«E lo ha dato alla Chiesa come Capo su tutte le cose: essa è il suo corpo» (Ef 1,22–23).
«Voi siete corpo di Cristo e, ognuno per la sua parte, sue membra» (1 Cor 12,27).
Nella terza domenica dopo Pasqua – quella delle Sante Donne Mirofore – il 4/17 maggio di questo 1964, a New York, a Dio piacendo, si aprirà il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa all’Estero, uno dei cui atti più importanti, come annunciato, sarà “l’assicurazione della guida” della nostra Chiesa.
Grande è il significato del Sinodo Episcopale, poiché l’assemblea dei Vescovi rappresenta la massima autorità nella Chiesa, realizzando al contempo, nei fatti, una delle principali proprietà fondamentali della vera Chiesa: la sua conciliarità (sobornost).
Che cos’è la “conciliarità della Chiesa”?
Nel nono articolo del nostro Simbolo della Fede, adottato al Secondo Concilio Ecumenico e per questo obbligatorio per tutta la nostra Chiesa come esposizione chiara e precisa della sua fede, la Chiesa è chiamata “cattolica” (nella versione slava: sobornaya), termine che è la traduzione della parola greca “katholikos” (καθολικός).
È estremamente caratteristico e di straordinaria importanza che i nostri primi maestri slavi, traducendo il Simbolo della Fede dal greco allo slavo, abbiano reso la parola “katholikos” non con un termine qualunque, ma proprio con la parola: “sobornaya” (conciliare).
È del tutto impreciso e, in ogni caso, lungi dall’essere esaustivo il fatto che da noi, sotto l’evidente influenza dell’Occidente (i cattolici romani), questa parola “katholikos”, e con essa la parola “sobornaya” riferita alla Chiesa, abbia iniziato a essere interpretata e intesa esclusivamente nel senso di “universale”. Ciò diventa chiaro se consideriamo che per esprimere il concetto di “universalità” nella lingua greca si usa una parola completamente diversa: “oikoumenikos” (οἰκουμενικός).
Pur includendo il concetto di “universalità”, la parola “katholikos” – “sobornaya” – è in realtà molto più profonda: esprime quella comprensione dell’essenza della vera Chiesa di Cristo che l’apostolo Paolo espone in molte sue lettere, insegnando che la Chiesa è il Corpo di Cristo, il cui Capo è Cristo stesso, e tutti noi credenti siamo Sue membra (cfr. 1 Cor 12,12–28; Ef 1,22–23; Ef 4,4–16; Col 1,18–29; Col 2,10–20).
Il nostro talentuoso teologo A. S. Khomyakov chiarisce magnificamente l’idea alla base del termine “katholikos”: è l’idea dell’“unità nella molteplicità”. “La Chiesa cattolica è la Chiesa secondo il tutto, o secondo l’unità di tutti, Chiesa del libero consenso, della piena unanimità” (Opere, vol. 2, p. 312).
In questo modo, “cattolico” significa “onnicomprensivo”, “che raccoglie tutto in uno”, formando l’unione di tutti in Cristo – un’unione, naturalmente, non solo esteriore ma interiore, organica, così come in un organismo vivente tutte le membra sono unite tra loro a formare un solo corpo. La caratteristica più importante di tale unione è che ogni singolo membro si trova in un’unione indissolubile con il tutto. Ecco perché, come troviamo nei monumenti dell’antica letteratura cristiana e negli atti dei Concili Ecumenici, veniva chiamata “cattolica” non solo l’intera Chiesa (quella universale), ma anche ogni singola parte della Chiesa – ogni singola Metropolia o Diocesi che fosse in unità con tutta la Chiesa. Proprio in questo senso l’insegnamento puro e incontaminato della Chiesa, in contrapposizione alle eresie, veniva spesso chiamato “fede cattolica”.
Tale è il significato reale del profondo termine “cattolico”, che non può in alcun modo essere completamente sostituito dal termine “universale”. E se i cattolici romani hanno effettuato tale sostituzione, è proprio perché loro, staccandosi dalla vera Chiesa cattolica, hanno perso anche l’idea autentica di “cattolicità”.
La Conciliarità come forma di governo
L’idea di cattolicità riceve un’espressione particolarmente evidente e comprensibile nel governo conciliare della Chiesa.
Nella vera Chiesa non può esserci alcun tipo di dittatura, così come non può esserci né oligarchia, né democrazia, né in generale alcuna forma di governo secolare. Il Signore Gesù Cristo stesso, poco prima della Sua Passione, indicò chiaramente ai Suoi discepoli questa differenza radicale tra l’autorità spirituale e gerarchica da Lui istituita e il potere mondano: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse… Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,25–27).
