
INTRODUZIONE
Corinto è oggi la prima città della Grecia, anticamente si vantava di molti vantaggi temporali e, più di tutte le altre, di un’eccessiva ricchezza. E per questo motivo uno degli scrittori pagani chiamò la città “la ricca”. Infatti, sorge sull’istmo del Peloponneso e godeva di grandi opportunità commerciali. La città era anche piena di numerosi oratori e filosofi, e uno, credo, dei sette chiamati sapienti, era di questa città. Ora, queste cose le abbiamo menzionate non per ostentazione, né per ostentare grande cultura (perché, in effetti, a cosa serve sapere queste cose?), ma ci sono utili nell’argomentazione dell’Epistola.
Anche Paolo stesso soffrì molto in questa città; e anche Cristo in questa città gli apparve e gli disse (Atti 18,10): «Non tacere, ma parla, perché ho un popolo numeroso in questa città»: e vi rimase due anni. In questa città [1] fuggì anche il diavolo, che i Giudei, cercando di esorcizzare, soffrirono così dolorosamente. In questa città i maghi, pentitisi, raccolsero i loro libri e li bruciarono, e pare che ce ne fossero cinquantamila. (Atti 19,18). In questa città, al tempo del proconsole Gallione, Paolo fu picchiato davanti al tribunale.
Il diavolo, dunque, vedendo che una città grande e popolosa aveva afferrato la verità, una città ammirata per ricchezza e sapienza, e a capo della Grecia (Atene e Sparta erano allora e ancora oggi in uno stato miserabile, avendo da tempo perso il potere) e vedendo che avevano accolto con grande prontezza la parola di Dio, cosa fa? Divide gli uomini. Sapeva infatti che anche il regno più forte di tutti, diviso in se stesso, non avrebbe resistito. Aveva anche un vantaggio, per questo stratagemma, nella ricchezza e nella sapienza degli abitanti. Perciò alcuni uomini, avendo creato i propri partiti e autoeletti, si fecero capi del popolo e alcuni si schierarono con questi, altri con quelli; con gli uni, in quanto ricchi; con gli altri, in quanto saggi e capaci di insegnare qualcosa di straordinario. I quali, da parte loro, accogliendoli, si atteggiarono a insegnare più di quanto facesse l’Apostolo: a ciò egli alludeva quando disse: «Non sono stato in grado di parlarvi come a spirituali» (cap. 3, 1); evidentemente non per la sua incapacità, ma a causa della loro debolezza.; a motivo del fatto che non furono istruiti in modo approfondito. E poi questo: «Siete diventati ricchi senza di noi». (cap. 4, 8) E’ l’osservazione di chi punta il dito in quella direzione. E questa non era una questione da poco, ma la più perniciosa di tutte: che la Chiesa fosse lacerata.
E anche un altro peccato, oltre a questi, fu commesso apertamente lì: vale a dire, un uomo che aveva avuto rapporti con la matrigna non solo sfuggì al rimprovero, ma divenne persino un capo della moltitudine e diede motivo ai suoi seguaci di essere presuntuosi. Per questo dice (cap. 5.2): «E vi siete addirittura gonfiati, e non avete piuttosto pianto». E dopo questo, alcuni di coloro che appartenevano alla specie più perfetta, come si dipingevano, e che per gola erano soliti mangiare cose sacrificate agli idoli e sedere a tavola nei templi, stavano portando tutti alla rovina. Altri ancora, avendo contese e dispute per denaro, deferivano ai tribunali pagani tutte le questioni di quel genere. Anche molti uomini che portavano i capelli lunghi andavano in giro tra loro? Egli ordina che venissero piuttosto tagliati. C’era anche un altro peccato, non di poco conto: mangiare nelle chiese da soli e non dare parte ai bisognosi.
E ancora, sbagliavano su un altro punto, essendo gonfi di doni e quindi gelosi gli uni degli altri, il che era anche la causa principale della disgregazione della Chiesa. Anche la dottrina della Resurrezione ‘zoppicava’ tra loro: alcuni di loro non credevano fermamente nell’esistenza della resurrezione dei corpi, essendo ancora affetti dalla malattia della stoltezza greca. Infatti, tutte queste cose erano figlie della follia propria della filosofia pagana, e questa era la madre di ogni male. Quindi, allo stesso modo, si erano divisi anche sotto questo aspetto, avendo imparato dai filosofi. Questi ultimi, infatti, non erano meno in disaccordo tra loro, sempre in contraddizione tra loro per amore del potere e della vanagloria e decisi a fare qualche nuova scoperta in aggiunta a tutte quelle precedenti. E la causa di ciò era che avevano iniziato ad affidarsi ai ragionamenti.
Gli avevano scritto di conseguenza per mano di Fortunato, Stefana e Acaico, tramite i quali scrive anche lui; e questo lo ha indicato alla fine dell’Epistola, non però su tutti questi argomenti, ma sul matrimonio e la verginità; per questo dice anche (cap. 7, 1): «Ora, riguardo alle cose di cui avete scritto», ecc. E procede a dare ingiunzioni, sia sui punti su cui avevano scritto, sia su quelli su cui non avevano scritto, avendo appreso con precisione tutti i loro difetti. Manda anche Timoteo con le lettere, sapendo che le lettere hanno davvero grande potere, ma che non poco ne sarebbe stato aggiunto anche dalla presenza del discepolo.
Ora, mentre coloro che avevano diviso la Chiesa tra loro, per vergogna di sembrare mossi dall’ambizione, inventavano pretesti per giustificare quanto era accaduto, insegnando (in verità) dottrine più perfette ed essendo più saggi di tutti gli altri, Paolo si schierò innanzitutto contro il male stesso, sradicando la causa del male e il suo effetto, lo spirito di divisione. E usa grande audacia nel parlare: poiché questi erano i suoi stessi discepoli, più di tutti gli altri.
Perciò egli dice (cap 9,2): «Se per gli altri non sono un Apostolo, almeno lo sono per voi, perché voi siete il sigillo del mio apostolato». Inoltre essi erano in una condizione più debole (per usare un eufemismo) rispetto agli altri. Perciò egli dice (cap. 3,1- 2): «Poiché non vi ho parlato come a spirituali; perché finora non eravate in grado, né lo siete ancora adesso». (Egli dice questo affinché non pensassero che parlasse così solo in riferimento al passato). Tuttavia, era del tutto improbabile che tutti fossero corrotti; piuttosto, tra loro c’erano alcuni che erano molto santi. E questo lo significa nel mezzo della Lettera, dove dice (cap 4,3-6): «Per me è cosa da poco essere giudicato da voi», e aggiunge: «Queste cose le ho trasferite in figura a me stesso e ad Apollo».
Poiché tutti questi mali scaturivano dall’arroganza e dal fatto che gli uomini pensavano di sapere qualcosa fuori dal comune, egli li elimina prima di tutto e all’inizio dice:
Prima Omelia sulla prima lettera di San Paolo ai Corinzi
«Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo, per volontà di Dio, e il nostro fratello Sostene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi, insieme a tutti coloro che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo, Signore loro e nostro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo». (1 Cor 1,3)
1. Osservate come immediatamente, fin dall’inizio, egli abbatte il loro orgoglio e stronca ogni loro vanità, parlando di sé come di un chiamato. Perché ciò che ho imparato, dice, non l’ho scoperto da me stesso, né l’ho acquisito con la mia sapienza, ma mentre perseguitavo e devastavo la Chiesa, sono stato chiamato. Ora, quindi, tutto appartiene a Colui che chiama; nulla a colui che è chiamato, per così dire, se non l’obbedienza.
«di Gesù Cristo». Il vostro maestro è Cristo? E voi registrate nomi di uomini come patroni della vostra dottrina? Per volontà di Dio.
«per volontà di Dio» foste salvati in questo modo. Noi stessi non abbiamo fatto nulla di buono, ma per volontà di Dio siamo giunti a questa salvezza. E perché a lui è parso bene, siamo stati chiamati, non perché ne fossimo degni.
«e Sostene, nostro fratello». Un altro esempio della sua modestia? Mette sul suo stesso piano uno inferiore ad Apollo. Perché grande era la distanza tra Paolo e Sostene. Ora, se dove la distanza era così ampia, egli mette sullo stesso piano uno molto inferiore a lui, cosa possono avere da dire coloro che disprezzano i loro pari?
«Alla Chiesa di Dio». «Non di questo o di quell’uomo», ma di Dio.
«che è a Corinto». Vedete come a ogni parola egli abbatte il loro orgoglio gonfio, orientando in ogni modo i loro pensieri verso il cielo? La chiama anche Chiesa di Dio, dimostrando che deve essere unita. Perché se è da Dio, è unita, ed è una, non solo a Corinto, ma anche in tutto il mondo: perché il nome della Chiesa [2] non è un nome di separazione, ma di unità e concordia.
«ai santificati in Cristo Gesù». Di nuovo il nome di Gesù? Non trova posto per i nomi degli uomini. Ma cos’è la Santificazione? Il Lavacro, la Purificazione. Così gli ricorda la loro impurità, dalla quale li aveva liberati; così li persuade all’umiltà di mente, perché non per le loro buone opere, ma per l’amorevole benignità di Dio, erano stati santificati.
