dell’Arcivescovo Averky (Taushev)
Cos’è l’”ascetismo”? Cos’è un “asceta”? Molti cristiani laici moderni conoscono le parole “ascetico” e “ascetismo” per sentito dire, ma pochissimi hanno una corretta comprensione del significato dell’espressione. Queste parole suscitano solitamente una sorta di orrore superstizioso nelle persone moderne che si considerano cristiane ma vivono lontane dallo spirito della Chiesa e sono estranee alla Chiesa e alla vita spirituale, essendo completamente dedite a una vita secolare di distrazione. Nella moderna società laica, l’”ascetismo” è normalmente percepito come qualcosa di straordinariamente cupo, quasi sinistro, per sempre estraneo alla vita umana “normale”. Molti interpretano l’ascetismo come una sorta di mostruosità fanatica o di auto-tortura, simile al camminare a piedi nudi sui carboni ardenti o all’appendersi per le costole – come fanno, ad esempio, gli yogi e i fachiri indiani, generando stupore.
Un atteggiamento così distorto e pregiudizievole nei confronti della nozione di ascetismo nella società moderna dimostra quanto i cristiani moderni si siano allontanati da una corretta comprensione della dottrina evangelica, quanto siano “diventati mondani” e quanto la loro comprensione sia diventata estranea all’autentica vita spirituale alla quale il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo, ha chiamato non alcune persone selezionate ed eccezionali, ma tutti i cristiani in generale.
Nella società moderna si incontra un’altra concezione delle espressioni “ascetico” e “ascetismo”: più vicina alla verità, ma ancora troppo superficiale e poco approfondita, lontana dal raggiungere la piena profondità della sua comprensione e quindi anche essenzialmente errata. Questa visione è troppo unilaterale, tocca solo un aspetto, meno importante e meno essenziale, ma tralascia la dovuta attenzione alla cosa più importante, l’essenza più intima di questa comprensione. Così, ad esempio, si dice di una persona magra con un viso pallido e smunto: “Sembra un vero asceta”, senza affatto pensare al motivo per cui quella persona è magra e ha un viso pallido: per fame forzata o volontaria, per malnutrizione o per essersi assunta la lotta dell’astinenza dal cibo. Non è difficile vedere quanto sia superficiale un simile giudizio, poiché riguarda solo l’aspetto di una persona, il suo aspetto esteriore, tralasciando la sua costituzione interiore, la sua disposizione d’animo. Normalmente “ascetismo” è inteso come autocontrollo, la limitazione dei propri bisogni naturali al minimo possibile, ma senza alcuna riflessione sul perché e per quale ragione ciò venga fatto; oppure si può pensare erroneamente e non correttamente che tale autocontrollo sia fine a se stesso per queste persone, che sono una specie di eccentrici che si astengono volontariamente, per ragioni e scopi ignoti, dai piaceri naturali e quindi legittimi di cui gode la natura corporea dell’uomo. In un modo o nell’altro, non incontriamo, nella società moderna, una corretta comprensione dell’ascetismo. L’unica ragione di tutto questo è che la società moderna non vive una vita spirituale. Chi non vive una vita spirituale avrà difficoltà a comprendere l’essenza e il significato dell’ascetismo. Le persone che vivono secondo lo spirito di questo mondo non capiranno mai il significato dell’ascetismo, indipendentemente da come venga spiegato loro, ma avranno sempre una concezione distorta o parziale, unilaterale.
Cos’è dunque l’ascetismo?
L’ascesi è qualcosa di così strettamente legato alla vita spirituale che senza di essa la vita spirituale è semplicemente inconcepibile. È, per così dire, lo strumento primario della vita spirituale. Non è affatto un fine in sé e per sé, ma solo un mezzo; tuttavia, è un mezzo assolutamente necessario per il successo nella vita spirituale. In cosa consiste questo mezzo?
