Lettera IV
Ad Olimpio
Che cosa fai, o uomo ammirevole, cacciando via dal nostro eremo la povertà, a noi cara e nutrice della filosofia? Penso infatti che verresti persino citato da lei in giudizio con un’accusa di sfratto (graphē exoulēs), se solo potesse parlare, dicendo: «Io ho scelto di convivere con costui, il quale ora loda Zenone — che dopo aver perso tutto in un naufragio non disse nulla di ignobile, ma esclamò: “Brava, o Sorte, che ci spingi verso il mantello da filosofo (tribōnion)” — ora invece Cleante, che attingeva acqua dal pozzo a pagamento, guadagno con cui viveva egli stesso e pagava le retribuzioni ai suoi maestri. E non ha mai smesso di ammirare Diogene, che si gloriava di farsi bastare i soli beni della natura, tanto da gettar via persino la ciotola di legno quando imparò da un fanciullo a bere chinandosi con le mani a coppa». Queste e simili cose potrebbe rinfacciarti la povertà nostra convivente, ora sfrattata dai tuoi grandi doni, ed aggiungerebbe anche una minaccia: «Se ti ritrovo qui, ti farò sembrare le privazioni di prima un lusso siciliano o italico: a tal punto mi vendicherò di te con i miei rimedi!». Ma basti questo. Ho appreso con gioia che hai già iniziato la cura medica, e prego che tu possa trarne giovamento. Sarebbe confacente, infatti, alla tua anima sacra un servizio del corpo privo di sofferenze.