«chiamati ad essere santi». Infatti, anche questo, essere salvati mediante la fede, non dice da voi stessi. Non vi siete accostati per primi, ma siete stati chiamati. Sicché neppure questa piccola cosa vi appartiene completamente. Tuttavia, anche se vi foste avvicinati, responsabili come siete di innumerevoli iniquità, la grazia non sarebbe a causa vostra, ma di Dio. Per questo, anche scrivendo agli Efesini, disse: «Per grazia siete stati salvati mediante la fede, e ciò non viene da voi» (Ef 2,8) Nemmeno la fede vi appartiene completamente, perché non siete stati i primi a credere, ma avete obbedito alla chiamata.
«con tutti coloro che invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo». Non «di questo o di quell’uomo», «ma del nome del Signore».
2. «In ogni luogo, sia loro che nostro». Sebbene la lettera sia stata scritta solo ai Corinzi, tuttavia egli menziona tutti i fedeli che sono in tutta la terra, dimostrando che la Chiesa in tutto il mondo deve essere una, sebbene separata in vari luoghi; e molto di più, quella di Corinto. E sebbene i luoghi siano separati, il Signore li unisce insieme, essendo Egli comune a tutti. Perciò, unendoli, aggiunge: «sia loro che nostro». E questo è molto più efficace [per unire], che l’altro [per separare]. Poiché come gli uomini in un unico luogo, avendo tra loro molti e contraddittori maestri diventano distratti e il loro unico luogo non li aiuta ad essere di un unico pensiero, i loro maestri danno ordini in contrasto tra loro e tirano ciascuno per la propria strada, secondo quanto dice Cristo (Mt 6,24) «Non potete servire Dio e Mammona»; così coloro che si trovano in luoghi diversi, se non hanno signori diversi ma ne hanno uno solo, non sono danneggiati dalla diversità dei luoghi per quanto riguarda l’unanimità, poiché l’unico Signore li unisce. «Non dico questo, dunque, solo per i Corinzi – voi che siete Corinzi dovreste avere un solo pensiero – ma per tutti coloro che sono nel mondo intero, poiché avete un Maestro comune». Questo è anche il motivo per cui ha aggiunto una seconda volta “nostro”; poiché, dopo aver detto “il nome di Gesù Cristo nostro Signore”, per evitare che agli sprovveduti potesse sembrare che stesse facendo una distinzione, aggiunge nuovamente “nostro Signore e loro Signore”.
3. Affinché il mio concetto sia più chiaro, lo leggerò secondo il suo senso così: «Paolo e Sostene alla Chiesa di Dio che è a Corinto e a tutti coloro che invocano il nome di Colui che è sia nostro che loro Signore in ogni luogo, sia a Roma che in qualsiasi altro luogo si trovino: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Oppure ancora questo, che credo anche essere un po’ più corretto: «Paolo e Sostene a coloro che sono a Corinto, che sono stati santificati, chiamati ad essere santi, insieme a tutti coloro che invocano il Nome del nostro Signore Gesù Cristo nel luogo, sia loro che nostro»; cioè «grazia a voi e pace a voi che siete a Corinto, che siete stati santificati e chiamati; non solo a voi, ma a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome di Gesù Cristo, nostro Signore e loro».
Ora, se la nostra pace è per grazia, perché hai pensieri alti? Perché ti insuperbisci, essendo salvato per grazia? E se hai pace con Dio, perché desideri affidarti ad altri? Dal momento che a questo porta la separazione. Che cosa succede se sei in pace con quest’uomo e con l’altro trovi persino grazia? La mia preghiera è che entrambe queste cose possano essere tue da Dio? Sia da Lui, dico, sia verso di Lui. Poiché non rimangono al sicuro se non godono dell’influsso dall’alto, né se Dio non è il loro obiettivo ti gioveranno a nulla: perché non ci giova nulla, anche se siamo pacifici con tutti, se siamo in guerra con Dio. Così come non ci è dannoso, anche se da tutti gli uomini siamo considerati nemici, se siamo in pace con Dio. E ancora, non ci è di alcun vantaggio, se tutti gli uomini ci approvano mentre il Signore è da noi offeso. Né c’è alcun pericolo, anche se tutti ci evitano e ci odiano, se con Dio abbiamo accettazione e amore. Poiché ciò che è veramente grazia e vera pace viene da Dio, poiché chi trova grazia agli occhi di Dio, anche se soffre diecimila orrori, non teme nessuno; dico non solo nessuno, ma nemmeno il diavolo stesso. Ma chi ha offeso Dio teme tutti gli uomini, sebbene sembri essere al sicuro. Perché la natura umana è instabile, e non solo gli amici e i fratelli, ma anche i padri, prima d’ora, cambiavano il loro atteggiamento spesso per una piccola cosa anche verso colui che hanno generato, il ramo della loro pianta, diveniva per loro, più di tutti i nemici, oggetto di persecuzione. Anche i figli hanno ripudiato i loro padri. Così, se ci fate caso, Davide era in grazia presso Dio, Assalonne era in grazia presso gli uomini. Quale fu la fine di ciascuno e chi di loro ottenne il maggior onore, lo sapete. Abramo era in grazia presso Dio, il Faraone presso gli uomini, per compiacerlo consegnarono la moglie dell’uomo giusto. Chi dei due fu dunque il più illustre e l’uomo felice? Tutti lo sanno. E perché parlo di uomini giusti? Gli Israeliti godevano del favore di Dio, ma erano odiati dagli uomini, gli Egiziani. Eppure prevalsero sui loro nemici e li sconfissero, con quale grande trionfo, è ben noto a tutti voi.
Per questo, dunque, lavoriamo tutti con impegno: se sei uno schiavo, prega per questo, per trovare grazia presso Dio piuttosto che presso il tuo padrone; o una moglie, implori la grazia da Dio, suo Salvatore, piuttosto che dal marito; o un soldato, che implori la grazia che viene dall’alto anziché dal suo re e comandante. Perché così anche tra gli uomini sarete amati.
4. Ma come potrà un uomo trovare grazia presso Dio? In quale altro modo, se non mediante l’umiltà della mente? Perché Dio, dice uno, (Gc 4,6) «resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili»; e, (Salmo 50,17) «sacrificio a Dio è uno spirito contrito, un cuore affranto e umiliato, Dio non disprezza»
Poiché se l’umiltà è così amabile presso gli uomini, molto più presso Dio. Così sia quelli dei Gentili trovarono grazia, sia i Giudei non persero la grazia in nessun altro modo; (Rm 10,13) perché non erano sottomessi alla giustizia di Dio.
L’uomo umile di cui parlo è gradito e dilettevole a tutti gli uomini, e dimora in pace continua, e non ha in sé motivo di contese. Perché, anche se lo insultate, anche se lo offendete, qualunque cosa diciate, egli tacerà e sopporterà con mansuetudine, e avrà una pace così grande verso tutti gli uomini che non si può nemmeno descrivere. Sì, e anche con Dio. Perché i comandamenti di Dio ingiungono di essere in pace con gli uomini: e così tutta la nostra vita è resa prospera, attraverso la pace reciproca. Perché nessuno può ferire Dio: la sua natura è imperitura e al di sopra di ogni sofferenza. Nulla rende il cristiano così ammirevole come l’umiltà della mente. Ascolta, ad esempio, Abramo che dice:
«Ma io non sono che polvere e cenere» (Gn 18:27);
e ancora, Dio [dice] di Mosè, che «era il più mite di tutti gli uomini» (Nm 12,3
).
Perché nessuno fu mai più umile di lui che, essendo capo di un popolo così grande e avendo travolto nel mare il re e l’esercito di tutti gli Egiziani, come se fossero state mosche e avendo compiuto così tante meraviglie sia in Egitto che presso il Mar Rosso e nel deserto e avendo ricevuto una testimonianza così elevata, si sentiva esattamente come se fosse stato una persona comune e come genero si faceva più umile del suocero, (Es 18,24) ricevendo consiglio da lui, e non si indignò, né disse: “Che significa questo? Dopo tali e così grandi imprese sei venuto da noi con il tuo consiglio?
” Questo è ciò che la maggior parte delle persone sente: sebbene un uomo porti il miglior consiglio, lo disprezza, a causa dell’umiltà della persona. Ma non così fece, piuttosto per umiltà di mente fece bene ogni cosa. Per questo disprezzò anche le corti dei re, (Eb 11,24-26) poiché era davvero umile, perché la mente sana e lo spirito elevato sono il frutto dell’umiltà. Infatti, di quanta nobiltà e magnanimità, pensi, fosse segno il disprezzo del palazzo e della mensa regale? Poiché i re tra gli Egiziani sono onorati come dei e godono di ricchezze e tesori inesauribili. Ma nonostante tutto, abbandonando tutto questo e gettando via gli stessi scettri d’Egitto, si affrettò ad unirsi ai prigionieri e agli uomini logorati dalla fatica, la cui forza era consumata nell’argilla e nella fabbricazione di mattoni, uomini che i suoi stessi schiavi aborrivano. (Es 1,2) Corse da loro e li preferì ai loro padroni. Da ciò è chiaro che chiunque sia umile è anche grande e di animo elevato. Infatti l’orgoglio nasce da una mente comune e da uno spirito ignobile, mentre la moderazione nasce dalla grandezza d’animo e da un’anima elevata.
5. E, se vi piace, mettiamo alla prova ciascuno con degli esempi. Ditemi, chi mai fu più eccelso di Abramo? Eppure fu lui a dire: «Io non sono che polvere e cenere»;
fu lui a dire: «Non ci sia contesa tra me e te» (Gn 13,8
).
