in una carne altrui; con le opere mostrarono che cosa significhi essere pellegrini quaggiù e che cosa significhi avere la propria cittadinanza nei cieli. Ammirando quelle cose e stimando beata la vita di quegli uomini, poiché mostravano nei fatti di portare nel corpo la morte di Gesù, desiderai anch’io, per quanto mi fosse possibile, farmi imitatore di quegli uomini.

Per questo motivo, dunque, avendo visto nella mia patria alcuni che cercavano di emulare le opere di quelli, credetti di aver trovato un aiuto per la mia salvezza e prendevo le cose visibili come prova di quelle invisibili. Poiché infatti le cose segrete nel cuore di ciascuno di noi sono oscure, ritenevo che l’umiltà dell’abito fosse un indizio sufficiente di umiltà d’animo, e mi bastavano a darmi piena garanzia il rozzo mantello, la cintura e i calzari di pelle non conciata. E sebbene molti cercassero di distogliermi dalla consuetudine con loro, non tolleravo di ascoltarli vedendo che essi preferivano la vita di rinuncia a quella dei piaceri; e per l’austerità della loro condotta provavo per loro un forte zelo.

Perciò non accolsi nemmeno le calunnie riguardo ai loro dogmi, sebbene molti affermassero con forza che essi non avevano rette concezioni su Dio, ma che, essendosi fatti discepoli del capo dell’eresia attuale, ne seminavano di nascosto gli insegnamenti. Poiché non ne ero mai stato testimone diretto, ritenevo calunniatori coloro che me lo riferivano.

Quando poi fummo chiamati alla guida della Chiesa, taccio di coloro che ci vennero assegnati come custodi e osservatori della nostra vita — con il pretesto di offrire aiuto e comunione d’amore —, per non sembrare di screditare me stesso dicendo cose incredibili, o, se creduto, di dare ai credenti un’occasione di misantropia. Il che per poco non accadde anche a me, se le misericordie di Dio non mi avessero celermente soccorso: per poco infatti non caddi nel sospetto contro tutti, non ritenendo più nulla di fedele in nessuno, dopo che la mia anima era stata ferita da fatti così ingannevoli.

Tuttavia sembrava che vi fosse ancora tra noi una qualche apparenza di consuetudine. E vi furono tra noi incontri sui dogmi una e due volte, e credemmo di non essere in disaccordo, essendoci trovati d’intesa. Poiché infatti riscontravano che noi esprimevamo le stesse parole sulla fede in Dio che avevano ascoltato da noi per tutto il tempo (infatti, se anche le altre nostre cose sono degne di gemiti, di questa sola cosa oso vantarmi nel Signore: che non ho mai avuto concezioni errate su Dio, né, pensando diversamente, ho dovuto ricredermi in seguito. Ma la concezione su Dio che ricevetti fin da bambino da mia madre beata e da mia nonna Macrina, questa ho conservato accresciuta in me; non ho cambiato opinione con il completamento della ragione, ma ho perfezionato i principi trasmessomi da loro. Come infatti ciò che cresce diventa più grande da piccolo che era, ma rimane identico a sé stesso, non cambiando genere ma perfezionandosi con la crescita, così ritengo che in me lo stesso insegnamento sia cresciuto attraverso il progresso)…

Interroghino pure la propria coscienza e pensino al tribunale di Cristo, se mai hanno udito da me qualcosa di diverso da ciò che dico ora, essi che ora ci diffamano per eterodossia e hanno riempito ogni orecchio con le lettere di denuncia che hanno scritto contro di noi! Da ciò è nata per noi la necessità di questa difesa.

Siamo infatti accusati di bestemmia contro Dio non sulla base di uno scritto che abbiamo pubblicato, né di quanto abbiamo espresso a voce e pubblicamente nelle Chiese di Dio. E non si è trovato neppure un testimone che dicesse di aver sentito da noi qualcosa di empio detto in segreto. Da dove veniamo dunque giudicati, se non scriviamo in modo empio, non parliamo in modo dannoso in pubblico e non pervertiamo chi ci incontra nelle conversazioni private? Oh, quale strano dramma! «Il tale», dicono, «ha scritto in Siria cose non pie venti anni fa o più, e tu gli hai inviato una lettera. Dunque sei complice di quell’uomo, e le sue accuse diventino anche tue!».

Ma, o uomo amante della verità, tu che hai imparato che la menzogna è prole del diavolo, come ti sei convinto che quella lettera fosse mia? Non me l’hai inviata, non me l’hai chiesto, né sei stato informato da me, che avrei potuto dirti la verità. E se anche lo scritto fosse mio, da dove risulta che questo trattato giunto ora nelle tue mani sia contemporaneo alle mie lettere? Chi ti ha detto che quell’opera risale a venti anni fa? Da dove risulta che quel trattato sia proprio di quell’uomo a cui fu inviata la mia lettera? E se anche quello fosse l’autore, e io gli avessi scritto, e la data delle mie lettere e del trattato fosse la stessa, quale prova c’è che io ne abbia accolto il contenuto con la mente e che condivida quel pensiero?