La vita spirituale nasce nell’uomo attraverso la fede in Dio e nella Sua Rivelazione. Tuttavia, la fede senza le opere è morta (Gc 2,26) e noi, come testimonia l’apostolo Paolo, siamo creati in Cristo Gesù per le buone opere, che Dio ha predisposto affinché le praticassimo (Ef 2,10). Inutile dire che le buone azioni sono essenziali per il successo nella vita spirituale, poiché dimostrano la presenza in noi della buona volontà, senza la quale non c’è progresso; a loro volta, le buone opere stesse rafforzano, sviluppano e approfondiscono questa buona volontà. La buona volontà attrae la grazia di Dio, senza la quale il pieno e decisivo successo nella vita spirituale è irraggiungibile, come conseguenza della profonda frattura inflitta alla natura umana dal peccato. Ne consegue che l’impegno a compiere buone opere è un impegno necessario per tutti coloro che desiderano vivere un’autentica vita spirituale. Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21) – di questo lo stesso Signore Gesù Cristo testimonia. Nel Suo discorso d’addio con i Suoi discepoli durante la Cena Mistica, Egli affermò con decisione questa condizione: Se mi amate, osservate i miei comandamenti (Gv 14,15). Pertanto, l’adempimento dei comandamenti evangelici, ovvero il compimento di buone opere, è un fondamento essenziale per la vita spirituale. Chi ignora l’adempimento dei comandamenti e non compie buone opere è estraneo alla vera vita spirituale. Tuttavia, le cattive abitudini e la disposizione peccaminosa dell’anima che vivono in noi si oppongono all’adempimento dei comandamenti e al compimento di buone opere. Ogni volta che vorremmo compiere una buona opera, dobbiamo superare e reprimere in noi stessi una o l’altra cattiva abitudine che si oppone alla buona opera che vorremmo compiere. In questo modo, nell’anima si scatena una lotta tra buone aspirazioni e cattive abitudini. Ecco ciò che l’esperienza ha già da tempo accertato.
Quanto più grandi sono le nostre buone opere e quanto più spesso le compiamo, tanto più facile diventa superare le cattive abitudini: esse si indeboliscono con la maggiore frequenza delle nostre buone opere e sono meno in grado di contrastare la nostra buona volontà, che al contrario è sempre più rafforzata dalle buone opere. Da ciò si può trarre un’ovvia conclusione: chi desidera il successo nella vita spirituale deve con tutti i mezzi possibili sforzarsi di compiere buone opere il più spesso e il più variamente possibile. Deve praticare costantemente l’esecuzione di buone opere, cioè opere di amore per Dio e opere di amore per il prossimo, o opere che dimostrino che ci stiamo sforzando davvero di amare Dio e il prossimo con vero amore evangelico. Questa pratica costante di compiere buone opere porta il nome di “ascetismo”,e chi pratica il compimento di buone opere forzandosi è chiamato “asceta”. Poiché l’ascetismo è il fondamento della vita spirituale e il suo strumento primario, la scienza della vita spirituale è essa stessa normalmente chiamata “ascesi”.
È ormai chiaro quanto la vera comprensione dell’ascetismo differisca dalla falsa comprensione della società secolare. Più avanti, vedremo da dove deriva questa falsa e distorta comprensione secolare dell’ascetismo. Abbiamo già detto che il compimento di buone opere è contrastato da cattive abitudini radicate nella nostra anima e nel nostro corpo. Dobbiamo superare e sradicare queste cattive abitudini in noi stessi, e questo a volte è del tutto complicato e accompagnato da sofferenza; questa lotta può essere molto dolorosa. In ogni caso, quando questo si esprime esteriormente, chi non conosce o non comprende la vita spirituale non riuscirà davvero a comprendere perché ciò accada o con quale intenzione l’”asceta” si stia torturando e causando sofferenza. Da qui nasce la falsa e distorta percezione dell’ascetismo come una sorta di mostruosità fanatica o auto-tortura.
Nel frattempo, come abbiamo visto, è soprattutto la pratica di compiere buone azioni, accompagnata dalla repressione delle cattive abitudini, a essere chiamata ascetismo. La stessa interpretazione filologica della parola “ascetismo” dimostra che è così. Questa parola deriva dal greco askesis, che nel suo significato originale significava semplicemente “esercizio”; in seguito, significò un “dato modo di vivere”, “vocazione”, “mestiere”, “occupazione” e infine, nel suo significato più remoto, “lotta ascetica”, “vita spirituale” e “monachesimo”. Pertanto, la parola “asceta”, derivando dal greco askitis, non implica in alcun modo una sorta di fanatico superstizioso che si dedica all’autotortura per chissà quale motivo, come pensano molti laici. Invece, secondo il suo significato originario, significa “combattente”, come indica un’analogia molto caratteristica usata da San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi (9,24-27), paragonando esercizi fisici e spirituali nel raggiungimento del fine desiderato: una corona corruttibile per i combattenti fisici e una corona incorruttibile per i combattenti spirituali. Ulteriori significati della parola “ascetico” sono “lottatore”, “colui che è impegnato nella contemplazione divina”, “recluso” e “monaco”. Ne consegue che “l’ascetismo” non è altro che “esercizio spirituale” o “allenamento spirituale”, se così si può esprimere analogamente all’allenamento fisico, corporeo, che è altrettanto essenziale per coloro che si esercitano nel campo spirituale quanto lo è l’allenamento corporeo per coloro che si esercitano nel campo delle competizioni fisiche.
