San Stefano da Rossano discepolo di San Nilo

San Stefano da Rossano discepolo di San Nilo

del Santo Stefano da Rossano discepolo di Nilo

Stefano fiorì nel 925 d.C. ed era un giovane di umili origini, rimasto solo con la madre e la sorella dopo la morte del padre. Di carattere semplice e innocente, dice Bartolomeo nel bios di San Nilo, quasi come un altro patriarca Giacobbe o Paolo il semplice discepolo di Antonio il Grande.  Verso i vent’anni, intorno al 945, sentì il desiderio di abbracciare la vita monastica. Spinto da questa vocazione, si recò dal santo padre Nilo e, senza dire una parola, si sedette accanto a lui fino a quando, sul far della sera, Nilo gli chiese cosa cercasse. Stefano rispose di voler farsi monaco. Nilo, temendo di non poterlo sfamare, tentò di rinviarlo a qualche monastero e, visto le sue rimostranze, dopo aver saputo che aveva una madre ed una sorella sole, gli consigliò di prendersi cura di loro ritornando a casa. Ma, Stefano insistette, confidando che Dio stesso, come aveva fatto fino a quel momento, avrebbe provveduto alla sua famiglia. Nonostante la sua lentezza di mente e semplicità, che a volte irritavano Nilo così energico e perspicace, Stefano restava umile e obbediente, sopportando anche le correzioni più dure con pazienza e gioia. Infatti, dopo un primo momento in cui San Nilo cercò di prenderlo con le buone, arrivò il momento di scuoterlo per vedere di fargli fare progressi.  Così il maestro lo rimproverava spesso, anche gridandolo e, se il caso lo richiedeva, assestando qualche forte ceffone. Stefano rimaneva tranquillo, come quando il Padre lo trattava con dolcezza, cercando di fare il suo meglio e in tutto imitando il suo maestro e, grazie alla sua umiltà, rimaneva protetto dalle tentazioni. Un giorno, Stefano, confidò di avere difficoltà a rimanere sveglio nelle lunghe veglie. Per aiutarlo a restare sveglio durante la preghiera, Nilo gli diede uno sgabello con una sola gamba, su cui Stefano si sedeva anche se spesso cadeva per il sonno, risvegliandosi. Un giorno, narra il bios, gli capitò di rompere una pentola avendola riempita troppo: San Nilo lo mandò al convento di San Fantino per umiliarsi narrando la sua disavventura. Fantino raccolti e uniti i cocci con una corda li appese a Stefano che rimase in piedi durante tutta la refezione die monaci. Accettò senza lamentarsi la pubblica correzione, così come, in un’altra occasione, trovando degli asparagi selvatici li cucinò e li offerse al Santo che gli ordinò di buttarli subito perché li aveva trovati insolitamente dolci e succulenti, stimolando la sua golosità, tanto da sospettare un inganno del demonio. Stefano prontamente obbedì. Questi episodi mostrano la severità e la disciplina della vita monastica alla quale Stefano si sottopose senza mai una mormorazione. Per questa sua schietta obbedienza fu sempre protetto dal Signore dalle tentazioni del nemico. Successivamente, Nilo si preoccupò anche della madre e della sorella di Stefano, affidandole alla santa vergine Teodora di Rossano, superiora di un monastero femminile. Qui le familiari di Stefano servirono Dio con sincerità fino alla fine dei loro giorni. Ogni anno, durante la mietitura, Stefano andava a trovarle prima di tornare ai suoi doveri monastici, vivendo così anche lì tra lavoro e preghiera.

Durante le incursioni dei Saraceni, Stefano e gli altri monaci cercarono rifugio nei castelli.  Santo Stefano si trovava nel monastero di San Fantino nel mentre furono avvertiti di rifugiarsi all’interno delle mura della città. San Nilo, che era in montagna per pregare con più tranquillità, al rientro trovò la grotta sottosopra a causa del passaggio dei saraceni e pensò, con grande angoscia, che avessero preso anche Stefano e che ora si trovava in stato di schiavitù. Preso da gran tormento, presto andò sulla strada principale per farsi trovare dai saraceni e condividere la sorte del suo discepolo. Presto arrivarono uomini a cavallo che però erano della città e diedero al Santo la notizia che il suo discepolo si trovava al sicuro tra le mura cittadine. Infatti, una volta finite le scorribande degli invasori, l’umile Stefano tornò alla grotta ascetica.