Da ciò deve essere del tutto evidente che l’autorità pastorale-gerarchica non è dominio, ma servizio.
Per questo motivo la vera Chiesa Cattolica non conosce altro capo se non l’unico Capo di tutta la Chiesa: il Signore Gesù Cristo stesso. Tutti i Vescovi, invece, come successori del ministero apostolico, sono uguali tra loro – sono “fratelli” (v. Mt. 23,8) e nessuno di loro ha il diritto di pretendere di chiamarsi “Capo della Chiesa” o di tentare di dominare gli altri come un superiore mondano; ciò è contrario alla Parola di Dio ed è un’eresia contro il dogma della Chiesa.
Pertanto, l’autorità suprema – legislativa, esecutiva e giudiziaria – in ogni Chiesa Locale appartiene solo all’intero Sinodo dei Vescovi di quella regione, e l’autorità suprema nell’intera Chiesa Universale appartiene al Concilio Ecumenico.
Infallibilità e Primato
Alla Chiesa Cattolica è del tutto estranea l’idea di infallibilità di un singolo Vescovo o anche di un intero sinodo locale. Solo la voce del Concilio Ecumenico, riconosciuto come tale da tutta la Chiesa, può essere onorata come infallibile. La nostra Chiesa ha adottato da tempo l’insegnamento di San Vincenzo di Lerino: è vero solo ciò in cui si è creduto ovunque, sempre e da tutti.
Tutti i Vescovi nella Chiesa di Cristo sono uguali, così come erano uguali tra loro gli Apostoli. E solo per il bene del buon ordine nell’organizzazione terrena della Chiesa, per evitare il disordine e l’anarchia, in ogni regione alcuni Vescovi vengono scelti dagli altri come “primi tra pari” (primus inter pares), non per agire in modo dittatoriale, ma sulla base della conciliarità.
Fondamentale per tale governo è il 34° Canone Apostolico:
“I Vescovi di ogni nazione devono riconoscere colui che è il primo tra loro e considerarlo come capo, e non fare nulla di importante senza il suo consenso… Ma neanche il primo faccia nulla senza il consenso di tutti. Poiché così vi sarà unanimità e Dio sarà glorificato”.
Da questa regola è chiaro che il “primo tra i vescovi” non è un capo in senso assoluto, ma solo “come un capo” (quasi capo). Ogni Vescovo nella propria diocesi possiede la pienezza dell’autorità gerarchica e nessun altro Vescovo, nemmeno il “primo tra pari”, ha il diritto di interferire nei suoi affari interni.
La preghiera: il cuore della Conciliarità
Il servizio episcopale è il più grande servizio al mondo per la salvezza delle anime, e questo obiettivo è impossibile da raggiungere con misure coercitive esterne o con la “burocrazia”. Ogni approccio burocratico in quest’opera santa può solo allontanare le anime dalla Chiesa. L’amministrazione è solo un mezzo, non un fine. Il beato Metropolita Antonio (Khrapovitsky) diceva: “La peggiore lode per un pastore è se dicono di lui che è un ‘buon amministratore’”. La condizione principale per il successo del ministero pastorale è l’amore, e l’espressione più alta di questo amore è la preghiera – specialmente la preghiera comunitaria e conciliare compiuta nel tempio. Il tempio di Dio è il centro di tutta la vita della vera Chiesa Cattolica. Se un Vescovo vuole essere autorevole, deve essere prima di tutto un uomo di preghiera.
Conclusione
Ecco dove ci hanno portato le riflessioni sulla “cattolicità” o “conciliarità”. Da qualche tempo, non si sa per iniziativa di chi, la nostra Chiesa russa all’estero ha iniziato a essere chiamata “Sinodale”. Questo è scorretto! La nostra Chiesa è Conciliare (Sobornaya). Il “Sinodo” è solo un organo esecutivo del Concilio e non può sostituire l’autorità dell’intero Concilio dei Vescovi.
La vera “conciliarità” permea non solo l’episcopato, ma tutte le parti del Corpo di Cristo – il clero e i fedeli laici. Come recita l’Enciclica dei Patriarchi Orientali del 1848: “Da noi, né Patriarchi né Concili hanno mai potuto introdurre novità, perché il custode della pietà è il corpo stesso della Chiesa, cioè il popolo stesso”.
Se, Dio non voglia, dovessimo perdere questa conciliarità, la Chiesa rischierebbe di trasformarsi in una delle tante organizzazioni mondane di carattere politico o sociale, con una veste esteriore ecclesiastica ma “senza spirito”; diventerebbe cioè “sale che ha perso il sapore”. Che ciò non avvenga!
Fonte: La modernità alla luce della Parola di Dio / Arciv. Averky (Taushev), Mosca, 2012.





