San Policarpo nacque nel 69 (avrebbe poi subito il martirio all’età di 86 anni). Figlio di genitori cristiani, fu discepolo, con Papia di Ierapoli, di Giovanni il Presbitero (per la tradizione San Giovanni Apostolo), dal quale fu consacrato Vescovo della città di Smirne.
Divenne stimatissimo per la sua dottrina teologica e fu maestro di Sant’Ireneo di Lione (c. 130-202), anche lui nativo di Smirne. Oltre al rapporto privilegiato con San Giovanni, proprio Ireneo ci riferisce che il suo maestro «frequentò molti di coloro che videro il Signore» e insegnò sempre ciò che aveva appreso dagli Apostoli e dalle Sacre Scritture.
Divenne uno dei più autorevoli e stimati Vescovi del suo tempo, tanto che nel 154 fu scelto come rappresentante della Chiesa d’Asia e inviato a Roma a discutere con il Vescovo Aniceto la questione della data di celebrazione della Pasqua. A Roma e a Smirne contrastò la diffusione delle dottrine docetiche di Marcione e Valentino.
Fu amico di Sant’Ignazio di Antiochia, il grande Vescovo e Martire che al tempo del suo viaggio scortato verso Roma, dove fu sbranato dalle belve, si fermò per un po’ a Smirne, affidando a Policarpo diverse sue lettere e gli stessi cristiani di Antiochia.
Secondo Ireneo di Lione, che fu suo discepolo, Marcione, che cercava il riconoscimento delle sue teorie, incontrò Policarpo nel 154 a Roma. Il Vescovo di Smirne lo riconobbe certo, ma come “il primogenito del demonio”, così come Policarpo aveva scritto nella sua lettera ai Filippesi, senza indicare nomi.
Durante il suo periodo romano, San Policarpo ricondusse alla Chiesa molti cristiani che erano stati sviati da Marcione, il quale rigettava l’Antico Testamento e buona parte del Nuovo (in pratica, tutti i brani in disaccordo con le sue idee) e sosteneva l’eresia docetista, negatrice delle sofferenze di Gesù nella carne.
Il suo martirio avvenne poco dopo il ritorno a Smirne ed è raccontato nel Martyrium Polycarpi, la prima opera cristiana del genere e scritta a ridosso dei fatti, nel 155-156, sotto forma di lettera.
Durante l’impero di Antonino Pio (138 – 161) fu catturato per ordine del proconsole Stazio Quadrato: essendosi rifiutato di sacrificare per l’imperatore, fu condannato ad essere arso vivo nello stadio della sua città e, visto che miracolosamente le fiamme non lo consumavano, fu ucciso con un colpo di pugnale.
FONTI:
La principale fonte su Policarpo è il suo discepolo Ireneo di Lione (130-202), che lo menziona in:
- Adversus Haereses (III 3.4);
- nelle lettere a Florino e a papa Vittore.
Le altre fonti sono:
- Girolamo (347-420) in De illustribus viris, XVIII;
- Eusebio di Cesarea (265 – 340) in Ecclesiastica Historia, III, 36
“In questi tempi viveva in Asia Policarpo, discepolo degli apostoli, designato vescovo della Chiesa di Smirne da coloro che avevano visto coi loro occhi e servito il Signore. 2. In quel tempo si distinsero Papia, vescovo della Chiesa di Ierapo- li D2} e Ignazio, famoso ancora oggi ai più, secondo vescovo di Antiochia dopo Pietro. 3. Si racconta che questi, mandato dalla Siria a Roma, divenne cibo delle belve per la sua fede in Cristo”
- Eusebio di Cesarea (265 – 340) in Ecclesiastica Historia, IV. 15, 1-43
In questo tempo, mentre infuriavano grandissime persecuzioni in Asia, Policarpo subì il martirio. Ritengo assolutamente necessario aggiungere in suo ricordo la storia della sua morte, custodita per iscritto ancora ai nostri giorni. 2. Ci è per venuta infatti una lettera 73 scritta di suo pugno e inviata dalla Chiesa che presiedeva alle altre diocesi del luogo, in cui si riferiscono gli avvenimenti che lo riguardano con queste parole: 3. «La Chiesa di Dio che ha sede a Smirne alla Chiesa di Dio che ha sede a Filomelio e a tutte le diocesi della santa Chiesa cattolica presenti in ogni luogo. La misericordia, la pace e L’arnore di Dio Padre e di nostro Signore Gesù Cristo abbondi in voi. Vi abbiamo già scritto, fratelli, ciò che accadde ai martiri e al beato Policarpo, la cui testimonianza di fede pose termine alla persecuzione come con un sigillo».