Ma quest’uomo, così umile, (Gn 14,21-24) disprezzò le spoglie persiane e non considerò i trofei barbari; e fece questo con grande magnanimità e con uno spirito nobilmente nutrito. Perché è davvero esaltato chi è veramente umile; (non l’adulatore né il dissimulatore) perché la vera grandezza è una cosa e l’arroganza un’altra. E questo diventa chiaro da questo esempio: se un uomo stima l’argilla come argilla e la disprezza e un altro ammira l’argilla come oro e la considera una cosa grande, chi, chiedo, è l’uomo dalla mente elevata? Non è forse colui che si rifiuta di ammirare l’argilla? E chi è abietto e meschino? Non è forse colui che l’ammira e le attribuisce grande importanza? Allo stesso modo considera anche questo caso: che chi si definisce polvere e cenere è esaltato, sebbene lo dica per umiltà; ma chi non si considera polvere e cenere, ma si tratta con amore e ha pensieri elevati, costui, da parte sua, deve essere considerato meschino, stimando grandi le piccole cose. Da qui è chiaro che per grande altezza di pensiero il patriarca pronunciò quella frase: «Io non sono che polvere e cenere»;
per altezza di pensiero, non per arroganza.
Come infatti nei corpi una cosa è essere sani e paffuti e un’altra cosa essere gonfi, sebbene entrambi indichino una piena abitudine della carne (ma in questo caso di carne malata, in quello di carne sana); così anche qui: una cosa è essere arroganti, che è, per così dire, essere gonfi, e un’altra cosa essere magnanimi, che è essere in uno stato di sanità. E ancora, uno è alto per la statura della sua persona, un altro, essendo basso, aggiungendo coturni [3] diventa più alto; ora dimmi, quale dei due dovremmo chiamare alto e grande? Non è forse chiaro? Colui la cui altezza deriva da se stesso, perché l’altro la possiede come qualcosa di non suo e calpestando cose di per sé inferiori, finisce per diventare una persona superiore: tale è il caso di molti uomini che si innalzano sulla ricchezza e sulla gloria. Il che non è esaltazione, perché è esaltato chi non desidera nulla di tutto ciò, ma lo disprezza e trae la sua grandezza da sé stesso. Diventiamo dunque umili per poter essere esaltati. «Perché chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11
).
Ora, l’uomo ostinato non è così, anzi, è il più comune di tutti i caratteri. Anche la bolla è gonfiata, ma il gonfiore non è sano; per questo chiamiamo queste persone gonfie.
Mentre l’uomo sobrio non ha pensieri elevati, nemmeno nelle grandi fortune, conoscendo la propria umiliazione, ma l’uomo volgare anche nelle sue preoccupazioni insignificanti si abbandona a un’orgogliosa fantasia.
6. Acquisiamo, quindi, quell’elevatezza che deriva dall’umiltà. Esaminiamo la natura delle cose umane, affinché possiamo accendere in noi il desiderio ardente delle cose future; poiché non è possibile diventare umili se non attraverso l’amore per ciò che è divino e il disprezzo per ciò che è presente.
Proprio come un uomo che sta per ottenere un regno, se invece di quella veste porpora gli si offrono banali complimenti, li considererà insignificanti, così anche noi rideremo con disprezzo di tutte le cose presenti, se desideriamo quell’altro tipo di onore. Non vedete i bambini, quando giocano a fare i soldati, preceduti da araldi e littori, con un ragazzo che marcia in mezzo al posto del generale, quanto sia infantile tutto ciò? Così sono tutte le cose umane; anzi, sono ancora più insignificanti di queste: oggi ci sono, domani non ci sono più. Cerchiamo quindi di essere al di sopra di queste cose; e non solo non desideriamole, ma vergogniamoci anche se qualcuno ce le propone. Così, scacciando l’amore per queste cose, possederemo quell’altro amore che è divino e godremo della gloria immortale.
Che Dio ci conceda di ottenerla, attraverso la grazia e l’amorevole benignità del nostro Signore Gesù Cristo, del quale sono, con il Padre il santo e buono Spirito, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amin.
[1] Il commento si riferisce ad Atti 19,16, per errore riferito a Corinto al posto di Efeso
[2] ἐκκλησία: propriamente assemblea
[3] coturni: antiche calzature romane e greche, simili a stivaletti o sandali, spesso con suola alta e anche utilizzati dagli attori tragici per aumentare la loro altezza sul palco.

Seconda Omelia sulla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi
«Ringrazio sempre il mio Dio per voi, per la grazia di Dio che vi è stata data in Gesù Cristo, perché in lui siete stati arricchiti in ogni cosa». (1 Cor 1,4-5)
1. Ciò che esorta gli altri a fare, dicendo: «Fate conoscere le vostre richieste a Dio con ringraziamento»
lo stesso faceva anche lui stesso, insegnandoci a cominciare sempre da queste parole e a rendere grazie a Dio prima di ogni cosa. Poiché nulla è così gradito a Dio quanto il fatto che gli uomini siano grati, sia per se stessi che per gli altri: per questo motivo egli introduce quasi ogni Epistola con questa affermazione. Ma l’occasione per farlo è ancora più urgente qui che nelle altre Epistole. Infatti chi rende grazie, lo fa sia perché sta bene, sia come riconoscimento di un favore: ora un favore non è un debito, né una ricompensa, né un pagamento: il che in effetti è importante da dire ovunque, ma molto di più nel caso dei Corinzi che stavano a bocca aperta dietro ai divisori della Chiesa.(Fil 4,6)
,
2. «Al mio Dio».
Con grande sentimento si appropria di ciò che è comune e lo fa suo; come anche i profeti di tanto in tanto sono soliti dire: «O Dio, Dio mio» (Sal 43,4; 62,1
);
e per incoraggiamento li incita a usare anche loro lo stesso linguaggio. Tali espressioni, infatti, appartengono a chi si ritira da tutte le cose secolari e si muove verso Colui che invoca con tanto fervore: poiché solo colui che dalle cose di questa vita si eleva sempre verso Dio, lo antepone sempre a tutto e rende continuamente grazie, non solo per la grazia già concessa, ma anche per qualsiasi benedizione gli sia stata concessa in seguito, anche per questo gli offre la stessa lode. Perciò non dice semplicemente: «Rendo grazie
in ogni momento riguardo a voi»;
istruendoli a essere grati sempre e a nessun altro se non a Dio solo.
3. «Per la grazia di Dio».
Vedete come da ogni parte trae spunti per correggerli? Perché dove c’è grazia
, non ci sono opere; dove ci sono opere,
non c’è più grazia.
Se dunque è grazia,
perché vi insuperbite? Da dove vi gonfiate?
«Che vi è stato dato».
E da chi è stato dato? Da me o da un altro Apostolo? Niente affatto, ma da Gesù Cristo.
Infatti l’espressione «in Gesù Cristo»
significa questo. Osservate come in vari luoghi egli usi la parola [ἐν], “in”,
invece di [δἰ οὗ], “per mezzo del quale”;
quindi il suo significato non è inferiore.
«Che in ogni cosa siete stati arricchiti». Ancora una volta, da chi? Da Lui, è la risposta. E non solo siete stati arricchiti, ma in ogni cosa. Poiché allora è prima di tutto ricchezza, ricchezza di Dio, poi in ogni cosa e infine attraverso l’Unigenito, riflettete sul tesoro ineffabile!
1 Corinzi 1,5
«In ogni parola e in ogni conoscenza». “Parola” [o espressione], non come quella dei pagani, ma quella di Dio. Perché c’è conoscenza senza parola e c’è conoscenza con parola. Infatti ci sono molti che possiedono la conoscenza, ma non hanno il potere della parola; come coloro che sono ignoranti e incapaci di esprimere chiaramente ciò che hanno in mente. Voi, dice, non siete come questi, ma siete capaci sia di comprendere che di parlare.
1 Corinzi 1,6
«Proprio come la testimonianza di Cristo è stata confermata in voi». Sotto il pretesto delle lodi e dei ringraziamenti, egli li tocca con durezza. Perché non è stata la filosofia pagana, dice, né la disciplina pagana, ma la grazia di Dio, e le ricchezze, e la conoscenza, e la parola da Lui data, che vi hanno permesso di apprendere le dottrine della verità e di essere confermati nella testimonianza del Signore, cioè nel Vangelo. Perché avete avuto il beneficio di molti segni, molti prodigi, una grazia indicibile, per farvi accogliere il Vangelo. Se dunque siete stati confermati dai segni e dalla grazia, perché vacillate? Ora, queste sono le parole di uno che rimprovera e allo stesso tempo li conquista a suo favore.
1 Corinzi 1,7
4. «Così che non vi manca alcun dono»
.
Qui sorge una grande domanda. Coloro che erano stati arricchiti in ogni parola,
così da non essere rimasti indietro in alcun dono,
sono forse carnali? Se infatti lo erano all’inizio, molto di più ora. Come mai allora li chiama carnali?
Perché, dice, «non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma come a carnali». (1 Cor 3,1)
Che cosa dobbiamo dire dunque? Che avendo creduto all’inizio e ottenuto tutti i doni (perché in verità li cercavano ardentemente), in seguito sono diventati negligenti. O, se non è così, che non a tutti vengono dette queste cose o quelle; ma le une a coloro che erano soggetti alle sue critiche, le altre a coloro che erano adornati delle sue lodi. Infatti, quanto al fatto che avessero ancora dei doni, «ciascuno»,
dice, «ha un salmo, ha una rivelazione, ha un dono in lingua, ha un’interpretazione; Si faccia tutto per l’edificazione» (1 Cor 14,26-29
).