In tutte le sue prove, Stefano mostrò fede incrollabile, umiltà e perseveranza, diventando un vero esempio di virtù monastica.

Stefano seguì fedelmente il suo maestro in tutte le tappe della sua vita errante, causata sia dalla ricerca di solitudine ascetica sia dalle continue scorrerie dei Saraceni che flagellavano la Calabria in quel secolo.

Intorno agli anni 952-953, fece parte del gruppo di monaci che si stabilì con San Nilo nei pressi dell’attuale San Demetrio Corone per fondare il monastero di San Adriano, dove la comunità risiedette per circa 25 anni.

Nel 978, di fronte all’inasprirsi della minaccia saracena in Calabria, Stefano fuggì verso nord insieme a San Nilo e agli altri confratelli. Trovarono inizialmente rifugio nei territori di Montecassino, stabilendosi nel monastero di Sant’Angelo di Valleluce.

Santo Stefano di Rossano, morì e fu sepolto a Gaeta, nel rione di Serapo (o Serperi secondo altre fonti) nel 1001. La comunità niliana si era temporaneamente trasferita proprio a Gaeta prima della definitiva fondazione dell’Abbazia di Grottaferrata, avvenuta nel 1004 dopo la morte di Stefano.

La sua morte colpì profondamente San Nilo che fece preparare un doppio sepolcro per lui e per sé, ma quando il duca di Gaeta venne a sapere di questa intenzione, si oppose fermamente, dichiarando che avrebbe voluto portare il corpo di Nilo dentro la sua città come “fortissima torre di difesa”. Nilo, che aborriva ogni forma di onore, decise allora di abbandonare Serperi e partire verso Roma, nonostante avesse quasi novant’anni e si reggesse a stento a cavallo.

Allora Stefano fu sepolto, accanto a San Paolo Egumeno e a San Bartolomeo, che insieme formano il nucleo dei santi discepoli della cerchia niliana. A Gaeta esiste tuttora una parrocchia latina intitolata a San Nilo a perenne memoria della presenza di questa comunità monastica.

La sua memoria liturgica ricorre il 26 settembre, lo stesso giorno dedicato a San Nilo.

1. Si racconta che il Santo Stefano, andato dall’eremo al monastero per la mietitura, trovò un vecchio che faceva le sporte, dal quale imparò ad intrecciare le reste: quindi lavorata da sé una piccola sporticella la portò con sé alla grotta, immaginando che il Padre Nilo l’avrebbe assai gradita. Ma per al contrario, questi nel vederlo gli disse “Orsù, fratello Stefano, mettiamo anche noi in esecuzione una regola.

Visto che tu hai fatto questo senza benedizione e senza consiglio, gettiamo nel fuoco la sporta a bruciare: questo, appunto, stabilisce il grande Basilio”. Ciò detto accese il fuoco e ve la gettò dentro. Nel mentre metteva in pratica il suo intendimento, si accorse che Stefano ci soffriva alquanto e senza riuscire a rendere grazie si mostrava impressionato e dispiaciuto. Lasciò che la sporta andasse tutta in fiamme perché così, attraverso questa dura azione, lo liberò da quel legame affettivo esagerato.2. Poco tempo dopo accadde che all’eremo giunse il vecchio che aveva imparato a Stefano a far le sporte, e lo richiese al Padre Nilo per raccogliere il fieno, ed esso per l’ordine dell’anziano e divino maestro vi andò. Aveva il vecchio con sé un salterio che, ripose in un certo luogo ma poi se ne dimenticò e lo perde. Quindi andò dal Santo Nilo lamentandosi assai del salterio: cosicché il Padre bel vederlo tanto addolorato si mosse a compassione di lui e diede la colpa al beato Stefano, sgridandolo e dicendogli: “Oh, veramente tu sei un insensato e uno smemorato. Perché non ricercasti il salterio? La colpa è tua: sta bene perciò che il vecchio si prenda il tuo”. Così glielo tolse di mano e lo dette al vecchio

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