Inoltre, prima di raccontare il martirio di Policarpo, lo scritto riferisce la sorte degli altri martiri, descrivendo con quale sopportazione essi affrontavano i supplizi. Si dice che gli spettatori che stavano nel circo rimasero sbigottiti al vederli ora ridotti a brandelli dalle frustate, che arrivavano in profondità fino alle vene e alle arterie più interne al punto da far vedere persino gli intestini e le parti innominabili, ora stesi su triboli e su aguzzi pali e, dopo aver subito ogni sorta di punizioni e supplizi, gettati in pasto alle belve. 5. Raccontano che si distinse particolarmente il nobilissimo Germanico, che ebbe la forza di sconfiggere, con l’aiuto della grazia divina, l’innata paura dell’uomo di fronte alla morte del corpo. Non si curò del console che voleva dissuaderlo dal martirio facendo leva sulla sua giovane età e che lo supplicava di avere pietà di sé stesso perché ancora giovane e nei verdi anni; ma coraggiosamente aizzò contro di sé la belva quasi con violenza perché lo liberasse quanto prima dall’ingiusta e iniqua vita. 6. Per la nobile morte di costui la folla, meravigliata dell’impavidità del pio martire e della virtù dell’intera schiatta cristiana, cominciò in coro a gridare: «Via gli atei! Si cerchi Policarpo!». 7. Alle grida seguì un grandissimo disordine e un tale, di stirpe frigia, di nome Quinto, giunto da poco dalla Frigia, si perdette d’animo alla vista delle belve e davanti agli altri supplizi e venne meno, allontanando così da sé la salvezza. 8. Il racconto della lettera sopra citata riferisce che costui per spavalderia e non per convinzione andò in tribunale con gli altri. Ma una volta condannato, costituì per tutti un chiaro esempio di come non bisogna sottoporsi a simili prove solo per disprezzo del pericolo e senza convinzione. Così termina il racconto che li riguarda. 9. La lettera continua dicendo che l’ammirevolissimo Policarpo, ascoltando queste cose, dapprima non si scompose, conservando la propria anima calma e salda, e volle rimanere in città. Ma persuaso poi dai suoi compagni che lo scongiuravano e lo supplicavano con continue preghiere di fuggire, si recò in un podere vicino alla città, dove rimase con pochi amici, non facendo altro, di giorno e di notte, se non perseverare nella preghiera al Signore, supplicando e implorando da lui la pace per le Chiese di tutto il mondo, come era sempre stata sua consuetudine. 10. Dopo la preghiera, tre giorni prima del suo arresto, sognò che il cuscino si incendiasse e veniva completamente consumato dal fuoco. Svegliatosi, espose subito ai suoi compagni ciò che aveva visto in sogno, ma non rivelò ciò che gli sarebbe accaduto, tacendo loro che era destino che egli morisse per Cristo consumato dal fuoco. 11. Poiché coloro che ne avevano ricevuto l’ordine lo cercavano con grande cura, obbligato di nuovo, a quanto dicono, dall’affetto e dalla benevolenza dei fratelli, si rifugiò in un altro podere. Qui, dopo poco tempo, giunsero coloro che lo cercavano; catturati due suoi servi che lì si trovavano, appresero il luogo in cui si nascondeva Policarpo da uno di loro, dopo averlo sottoposto a tremende torture. 12. Giuntivi a tarda ora, lo trovarono che dormiva in una soffitta, da dove non volle fuggire, pur essendogli possibile rifugiarsi in un’altra casa, dicendo: «Sia fatta la volontà di Dio». 13. Avendo saputo del loro arrivo, come narra lo scritto, scese dalla soffitta e parlò loro con un viso così dolce e benevolo da far credere ai suoi persecutori, che non lo conoscevano, di assistere ad un miracolo al vedere la sua età avanzata, la santità e la tranquillità del suo portamento, anche se avevano avuto un sì grande zelo nel catturare un simile vecchio. 14. Ma Policarpo non si curò di ciò e, ordinato che fosse loro imbandita subito una mensa, li esortò a prendere cibo a sazietà. Fece poi loro richiesta di una sola ora per poter pregare tranquillamente. Avuto il loro consenso, si levò in piedi e cominciò a pregare tanto ricolmo della grazia del Signore da far stupire i presenti al sentirlo e da far pentire molti di loro del fatto che un vecchio così santo e pio stava per essere ucciso.