E: «I profeti parlino in due o tre».
Oppure, potremmo esprimerlo in modo leggermente diverso: come siamo soliti chiamare la maggior parte il tutto, così anche lui ha parlato in questo luogo. Credo, tuttavia, che alluda ai suoi stessi comportamenti; poiché anche lui aveva mostrato dei segni, come dice anche nella seconda Epistola: «In verità i segni di un Apostolo sono stati compiuti tra voi in tutta pazienza» (2 Cor 12,12-13);
e ancora: «In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre chiese?»
Oppure, come dicevo, egli ricorda loro i suoi miracoli e parla così pensando a coloro che erano ancora approvati. Infatti, c’erano molti uomini santi che si erano dedicati al servizio dei santi
ed erano diventati le primizie dell’Acaia,
come dichiara (1 Corinzi 16,15) verso la fine.
5. In ogni caso, sebbene le lodi non siano molto vicine alla verità, tuttavia sono inserite a titolo precauzionale, preparando in anticipo la strada al suo discorso. Infatti, chiunque fin dall’inizio dica cose spiacevoli, esclude le sue parole dall’ascolto dei più deboli: poiché se gli ascoltatori sono pari a lui in grado si adirano, se sono di gran lunga inferiori, si irriteranno. Per evitare ciò, inizia con quelle che sembrano lodi. Dico: sembrano! Poiché nemmeno questa lode apparteneva a loro, ma alla grazia di Dio. Infatti, che avessero la remissione dei peccati e fossero giustificati, questo era un dono dall’alto. Per questo motivo si sofferma anche su questi punti, che mostrano la benignità di Dio, affinché Egli possa purificare più pienamente la loro malattia.
6. «Aspettando la rivelazione (ἀποκάλυψιν) del nostro Signore Gesù Cristo»
.
«Perché vi agitate tanto»
, dice, «perché vi turbate perché Cristo non è venuto?» Anzi, è venuto e il Giorno è ormai alle porte.
E considerate la sua sapienza; come per distoglierli dalle considerazioni umane, li terrorizza menzionando il terribile tribunale e sottintendendo così che non solo gli inizi devono essere buoni, ma anche la fine. Poiché con tutti questi doni e con tutto ciò che è buono, dobbiamo essere consapevoli di quel Giorno: e c’è bisogno di molte fatiche per poter giungere alla fine. “La rivelazione” è
la sua parola, implica che, sebbene Egli non sia visto, tuttavia è, ed è presente anche ora e allora apparirà. Perciò c’è bisogno di pazienza, perché a questo scopo avete ricevuto i miracoli, affinché possiate rimanere saldi.
1 Corinzi 1,8
7. «Il quale vi confermerà sino alla fine, affinché siate irreprensibili»
.
Qui sembra che li corteggi, ma il detto è privo di ogni adulazione; perché sa anche come convincerli; come quando dice: «Ora alcuni si gonfiano come se io non volessi venire da voi» (1 Cor 4,18-21
);
e ancora: «Che volete? Verrò da voi con la verga o con amore e con spirito di mansuetudine?»
E: «Poiché cercate una prova che Cristo parla in me» (2 Cor 13,3
).
Ma li sta anche accusando velatamente: perché, dicendo: «Egli confermerà»,
e la parola «irreprensibile»
li contraddistingue come ancora vacillanti e passibili di rimprovero.
Ma considera come egli li fissa sempre, come con chiodi, al Nome di Cristo. E non un uomo o un maestro qualsiasi, ma continuamente il Desiderato stesso è ricordato da lui: ponendosi, per così dire, a risvegliare coloro che erano stanchi dopo qualche dissolutezza. Infatti, in nessun’altra Epistola il Nome di Cristo ricorre così continuamente. Ma qui lo troviamo, molte volte in pochi versetti; e per mezzo di esso egli intreccia, si può dire, l’intero proemio. Leggetelo dall’inizio. Paolo, chiamato a essere un apostolo di Gesù Cristo, a coloro che sono stati santificati in Gesù Cristo, che invocano il Nome del nostro Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio il mio Dio per la grazia che vi è stata data da Gesù Cristo, così come la testimonianza di Cristo è stata confermata in voi, aspettando la rivelazione del nostro Signore Gesù Cristo, che vi confermerà irreprensibili nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo. Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore. E vi prego, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo. V
edete la ripetizione costante del Nome di Cristo? Da ciò è chiaro anche al più distratto che egli non lo fa per caso o inconsapevolmente, ma affinché, mediante l’incessante applicazione di quel Nome glorioso, possa fomentare la loro infiammazione e purificare la corruzione della malattia.
1 Corinzi 1,9
8. «Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo».
Meraviglioso! Quanto grande è la cosa che dice qui! Quanto grande è la grandezza del dono che dichiara! Siete stati chiamati alla comunione dell’Unigenito e vi abbandonate agli uomini? Cosa può esserci di peggio di questa miseria? E come siete stati chiamati? Dal Padre. Poiché “per mezzo di Lui”
e “in Lui”
erano frasi che egli usava costantemente riguardo al Figlio, affinché gli uomini non pensassero che lo menzionasse come inferiore: egli attribuisce le stesse cose al Padre. Poiché non per mezzo di questo o di quello, dice, ma «per mezzo del Padre»
siete stati chiamati; per mezzo di Lui siete anche stati arricchiti.
Di nuovo, «siete stati chiamati»;
non vi siete avvicinati voi stessi. Ma cosa significa: «alla comunione del Figlio suo»?
Ascoltatelo dichiarare questa stessa cosa più chiaramente altrove. «Se perseveriamo, anche regneremo con lui» (2 Tim 2,12); «Se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui». Poi, poiché era una grande cosa quella che aveva detto, aggiunge un argomento carico di convinzione e inconfutabile: «perché», dice, «Dio è fedele»,
cioè veritiero.
Ora, se è vero,
ciò che ha promesso lo farà anche. E ha promesso di farci partecipi del suo unigenito Figlio; perché anche a questo fine ci ha chiamati. Infatti «i suoi doni e la chiamata di Dio» (Rom 11,29
) sono senza pentimento.
Queste cose, con una sorta di arte divina, egli inserisce così presto, affinché, dopo la veemenza dei rimproveri, non cadano nella disperazione. Infatti, certamente la parte di Dio seguirà, se non saremo del tutto impazienti delle Sue briglie (ἀφηνιάσωμεν). Come gli ebrei, essendo stati chiamati, non vollero ricevere le benedizioni, ma questo non dipendeva più da Colui che chiamava, ma dalla loro mancanza di senno. Perché Egli era certamente disposto a dare, ma loro, rifiutando di ricevere, si sono sbarazzati di se stessi. Infatti, se Egli avesse chiamato a un’impresa dolorosa e faticosa, nemmeno in quel caso sarebbero stati perdonabili nel trovare scuse; tuttavia, avrebbero potuto dire che così era. Ma se la chiamata è alla purificazione, (Cfr. 1 Cor 1,4-7) e alla giustizia, alla santificazione, alla redenzione, alla grazia, al dono gratuito e ai beni in serbo, che occhio non ha visto, né orecchio ha udito. Ed è Dio che chiama, e chiama da sé stesso. Quale perdono possono meritare coloro che non accorrono a Lui? Nessuno dunque accusi Dio, perché l’incredulità non viene da Colui che chiama, ma da coloro che si allontanano da Lui.
9. Ma qualcuno dirà: Egli dovrebbe condurre gli uomini, anche contro la loro volontà.
Basta così! Egli non usa violenza né costringe. Chi infatti, invitando a onori, corone, banchetti e feste, trascina la gente controvoglia e incatenata? Nessuno. Perché questo è proprio di chi infligge una pena. Al fuoco Egli porta gli uomini legati e lamentosi: allo stato senza fine delle benedizioni no. Altrimenti sarebbe un disonore per le benedizioni stesse, se la loro natura non fosse tale da indurre gli uomini a correre verso di esse di loro spontanea volontà e con grande gratitudine.
Da dove viene allora,
dite, che non tutti gli uomini le scelgono?
Dalla loro stessa infermità. E perché non recide la loro infermità?
E come, ditemi, in che modo dovrebbe reciderla? Non ha forse creato un mondo che insegna la Sua amorevole benignità e la Sua potenza? «Perché i cieli»,
dice uno, «raccontano la gloria di Dio» (Sal 19,1
).
Non ha forse mandato anche dei profeti? Non ci ha forse chiamati e onorati? Non ha forse compiuto prodigi? Non ha forse dato una legge sia scritta che naturale? Non ha forse mandato Suo Figlio? Non ha forse incaricato degli Apostoli? Non fu esente dai peccati? Non ha forse minacciato l’inferno? Non ha forse promesso il regno? Non fa sorgere il Suo sole ogni giorno? Le cose che ha comandato non sono forse così semplici e facili, che molti trascendono i Suoi comandamenti nella grandezza della loro abnegazione? «Cosa c’era da fare alla vigna che io non l’ho fatto?
» (Is 5,4).
10. E perché,
dici, non ha reso la conoscenza e la virtù naturali per noi?