Chiediti: quante volte ci hai fatto visita nel monastero sul fiume Iris, quando era con me il fratello carissimo a Dio, Gregorio, che condivideva con me lo stesso scopo di vita? Hai mai sentito qualcosa di simile o hai colto un minimo indizio, grande o piccolo? E a Eusinoe, quando, dovendo partire per Lampsaco insieme a molti vescovi, mi avete chiamato, i discorsi non vertevano forse sulla fede? E per tutto il tempo, non c’erano forse stenografi mentre dettavo gli scritti contro l’eresia? I tuoi discepoli più autentici non sono stati forse con me per tutto il tempo? E quando visitavo le comunità e vegliavo con loro nelle preghiere, parlando e ascoltando sempre le cose di Dio senza spirito di contesa, non fornivo forse prove precise della mia intenzione?

Come può dunque l’esperienza di così tanto tempo apparire inferiore a un sospetto così debole e vano? E chi doveva essere testimone della mia disposizione d’animo prima di te? Ciò che si è detto sulla fede a Calcedonia, ciò che si è detto più volte a Eraclea, e prima ancora a Cesarea nel sobborgo, non era forse tutto in armonia con le nostre posizioni? Non concordava forse tutto con il resto? A parte il fatto che, come ho detto, si nota nei nostri discorsi un certo accrescimento dovuto al progresso, il che non è un cambiamento dal peggio al meglio, ma un completamento di ciò che mancava mediante l’aggiunta di conoscenza.

Come mai non consideri anche che il padre non porterà la colpa del figlio, né il figlio porterà la colpa del padre, ma ciascuno morirà nella propria colpa? Per me colui che viene calunniato presso di te non è né padre né figlio. Non è stato infatti né mio maestro né mio discepolo. Se poi le colpe dei genitori dovessero diventare accuse per i figli, sarebbe molto più giusto far ricadere quelle di Ario sui suoi discepoli; e se qualcuno ha generato l’eretico Aezio, le colpe del figlio ricadrebbero sulla testa del padre. Se invece non è giusto accusare qualcuno per quelle cose, è assai più giusto che noi non rendiamo conto di persone che non hanno nulla a che fare con noi, ammesso che abbiano sbagliato e che sia stato scritto da loro qualcosa di degno di condanna. Mi si perdoni infatti se diffido di ciò che si dice contro di loro, poiché l’esperienza fatta su di me dimostra la facilità con cui gli accusatori ricorrono alla calunnia.

Se infatti essi, essendosi ingannati e avendo creduto che io condividessi l’opinione degli autori di quelle espressioni sabelliane che essi stessi vanno diffondendo, fossero arrivati a calunniarmi, nemmeno così sarebbero stati degni di perdono; essi infatti, prima di avere prove evidenti, hanno subito colpito con bestemmie e ferito persone che non avevano neppure frequentato — per non dire legate a loro da grandissima amicizia — dimostrando così che l’avere opinioni false in se stessi è prova di non essere guidati dal Santo Spirito. Chi sta per spezzare l’amicizia con un fratello deve riflettere a lungo, passare molte notti insonni e cercare con molte lacrime la verità da Dio.

Se infatti i principi di questo mondo, quando stanno per condannare a morte un malfattore, tirano le tende, chiamano i più esperti per l’esame della causa e vi dedicano molto tempo — vedendo ora la severità della legge, ora implorando la comune natura, e versando molti gemiti e lamentando la necessità si mostrano a tutti servitori della legge per forza e non per proprio piacere —, di quanta maggiore cura, sollecitudine e consiglio con più persone deve ritenersi degno colui che sta per rompere l’amicizia con fratelli, consolidata in lungo tempo? Invece è bastata una sola lettera, e per giunta dubbia. Non potresti infatti dire di averla riconosciuta dai tratti della firma, tu che non hai avuto tra le mani l’originale, ma una copia. Da un solo scritto, dunque, e per di più antico! Sono passati infatti venti anni da quando si è scritto qualcosa a quell’uomo. E nel tempo intermedio non ho alcun testimone della mia scelta di vita e della mia condotta paragonabile ai miei attuali accusatori.

Ma la lettera non è la vera causa della separazione; il motivo della rottura è un altro, che io mi vergogno di dire e che ho taciuto per tutto questo tempo, se i fatti recenti non mi imponessero di rivelare l’intera loro intenzione per il bene dei più.

Queste brave persone ritenevano che la comunione con noi fosse per loro un ostacolo al raggiungimento del potere. E poiché si erano impegnati con una sottoscrizione di fede che noi avevamo proposto loro — non perché diffidassimo del loro pensiero, lo riconosco, ma volendo curare i sospetti che molti dei nostri fratelli concordi nutrivano su di loro —, affinché nulla di quella confessione sembrasse loro di ostacolo ad essere accolti da coloro che ora governano, hanno rinunciato alla comunione con noi, e il pretesto della rottura, cioè questa lettera, è stato inventato.

Il segno più evidente di ciò che dico è che, dopo essersi allontanati da noi e aver composto le accuse che volevano contro di noi, prima di inviarci le lettere le hanno mandate ovunque. La lettera è apparsa infatti sette giorni prima di giungere nelle mie mani, ricevuta da alcuni per essere trasmessa ad altri. Così infatti hanno escogitato di consegnarla da uno all’altro, affinché la sua diffusione avvenisse rapidamente in tutta la regione. E queste cose mi venivano riferite già allora da coloro che ci informavano con estrema chiarezza dei loro atti. Ma abbiamo deciso di tacere, finché Colui che rivela i segreti non renda pubbliche le loro azioni con prove chiarissime e inconfutabili.

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