Lo scritto che ci parla di lui prosegue poi nel racconto dicendo testualmente: «Finì la preghiera ricordando tutti, anche coloro che allora erano con lui, piccoli e grandi, illustri e sconosciuti, e tutta la Chiesa cattolica diffusa nel mondo. Giunta l’ora di andare, lo fecero montare su un asino e lo condussero in città. Era un sabato di festa grande. Lo incontrarono l’eirenarca Erode e suo padre Niceta che, fattolo salire sulla loro carrozza e sedutisi vicino a lui, cercarono di persuaderlo a rinnegare la sua fede con queste parole “Che male c’è nel dire Signore Cesare, nel sacrificare e così salvarsi?”. 16. In un primo tempo non rispose, ma poi, vista la loro insistenza, disse: “Non ho intenzione di fare ciò a cui mi esortate”. Essi desistettero allora dal persuaderlo e, pronunciate contro di lui turpi parole, lo spinsero giù dalla carrozza con tanta violenza che egli, nella caduta, si sbucciò uno stinco. Ma non si voltò neppure, ignorando il dolore, e con coraggioso zelo avanzava, condotto verso lo stadio. […] Quando la pira fu allestita, si tolse da sé tutti i vestiti, si sciolse la cintura e tentò di togliersi anche le scarpe, cosa che non aveva fatto prima da sé poiché ciascun fedele sempre contendeva con l’altro per toccargli per primo la pelle. A causa della sua perfetta santità infatti era oggetto di onore anche prima di giungere alla vecchiaia. A noi, ai quali fu concesso vedere il prodigio di una grande fiamma che risplendeva, è stato riservato il compito di raccontare ad altri il miracolo che accadde. 37. Il fuoco, prendendo forma di volta come la vela di una nave gonfiata dal vento, avvolse il corpo del martire, che vi si trovava in mezzo non come carne bruciata, ma come oro e argento arsi in una fornace; infatti sentivamo un profumo simile a quello dell’incenso e di un altro aroma prezioso. 38. Quegli empi infine, vedendo che ciò impediva che il suo corpo potesse essere consumato dal fuoco, ordinarono ad un confector 79 di avvicinarsi a lui e di trafiggerlo con una spada. 39. Fatto questo, sgorgò dal suo corpo una così grande quantità di sangue da riuscire a spegnere il fuoco e a far meravigliare il popolo della grande differenza esistente tra coloro che non credono e gli eletti. Egli era uno di costoro, il maestro ammiratissimo nei nostri tempi, discepolo degli apostoli e profetico vescovo della Chiesa cattolica di Smirne; ogni parola che usciva dalla sua bocca o si era già compiuta o si sarebbe compiuta […].
OPERE:
La lettera ai Filippesi e il Martirio