Chi parla così? Il greco o il cristiano? Entrambi, certo, ma non sulle stesse cose: l’uno infatti solleva la sua obiezione in vista della conoscenza, l’altro in vista della condotta. Prima, dunque, risponderemo a chi è dalla nostra parte; perché io non considero tanto quelli esterni, quanto le nostre membra.
Che cosa dice allora il cristiano? Sarebbe stato giusto che avesse instillato in noi la conoscenza stessa della virtù.
L’ha instillata, perché se non l’avesse fatto, da dove avremmo saputo cosa bisogna fare e cosa tralasciare? Da dove vengono le leggi e i tribunali? Ma Dio avrebbe dovuto impartirci non solo la conoscenza, ma anche la pratica stessa della virtù.
Perché, allora, cosa avreste da ricevere in ricompensa, se tutto fosse da Dio? Dimmi, Dio punisce allo stesso modo te e il greco quando commettete un peccato? Certamente no. Perché fino a un certo punto hai fiducia, cioè quella che nasce dalla vera conoscenza. Che diresti allora se qualcuno ora dicesse che, in base alla conoscenza, tu e il greco sarete considerati di pari merito? Non ti ripugna? Credo proprio di sì. Perché diresti che il greco, avendo di suo i mezzi per raggiungere la conoscenza, non ha voluto. Se dunque anche quest’ultimo dicesse che Dio avrebbe dovuto instillare in noi la conoscenza per natura, non lo derideresti e gli diresti: “Ma perché non l’hai cercata? Perché non hai fatto sul serio come me?”. E tu rimarrai fermo con molta fiducia e dirai che è stata un’estrema follia biasimare Dio per non aver instillato la conoscenza per natura. E questo dirai perché hai ottenuto ciò che appartiene alla conoscenza. Così, anche se avessi compiuto ciò che appartiene alla pratica, non avresti sollevato queste questioni: ma sei stanco della pratica virtuosa, quindi ti ripari con queste parole sconsiderate. Ma come potrebbe essere giusto far sì che per necessità si diventi buoni? Allora avremo poi le bestie brute a contendere con noi sulla virtù, visto che alcune di loro sono più temperanti di noi.
Ma tu dici: “Avrei preferito essere buono per necessità, e così perdere ogni ricompensa, piuttosto che cattivo per scelta deliberata, per essere punito e subire vendetta”.
Ma è impossibile che si possa mai essere buoni per necessità. Se dunque non sai cosa si dovrebbe fare, mostracelo, e poi ti diremo cosa è giusto dire. Ma se sai che l’impurità è malvagia, perché non fuggi il male?
Non posso,
dici. Ma altri che hanno fatto cose più grandi di questa ti interrogheranno e avranno la forza di chiuderti la bocca. Perché tu, forse, pur vivendo con una moglie, non sei casto; ma un altro, anche senza moglie, mantiene inviolata la sua castità. Ora, che scusa hai per non osservare la regola, mentre un altro addirittura oltrepassa i limiti che sono stati tracciati per delimitarla?
Ma tu dici: “Non sono di questo tipo, né per costituzione fisica né per disposizione d’animo”.
Questo non per mancanza di forza, ma di volontà. Perché così dimostro che tutti hanno una certa predisposizione alla virtù: ciò che un uomo non può fare, non lo potrà fare nemmeno se gli fosse imposta la necessità; ma se, essendogli imposta la necessità, ne è capace, chi non lo fa, lo fa per scelta. Intendo dire questo: volare in alto ed essere trasportati verso il cielo, avendo un corpo pesante, è semplicemente impossibile. Che dire allora, se un re ordinasse a qualcuno di fare questo e lo minacciasse di morte, dicendo: “Quelli che non volano, io decreto che perdano la testa, o siano bruciati, o qualche altra punizione simile”,
gli obbedirebbe qualcuno? Sicuramente no. Perché la natura non ne è capace. Ma se nel caso della castità si facesse la stessa cosa, e si stabilissero leggi che punissero gli impuri, li bruciassero, li flagellassero, li sottoponessero a torture estreme, non obbedirebbero forse molti alla legge? Direte di no: perché anche ora è stabilita una legge che proibisce di commettere adulterio e tutti non la rispettano.
Non perché il timore perda il suo potere, ma perché la maggior parte si aspetta di non essere osservata. Così che se, quando stavano per commettere un’azione impura, il legislatore e il giudice si presentassero davanti a loro, il timore sarebbe abbastanza forte da scacciare la concupiscenza. Anzi, se applicassi un altro tipo di forza inferiore a questa; se prendessi l’uomo e lo allontanassi dalla persona amata e lo chiudessi in catene, egli sarebbe in grado di sopportarlo senza subire alcun grave danno. Non diciamo dunque che un tale individuo sia malvagio per natura: perché se un uomo fosse per natura buono, non potrebbe mai diventare malvagio e se fosse malvagio per natura, non potrebbe mai essere buono. Ma, ora vediamo che i cambiamenti avvengono rapidamente e che gli uomini passano rapidamente da una parte all’altra, e da quella ricadono di nuovo in questa. E queste cose non le vediamo solo nelle Scritture, ad esempio che i pubblicani sono diventati apostoli e i discepoli traditori e le prostitute caste e i ladri uomini di buona reputazione e i maghi hanno adorato e gli empi sono passati alla pietà; sia nel Nuovo Testamento che nell’Antico. Ma ogni giorno un uomo può vedere accadere molte di queste cose. Ora, se le cose fossero per natura, non potrebbero cambiare. Perché così noi, essendo per natura sensibili, non potremmo mai, con alcuno sforzo, diventare privi di sensibilità. Infatti ciò che è, qualunque cosa sia per natura, non può mai decadere dalla sua condizione naturale. Nessuno, ad esempio, è mai passato dalla sonnolenza all’insonnia, nessuno da uno stato di corruzione all’incorruttibilità, nessuno dalla fame alla perpetua assenza di quella sensazione. Perciò queste cose non sono né motivo di accusa, né ce ne rimproveriamo, né mai qualcuno, volendo biasimare un altro, gli ha detto: “O tu, corruttibile e soggetto alla passione”,
ma, sia l’adulterio che la fornicazione o qualcosa del genere, noi li addebitiamo sempre a coloro che ne sono responsabili e li portiamo davanti ai giudici, che li biasimano e puniscono e nei casi contrari conferiscono onori.
11. Poiché dunque, sia dal nostro comportamento reciproco, sia dal comportamento degli altri nei nostri confronti quando veniamo giudicati, sia dalle cose su cui abbiamo scritto leggi, sia dalle cose in cui ci condanniamo, sebbene non ci sia nessuno ad accusarci, sia dai casi in cui diventiamo peggiori per indolenza e migliori per paura, sia dai casi in cui vediamo altri comportarsi bene e raggiungere l’apice dell’autocontrollo (φιλοσοφίας), è del tutto chiaro che anche noi abbiamo il potere di fare il bene: perché, per lo più, ci inganniamo invano con pretesti e scuse spietate, che non solo non portano alcun perdono, ma addirittura una punizione intollerabile? Quando dovremmo tenere davanti agli occhi quel giorno terribile e prestare attenzione alla virtù e dopo un po’ di fatica, ottenere le corone incorruttibili? Queste parole, infatti, non saranno per noi una difesa; anzi, i nostri conservi e coloro che hanno praticato le virtù contrarie condanneranno tutti coloro che persistono nel peccato: il crudele sarà condannato dal misericordioso, il malvagio dal buono, il feroce dal gentile, il rancoroso dal cortese, il vanaglorioso dall’abnegato, l’indolente dal serio, l’intemperante dal sobrio. Così Dio ci giudicherà e metterà al loro posto entrambe le compagnie: da una parte la lode, dall’altra la punizione. Ma Dio non voglia che alcuno dei presenti sia tra i puniti e disonorati, ma piuttosto tra coloro che sono incoronati e vincitori del regno.
Che Dio ci conceda di ottenere la grazia per la benevolenza del nostro Signore Gesù Cristo e a Lui, insieme al Padre e al Santo Spirito siano gloria, potenza e onore, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.
Amin.

Terza Omelia sulla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi
1 Corinzi 1:10
«Ora vi esorto, fratelli, per il nome del nostro Signore Gesù Cristo, ad avere tutti un medesimo parlare e a non avere scismi tra voi, ma ad essere tutti uniti nello stesso modo di pensare e di sentire». (1 Cor 1,10)
Ciò che ho ripetuto più volte, ovvero che dobbiamo formulare i nostri rimproveri con dolcezza e gradualità, lo fa anche qui Paolo, in quanto, mentre sta per affrontare un argomento pieno di pericoli e tale da abbattere la Chiesa dalle sue fondamenta, usa un linguaggio molto mite. La sua parola è una supplica
e li supplica per mezzo di Cristo,
come se nemmeno lui fosse sufficiente da solo a fare questa supplica e a prevalere.
Ma che significa questo, «vi esorto per Cristo»?
Prendo Cristo a combattere al mio fianco e per aiutarmi, prendo il Suo Nome ingiuriato e insultato.
Un modo di parlare davvero terribile! Per timore che si dimostrino duri e sfacciati, perché il peccato rende gli uomini irrequieti. Perciò se subito rimproveri aspramente, rendi un uomo fiero e sfacciato, ma se lo metti in imbarazzo, gli pieghi il collo, metti a tacere la sua fiducia, gli fai abbassare la testa. Essendo questo obiettivo anche di Paolo, egli si accontenta per un po’ di supplicarli nel Nome di Cristo. E qual è, tra tutte le cose, l’oggetto della sua richiesta?
