San Basilio: Lettera 1 ad Eustazio il filosofo

San Basilio: Lettera 1 ad Eustazio il filosofo

Lettera I

Ad Eustazio il filosofo

Ormai ero scoraggiato dalle avversità che la sorte mi ha inflitto, poiché essa ha sempre frapposto qualche ostacolo al nostro incontro; eppure, in modo davvero straordinario, mi hai richiamato a te e consolato con la tua lettera.

In effetti, avevo già cominciato a domandarmi, tra me e me, se fosse vero ciò che molti vanno ripetendo: che esistano una necessità e un destino che governano tanto le piccole quanto le grandi vicende della nostra vita, e che noi uomini non siamo padroni di nulla; oppure, se non è così, che una qualche sorte governi comunque la vita umana. Mi perdonerai ampiamente questi pensieri quando saprai quali cause mi hanno condotto a formularli.

Lasciai Atene, attratto dalla fama della tua filosofia e senza curarmi di ciò che vi si trovava. Passai oltre la città sull’Ellesponto più impassibile di qualsiasi Ulisse di fornte al canto delle Sirene. Ammirai l’Asia, ma ero impaziente di raggiungere la città che è la metropoli di tutto ciò che è meglio. Quando arrivai in patria, però, e non trovai te, che cercavo come il più grande dei beni, da quel momento mi si presentarono innumerevoli e svariati motivi e inattesi impedimenti.

Prima dovetti perderti perché mi ammalai; poi quando partisti per l’Oriente non potei partire con te; poi, dopo infinite difficoltà, raggiunsi la Siria, ma persi il filosofo, che era partito per l’Egitto. Bisognava dunque recarsi di nuovo in Egitto, per una strada lunga e difficile, e neppure lì riuscire a ottenere ciò a cui aspiravo.

La situazione era così sfavorevole che o avrei dovuto mettermi in cammino verso la Persia e accompagnarti il più lontano possibile nelle terre dei barbari — perché anche là sei arrivato: tanta era l’ostinazione del demone — oppure rimanere proprio qui, ad Alessandria. Ed è appunto ciò che è accaduto. Mi sembra infatti che, se non avessi rinunciato a seguirti come una bestia dietro a un ramo verde che le viene mostrato, ti avrei accompagnato ancora più lontano, fino a Nisa, in India; e, se esistesse un luogo ancora più remoto ai confini del mondo abitato, avrei vagato anche fin là.

Ma perché dilungarmi? Alla fine, pur trovandomi ora nella stessa regione, non mi è stato possibile incontrarti, perché lunghe malattie me lo hanno impedito. Se d’ora in poi i mali non si modereranno, neppure durante l’inverno potrò stare insieme a te, uomo così dotto. Non sono forse queste opere del destino, come diresti tu? Non sono opera della necessità? Non hanno quasi superato persino i miti che i poeti narrano di Tantalo?

Eppure, come dicevo, la tua lettera mi ha rasserenato e non sono più dello stesso avviso. Ritengo che si debba ringraziare Dio quando concede beni e non irritarsi quando li trattiene. Dunque, se mi concederà di stare insieme a te, lo considererò senz’altro il migliore e il più piacevole dei doni. Se invece lo rimanderà, sopporterò serenamente tale perdita. In ogni caso, egli dispone delle nostre vicende meglio di quanto potremmo prevedere noi.

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