«ad avere tutti un medesimo parlare e a non avere scismi tra voi».
La forza enfatica della parola “scisma”,
intendo il nome stesso, era un’accusa sufficiente. Infatti non erano diventate molte parti, ciascuna intera in sé stessa, ma piuttosto l’Unico [Corpo che esisteva originariamente] era perito. Se fossero state Chiese intere, ce ne sarebbero potute essere molte, ma se fossero stati scismi, allora quell’Unico primordiale se n’era andato. Infatti ciò che è intero in sé stesso non solo non diventa molteplice per divisione in molte parti, ma persino l’Uno originario va perduto. Tale è la natura degli scismi.
2. In secondo luogo, poiché li aveva trattati duramente usando la parola scisma,
di nuovo li blandisce e li placa, dicendo: «affinché siate perfettamente uniti nella stessa mente e nello stesso giudizio».
Cioè, poiché aveva detto: affinché diciate tutti la stessa cosa, non pensate,
aggiunge, che io abbia detto che la concordia debba essere solo nelle parole, cerco quell’armonia che è della mente.
Ma poiché esiste una cosa come l’accordo nelle parole, e questo sinceramente, non tuttavia su tutti gli argomenti, per questo aggiunse: “Affinché possiate essere perfezionati insieme”.
Infatti chi è unito in una cosa, ma in un’altra dissente, non è più perfetto,
né adatto a una completa concordia. Esiste anche una cosa come l’armonia delle opinioni, dove non c’è ancora armonia di sentimento. Per esempio, quando abbiamo la stessa fede non siamo uniti nell’amore, perché così, nelle opinioni siamo uno (poiché pensiamo le stesse cose), ma nel sentimento non siamo così. E così era il caso a quel tempo. Questa persona sceglie un [capo], e quella un altro. Per questo motivo dice che è necessario essere concordi sia nella mente
che nel giudizio.
Infatti, non è da una differenza di fede che sono sorti gli scismi, ma dalla divisione del giudizio dovuta alla contesa umana.
3. Ma poiché colui che viene biasimato non si vergogna finché non ha testimoni, osserva come, non permettendo loro di negare il fatto, ne adduce alcuni a testimonianza.
1 Corinzi 1,11
«Poiché ciò mi è stato segnalato a vostro riguardo, fratelli miei, da quelli della famiglia di Cloe». Né lo disse subito, ma prima presentò la sua accusa, come uno che si fidava dei suoi informatori. Perché, se così non fosse stato, non avrebbe trovato da ridire. Paolo, infatti, non era uno che credeva alla leggera. Né disse subito: “Ci è stato segnalato”, per non sembrare che si basasse sulla loro autorità; né omise del tutto di menzionarli, per non sembrare che parlasse solo di sé stesso. E ancora, li chiama fratelli perché, sebbene la colpa sia evidente, non c’è nulla che impedisca di chiamare comunque fratelli le persone. Considerate anche la sua prudenza nel non parlare di una persona in particolare, ma dell’intera famiglia, per non renderli ostili al denunciato: in questo modo, infatti, li protegge e, allo stesso tempo, espone senza timore l’accusa. Infatti, aveva a cuore il bene non solo di una parte, ma anche dell’altra. Perciò non dice: “Mi è stato riferito da alcuni”, ma indica anche la famiglia, affinché non si creda che egli stia inventando.
4. Cosa è stato dichiarato? Che ci sono contese tra voi.
Perciò, quando li rimprovera, dice: «Che non ci siano divisioni tra voi»;
ma quando riporta le dichiarazioni degli altri, lo fa con più dolcezza; dicendo: «Perché mi è stato dichiarato… che ci sono contese tra voi», per non creare problemi a coloro che lo hanno informato.
1 Corinzi 1,12
Poi dichiara anche il tipo di contesa. Che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo, io di Apollo e io di Cefa».
Contese,
dice, non di cose private, ma di cose più gravi.
Questo lo dice a ciascuno di voi,
perché la corruzione non ha pervaso una parte, ma tutta la Chiesa. E tuttavia non parlava di sé, né di Pietro, né di Apollo, ma egli vuol significare che se non ci si doveva appoggiare a loro, tanto meno agli altri. Poiché non avevano parlato di loro, egli dice più avanti: «E queste cose le ho trasferite in figura a me stesso e ad Apollo, affinché impariate in noi a non andare oltre le cose che sono scritte». Infatti, se non era giusto per loro chiamarsi con il nome di Paolo, di Apollo e di Cefa, tanto meno di altri. Se sotto il Maestro e il primo degli Apostoli, uno che aveva istruito così tanta gente, non era giusto arruolarsi, tanto meno sotto coloro che non erano nulla. A mo’ di iperbole, quindi, nel tentativo di distoglierli dalla loro malattia, elenca questi nomi. Inoltre, rende la sua argomentazione meno severa, non menzionando per nome i rozzi divisori della Chiesa, ma nascondendoli, come dietro una sorta di maschera, con i nomi degli Apostoli.
«Io sono di Paolo, io di Apollo e io di Cefa»
.
Non stimandosi più di Pietro, ha messo il suo nome per ultimo, ma ha preferito Pietro a sé stesso, e di gran lunga. Ha strutturato la sua affermazione in modo tale che non si pensasse che lo facesse per invidia o, per gelosia, per sminuire l’onore altrui. Per questo ha messo il proprio nome al primo posto. Infatti, chi si pone al primo posto per essere rigettato, non lo fa per amore dell’onore, ma per estremo disprezzo di questo tipo di reputazione. Si pone, infatti, sulla via di tutta la discussione, e poi menziona Apollo e poi Cefa. Non dunque per magnificare se stesso ha fatto questo, ma nel parlare di cose sbagliate ha somministrato prima la correzione necessaria nella sua persona.
5. Ora, che coloro che si associavano a questo o a quell’uomo fossero in errore, è evidente. E giustamente li rimprovera, dicendo: Non fate bene a dire: “Io sono di Paolo, io di Apollo e io di Cefa”.
Ma perché ha aggiunto: ” E io di Cristo”?
Infatti, sebbene fossero in errore coloro che si dedicavano agli uomini, non certamente coloro che si dedicavano a Cristo. Ma questa non era la sua accusa, che si chiamassero con il nome di Cristo, ma che non tutti si chiamassero con quel nome solo. E penso che abbia aggiunto questo di sua iniziativa, volendo rendere l’accusa più grave e sottolineare che, secondo questa regola, Cristo deve essere considerato appartenente a un solo partito, sebbene essi stessi non usassero il nome in questo modo. Infatti, che questo fosse ciò a cui alludeva, lo dichiarò nel seguito, dicendo:
1 Corinzi 1,13
«Cristo è diviso?»
Ciò che dice si riduce a questo: avete fatto a pezzi Cristo e distribuito il suo corpo.
Ecco l’ira! Ecco il rimprovero! Ecco le parole piene di indignazione! Perché ogni volta che, invece di discutere, interroga soltanto, il suo agire implica un’assurdità confessata.
Ma alcuni sostengono che egli abbia accennato a qualcos’altro, dicendo: «Cristo è diviso», come se avesse detto: «Egli ha distribuito agli uomini e diviso la Chiesa, prendendone una parte per sé e dando loro l’altra». Poi, nel seguito, egli si sforza di confutare questa assurdità, dicendo: «È forse Paolo che è stato crocifisso per voi, o siete stati battezzati nel nome di Paolo?». Osservate il suo animo amorevole verso Cristo: come da quel momento in poi egli porta l’intera questione al punto nel proprio nome, dimostrando, e più che dimostrando, che questo onore non appartiene a nessuno. E affinché nessuno possa pensare che sia stata l’invidia a spingerlo a dire queste cose, per questo si mette costantemente in mostra. Osservate anche il suo modo premuroso, nel senso che non dice: “Paolo ha forse creato il mondo?” “Paolo vi ha forse generati dal nulla?
” Ma solo quelle cose che appartenevano come tesori scelti ai fedeli ed erano considerate con grande sollecitudine, sono quelle che specifica: la Croce, il Battesimo e le benedizioni che ne conseguono. Poiché la bontà di Dio verso gli uomini si è manifestata anche nella creazione del mondo, ma in null’altro come nella condiscendenza mediante la croce. E non disse: “Paolo è morto per voi?
” ma: “Paolo è stato forse crocifisso?”,
specificando anche il genere della morte.
Oppure siete stati battezzati nel nome di Paolo?
Di nuovo, non dice: “Paolo vi ha battezzato?”.
Infatti, egli battezzò molti, ma la questione non era da chi fossero stati battezzati, ma nel nome di chi fossero stati battezzati! Poiché anche questo era motivo di scismi, il fatto che fossero chiamati con il nome di coloro che li battezzavano, egli corregge questo errore dicendo allo stesso modo: “Siete stati battezzati nel nome di Paolo?”. “
Non ditemi chi ha battezzato”,
dice, “ma nel nome di chi”. Infatti non è colui che battezza, ma colui che è invocato nel Battesimo, l’oggetto della ricerca. Questi è infatti colui che perdona i nostri peccati.
E a questo punto interrompe il discorso e non approfondisce ulteriormente l’argomento. Infatti non dice: “Paolo vi ha annunziato i beni futuri?”. Vi ha promesso il regno dei cieli?
Perché allora, chiedo, non aggiunge anche queste domande? Perché non è una cosa sola promettere un regno ed essere crocifissi. Infatti, il primo non subisce né pericolo né vergogna, il secondo, invece, tutte queste cose. Inoltre, egli dimostra il primo a partire dal secondo: infatti, dopo aver detto: «Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio»,
aggiunge: «come non ci donerà anche ogni cosa con lui?» (Rm 8,32
).
E ancora: «Se infatti, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, molto più che riconciliati, saremo salvati» (Rm 5,10
).
Questo è stato uno dei motivi per cui non ha aggiunto ciò che ho appena menzionato e anche perché il primo non l’avevano ancora fatto, ma avevano già sperimentato il secondo. Il primo era nella promessa, il secondo si era già avverato.
1 Corinzi 1,14
6. «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio»
.
Perché vi vantate di aver battezzato, quando io stesso ringrazio di non averlo fatto?
Così dicendo, con una sorta di arte divina (οἰκονομικῶς), egli elimina il loro orgoglio gonfio su questo punto, non con l’efficacia del battesimo – Dio non voglia – ma con la stoltezza di coloro che si vantavano di essere stati battezzatori. In primo luogo, dimostrando che il Dono non è loro, e, in secondo luogo, ringraziando Dio per questo. Perché il Battesimo è davvero una grande cosa, ma la sua grandezza non è l’opera della persona che battezza, ma di Colui che è invocato nel Battesimo: poiché battezzare non è nulla per quanto riguarda il lavoro dell’uomo, ma è molto meno che predicare il Vangelo. Sì, lo ripeto, grande è davvero il Battesimo, e senza il Battesimo è impossibile ottenere il regno. Tuttavia, anche un uomo di non particolare eccellenza è in grado di battezzare, ma per predicare il Vangelo è necessario un grande impegno.
1 Corinzi 1,15
Indica anche il motivo per cui ringrazia di non aver battezzato nessuno. Qual è dunque questo motivo? Perché nessuno dica che siete stati battezzati nel mio nome.
Perché intendeva dire che lo dicevano anche in quegli altri casi? Niente affatto, ma temo,
dice, che la malattia possa giungere fino a questo punto. Infatti, se, quando persone insignificanti e di scarso valore battezzano, nasce un’eresia, se io, il primo annunciatore del Battesimo, ne avessi battezzati molti, era probabile che, formando un partito, non solo si sarebbero chiamati con il mio nome, ma mi avrebbero anche attribuito il Battesimo. Infatti, se dagli inferiori era nato un male così grande, da quelli di ordine superiore sarebbe forse diventato qualcosa di molto più grave.
1 Corinzi 1,16
Quindi, dopo aver sconcertato coloro che erano in errore a questo riguardo e aver aggiunto: «Ho battezzato anche la casa di Stefana»,
di nuovo abbatte il loro orgoglio, aggiungendo ancora: «Non so se ho battezzato qualcun altro».
Con ciò, infatti, intende dire che non ha cercato di godere dell’onore che ne derivava dalla moltitudine, né ha intrapreso quest’opera per amore della gloria.
1 Corinzi 1,17
E non solo con queste parole, ma anche con le successive, egli reprime fortemente il loro orgoglio, dicendo: Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo:
perché la parte più laboriosa, quella che richiedeva molta fatica e un’anima di ferro, e quella da cui tutto dipendeva, era questa. Ed è per questo che Paolo se ne occupò personalmente.
E perché, non essendo stato mandato a battezzare, battezzò? Non per contesa con Colui che lo aveva mandato, ma in questo caso, lavorando oltre il suo compito. Infatti, non dice: “Mi è stato proibito”,
ma: “Non sono stato mandato per questo”, bensì per ciò che era della massima necessità.
Predicare il Vangelo, infatti, è un’opera forse per una o due persone; ma battezzare, per chiunque sia investito del sacerdozio. Per un uomo istruito e convinto, prenderlo e battezzarlo è ciò che chiunque potrebbe fare: per il resto, tutto è effettuato dalla volontà di chi si avvicina e dalla grazia di Dio. Ma quando si devono istruire i non credenti, ci deve essere grande fatica, grande saggezza. E in quel momento era anche insito un pericolo. Nel primo caso, tutto è fatto, e colui che è sul punto di iniziare è convinto: e non è una gran cosa, quando un uomo è convinto, battezzarlo. Ma nel secondo caso la fatica è grande: cambiare la volontà deliberata, alterare l’orientamento della mente, sradicare l’errore e piantare la verità al suo posto.
Non che egli dica tutto questo, né sostiene a gran voce che il Battesimo non comporti alcuna fatica, ma che la predicazione la comporta. Infatti, sa sempre moderare il tono, mentre nel confronto con la sapienza pagana è molto serio e l’argomento gli consente di usare un linguaggio più veemente.
Non battezzava, dunque, contro Colui che lo aveva mandato. ma, come nel caso delle vedove, sebbene gli apostoli avessero detto: «Non è conveniente che lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense» (Atti 6,2]
),
egli svolse l’ufficio (Atti 12,25 – τὴν διακονίαν) di diacono, non contro di loro, ma come qualcosa che andava oltre il suo compito: così anche qui. Perché anche ora affidiamo questa materia ai presbiteri più semplici, ma la parola della dottrina ai più saggi: perché lì c’è la fatica e il sudore. Per questo egli stesso dice: «Gli anziani che governano bene siano ritenuti degni di doppio onore, soprattutto quelli che faticano nella parola e nell’insegnamento».
Poiché, come insegnare ai lottatori nei giochi è compito di un allenatore abile e coraggioso, ma porre la corona sul capo dei vincitori può essere compito di chi non sa nemmeno lottare (sebbene sia la corona ad aggiungere splendore al vincitore), così avviene anche nel Battesimo. È impossibile essere salvati senza di esso, eppure non è una gran cosa ciò che fa il battezzatore, trovando la volontà già pronta.
7. «Non con sapienza di parole, affinché la Croce di Cristo non venga resa vana».
Dopo aver abbattuto l’orgoglio gonfio di coloro che si inorgoglivano per il loro battesimo, cambia poi terreno per affrontare coloro che si vantavano della sapienza pagana e contro di loro indossa la sua armatura con maggiore veemenza. A coloro che si gonfiavano per il battesimo, infatti, disse: «Ringrazio di non aver battezzato nessuno»,
e «Cristo non mi ha mandato a battezzare».
Non parla con veemenza né in modo polemico, ma, dopo aver accennato brevemente il suo significato, passa oltre. Ma qui, fin dall’inizio, infligge un duro colpo, dicendo: «Affinché non sia resa vana la croce di Cristo».
Perché allora vantarti di una cosa che dovrebbe farti nascondere il volto? Poiché, se questa sapienza è in guerra con la croce e combatte con il Vangelo, non è giusto vantarsene, ma ritirarsi con vergogna. Questa fu infatti la causa per cui gli Apostoli non furono sapienti: non per debolezza del Dono, ma per timore che il Vangelo predicato subisse danno. Le persone sopra menzionate non erano quindi quelle impegnate a promuovere la Parola: piuttosto, erano tra i suoi diffamatori. Gli uomini ignoranti ne erano i promotori. Questi erano in grado di frenare la vanagloria, questi di reprimere l’arroganza, questi di imporre la moderazione.
Ma se non fu “per sapienza di parola”, perché mandarono Apollo, che era eloquente?
Non fu, risponde, per fiducia nella sua capacità di parola, ma perché era (Atti 18,24-29) potente nelle Scritture
e confutò i Giudei.
E oltre al punto in questione, i capi e i primi divulgatori della parola non erano eloquenti, poiché erano proprio queste persone a richiedere un grande potere, per l’espulsione dell’errore in primo luogo; e poi, cioè fin dall’inizio, era necessaria l’abbondante forza. Ora, Colui che poteva fare a meno di persone istruite all’inizio, se in seguito ne ammetteva alcune eloquenti, non lo fece perché ne avesse bisogno, ma perché non voleva fare distinzioni. Infatti, come non aveva bisogno di uomini sapienti per fare ciò che voleva, così, se in seguito ne furono trovati di tali, non li respinse per questo motivo.
8. Ma dimostratemi che Pietro e Paolo erano eloquenti. Non potete: perché erano uomini illetterati e ignoranti!
Come dunque Cristo, quando mandò i suoi discepoli nel mondo, dopo aver mostrato loro la sua potenza in Palestina, e disse: «Quando vi mandai senza borsa, bisaccia e calzari, vi mancò forse qualcosa?» (Luca 22,35
). Permise loro, da quel momento in poi, di possedere sia una bisaccia che una borsa, così ha fatto anche qui: perché il punto era la manifestazione della potenza di Cristo, non il rifiuto di persone dalla fede a causa della loro sapienza gentile, se si avvicinavano. Quando i Greci accusano i discepoli di essere ignoranti, siamo ancora più diretti di loro nell’accusa. Né nessuno dica: “Paolo era sapiente”.
Ma, mentre esaltiamo coloro tra loro che erano grandi in saggezza e ammirati per la loro eccellenza nel parlare, ammettiamo che tutti dalla nostra parte erano ignoranti, perché non sarà una piccola sconfitta quella che subiranno da parte nostra anche sotto questo aspetto: e quindi la vittoria sarà davvero brillante.
Ho detto queste cose perché una volta ho sentito un cristiano discutere in modo ridicolo con un greco, ed entrambe le parti nella loro reciproca lotta si sono rovinate. Infatti, ciò che il cristiano avrebbe dovuto dire, il greco lo affermava; e ciò che era naturale aspettarsi che il greco dicesse, il cristiano lo difendeva da solo. Ad esempio: la disputa riguardava Paolo e Platone, il greco si sforzò di dimostrare che Paolo era illetterato e ignorante; ma il cristiano, per semplicità, era ansioso di dimostrare che Paolo era più eloquente di Platone. E così la vittoria fu dalla parte del greco, dato che questo argomento prevalse. Infatti, se Paolo fosse stato una persona più autorevole di Platone, molti probabilmente avrebbero obiettato che non fosse per grazia, ma per eccellenza di parola che prevalse; quindi l’affermazione del cristiano giocò a favore del greco. E ciò che il greco disse giocò a favore del cristiano; perché se Paolo era illetterato e tuttavia sconfisse Platone, la vittoria, come stavo dicendo, fu brillante; i discepoli di quest’ultimo, in gruppo, essendo stati attratti dal primo, incolto com’era, e convinti, e condotti dalla sua parte. Da ciò è chiaro che il Vangelo fu il risultato non della sapienza umana, ma della grazia di Dio.
Perciò, per non cadere nello stesso errore e non essere derisi, discutendo in questo modo con i Greci ogni volta che abbiamo una controversia con loro, accusiamo gli Apostoli di mancanza di cultura; poiché questa stessa accusa è una lode. E quando dicono che gli Apostoli erano rozzi, seguiamo l’osservazione e diciamo che erano anche ignoranti, illetterati, poveri, vili, stupidi e oscuri. Non è una calunnia per gli Apostoli dire questo, ma è persino una gloria che, essendo tali, abbiano oscurato il mondo intero. Infatti, questi uomini semplici, rozzi e illetterati, hanno completamente sconfitto i sapienti, i potenti, i tiranni e coloro che prosperavano in ricchezza, gloria e tutti i beni esteriori, come se non fossero stati affatto uomini: da ciò è evidente che grande è la potenza della Croce; e che queste cose non sono state fatte da alcuna forza umana. Poiché i risultati non seguono il corso della natura, anzi, ciò che è stato fatto è stato al di sopra di ogni natura. Ora, quando qualcosa accade al di sopra della natura, e straordinariamente al di sopra di essa, dal lato della rettitudine e dell’utilità, è del tutto evidente che queste cose sono fatte da una qualche potenza e cooperazione divina. E osservate: il pescatore, il fabbricante di tende, il pubblicano, gli ignoranti, gli illetterati, provenienti dalla lontana Palestina, e avendo sconfitto i filosofi, i maestri di oratoria, gli abili oratori, da soli prevalsero su di loro in un breve lasso di tempo; in mezzo a molti pericoli; l’opposizione di popoli e re, la lotta della natura stessa, la lunghezza del tempo, la veemente resistenza di consuetudini inveterate, i demoni in armi, il diavolo schierato in battaglia e che sobillava tutti, re, governanti, popoli, nazioni, città, barbari, greci, filosofi, oratori, sofisti, storici, leggi, tribunali, vari tipi di punizioni, morti innumerevoli e di ogni genere. Ma nonostante tutto questo, quando il pescatore parlò, tutti costoro furono confutati e cedettero; proprio come la polvere leggera che non può sopportare l’impeto dei venti violenti. Ora, quello che dico è: impariamo a discutere con i Greci, così da non essere come bestie e bestiame, ma preparati riguardo alla speranza che è in noi.
(1 Pt 3,15) E fermiamoci un attimo a elaborare questo argomento, non di poco conto; e diciamo loro: Come hanno vinto i deboli sui forti? I dodici sul mondo? Non usando le stesse armi, ma combattendo nudi con uomini armati.
Diciamo che se dodici uomini, inesperti in questioni di guerra, si lanciassero contro un’immensa schiera di soldati armati, essi stessi non solo disarmati ma anche di debole corporatura e non ricevessero alcun danno da loro, né fossero feriti, sebbene assaliti da diecimila dardi; se mentre i dardi li colpivano, a corpo nudo abbattessero tutti i loro nemici senza usare armi se non colpendoli con le mani e, alla fine, ne uccidessero alcuni e altri facessero prigionieri e li portassero via, senza ricevere neppure una ferita: qualcuno avrebbe mai detto che si sarebbe trattato di un atto umano? Eppure il trofeo degli Apostoli è molto più meraviglioso di questo. Infatti, che un uomo nudo sfugga a una ferita non è tanto meraviglioso quanto il fatto che una persona comune e illetterata, un pescatore, possa superare un tale grado di talento: (δεινότητος) e né per la pochezza, né per la povertà, né per i pericoli, né per la predisposizione all’abitudine, né per la grande austerità dei precetti imposti, né per le morti quotidiane, né per la moltitudine di coloro che sono stati ingannati, né per la grande reputazione degli ingannatori che sono stati distolti dal suo proposito.
9. Che questo, dico, sia il nostro modo di sopraffarli e di condurre la nostra guerra contro di loro; e stupiamoli con il nostro modo di vivere piuttosto che con le parole. Perché questa è la battaglia principale, questo è l’argomento inconfutabile, l’argomento basato sulla condotta. Infatti, anche se diamo diecimila precetti di filosofia a parole, se non mostriamo una vita migliore della loro, il guadagno è nullo. Infatti non è ciò che viene detto ad attirare la loro attenzione, ma la loro ricerca è ciò che facciamo; e dicono: Prima obbedisci alle tue parole e poi ammonisci gli altri. Ma se mentre dici che infiniti sono i beni nel mondo a venire, ti senti inchiodato a questo mondo, come se tali cose non esistessero, le tue opere per me sono più credibili delle tue parole. Perché quando ti vedo appropriarti dei beni altrui, piangere smodatamente sui defunti, fare del male in molte altre cose, come potrò crederti che c’è una risurrezione?
E se gli uomini non dicono questo a parole? Lo pensano e lo ripetono spesso nella loro mente. Ed è questo che impedisce ai non credenti di diventare cristiani.
Conquistiamoli dunque con la nostra vita. Molti, anche tra gli ignoranti, hanno in questo modo stupito le menti dei filosofi, mostrando anche in se stessi quella filosofia che risiede nei fatti, e pronunciando una voce più chiara di una tromba con il loro stile di vita e la loro abnegazione. Perché questo è più forte della lingua. Ma quando dico che non si deve portare malizia,
e poi fare ogni sorta di male al Greco, come potrò con le parole conquistarlo, mentre con le mie azioni lo spavento? Catturiamoli dunque con il nostro stile di vita; e con queste anime edifichiamo la Chiesa, e da queste accumuliamo le nostre ricchezze. Non c’è nulla che possa pesare contro un’anima, nemmeno il mondo intero. Così che, sebbene tu dia innumerevoli tesori ai poveri, non farai un’opera come quella di chi converte un’anima sola. (Ger 15,19) Perché chi separa il prezioso dal vile sarà come la mia bocca:
così dice. È un gran bene, lo ammetto, avere pietà dei poveri; ma non è nulla in confronto al distoglierli dall’errore. Chi fa questo, infatti, assomiglia a Paolo e Pietro: ci è concesso di accogliere il loro Vangelo, non con pericoli come i loro – sopportando carestie, pestilenze e tutti gli altri mali (perché il presente è un periodo di pace) – ma in modo da mostrare quella diligenza che deriva dallo zelo. Anche mentre siamo seduti a casa, infatti, possiamo praticare questo tipo di pesca. Chi ha un amico, un parente o un abitante della sua casa, dica queste cose, le faccia; e sarà come Pietro e Paolo. E perché dico Pietro e Paolo? Sarà la bocca di Cristo. Perché Egli dice: Chi separa il prezioso dal vile sarà come la mia bocca.
E anche se non persuadi oggi, convincerai domani. E anche se non persuadi mai, avrai la tua ricompensa completa. E anche se non persuadi tutti, pochi tra molti persuadono tutti gli uomini; tuttavia hanno parlato con tutti e per tutti hanno la loro ricompensa. Poiché Dio è solito assegnare le corone non in base al risultato delle cose ben fatte, ma in base all’intenzione di chi le fa; anche se tu paghi solo due soldi, Egli li riceve; e ciò che fece nel caso della vedova, lo stesso farà anche nel caso di coloro che insegnano. Non disprezzare dunque i pochi, perché non puoi salvare il mondo; né, per desiderio di cose grandi, allontanarti dalle cose minori. Se non puoi fare cento, prenditi cura di dieci; se non puoi fare dieci, non disprezzarne nemmeno cinque; se non puoi fare cinque, non trascurarne uno; e se non puoi fare uno, non disperare e non trattenere ciò che potresti fare. Non vedete come, in materia di commercio, coloro che sono così occupati traggono profitto non solo dall’oro ma anche dall’argento? Perché se non disprezziamo le piccole cose, ci appropriamo anche delle grandi. Ma se disprezziamo le piccole, non metteremo facilmente le mani sulle altre. Così gli individui diventano ricchi, accumulando sia piccole che grandi cose. E così agiamo; affinché arricchiti in ogni cosa, possiamo ottenere il regno dei cieli; per la grazia e l’amorevole benignità del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale e insieme al Padre e al Santo Spirito siano gloria, potenza, onore, ora e ora e nei secoli dei secoli.
Amin.