In cosa consiste nello specifico questa formazione spirituale?
Consiste nello sforzarsi continuamente di compiere buone opere e di reprimere le cattive abitudini e aspirazioni dell’anima che vi resistono. Non è una cosa facile, in quanto è accompagnata da sforzi strenui e non di rado da una lotta martiriale che i Santi Padri e gli asceti chiamavano, non senza ragione, autocrocifissione, secondo le parole di San Paolo: «Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,24). Lo stesso grande Apostolo delle genti, riferendosi alla propria personale esperienza spirituale, parla in modo vivido ed espressivo delle difficoltà della lotta: «So infatti che in me (cioè nella mia carne) non abita alcun bene: in me c’è la volontà del bene, ma non riesco a compiere il bene. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. Ora, se faccio ciò che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Scopro dunque questa legge: il male è presente in me, io che voglio fare il bene. Poiché io mi diletto nella legge di Dio secondo l’uomo interiore. Ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. O infelice uomo che sono! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Ringrazio Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Così dunque, con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato (Romani 7,18-25). Questa eterna dualità nell’uomo si è verificata quando la sua natura, un tempo sana, è stata danneggiata dal peccato, che vi ha introdotto disordine e disarmonia. Questa costante opposizione da parte della legge del peccato, che alberga nella carne, rende necessario l’ascesi.L’essenza dell’ascesi consiste nello sforzarsi costantemente,nel costringersi costantemente a non fare ciò che il peccato che vive in noi vuole fare, ma piuttosto ciò che la legge di Dio, la legge del bene, richiede. Senza questo, è ovvio, non può esserci successo nella vita spirituale. L’asceta è colui che si sforza di fare tutto ciò che favorisce la crescita e lo sviluppo nella vita spirituale e non fa nulla che possa impedirlo. Abbiamo già visto che la crescita e lo sviluppo nella vita spirituale consentono il compimento di opere d’amore verso Dio e verso il prossimo. È ovvio che tutto ciò che impedisce l’amore per Dio e per il prossimo – cioè compiere opere cattive, l’opposto del bene – ostacola la vita spirituale. Ne consegue che l’asceta è colui che si sforza costantemente di compiere opere buone e di astenersi da quelle cattive. Ma questo non è ancora tutto. L’obiettivo dell’ascesi è ben lungi dall’essere esaurito solo in questo. Chi compie buone opere e si astiene dalle opere cattive non è ancora un asceta completo. Le opere, in quanto tali, sono limitate. Le buone opere non hanno potere e significato in sé e per sé, ma solo come indicazione ed espressione esteriore di una buona disposizione, di una buona aspirazione dell’anima, di un’affermazione visibile della presenza della buona volontà in noi. Dopotutto, anche il fariseo compie buone opere, ma esse non scaturiscono da una buona disposizione dell’anima in lui, bensì dall’ipocrisia; cioè, scaturiscono da una cattiva disposizione e, di conseguenza, non testimoniano la presenza di buone aspirazioni in lui. Allo stesso modo, le opere cattive, in quanto autenticamente cattive, sono pericolose e perniciose, in quanto servono come espressione e manifestazione esteriore delle cattive aspirazioni, delle cattive abitudini e della cattiva volontà dell’anima. Se non c’è cattiva volontà, non ci saranno opere cattive. Ciò significa che la cosa principale non sono le opere, ma la disposizione interiore dell’uomo, la volontà buona o cattiva della sua anima e la condizione virtuosa o depravata del suo cuore, da cui nascono naturalmente le opere buone o cattive. Cristo Salvatore stesso ne parla chiaramente: «Ma ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l’uomo. Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni. (Mt 15,18-19). Da ciò risulta evidente che il centro di gravità nella vita spirituale non risiede nelle opere in quanto tali, ma in quelle disposizioni dell’anima e in quello stato interiore dell’uomo da cui esse derivano. Pertanto, per il vero asceta, è ben lungi dall’essere sufficiente astenersi dalle opere cattive e compiere solo opere buone: il vero asceta si sforza di sradicare dalla sua anima le cattive disposizioni, le cattive abitudini e la cattiva volontà, e al loro posto piantare e inculcare saldamente le buone disposizioni, le buone abitudini e la buona volontà. Questo è il lavoro primario – difficile al punto da far sanguinare – o la lottadel vero asceta. Le cattive abitudini dell’anima non cedono facilmente il passo alle buone abitudini: combattono ferocemente per il loro predominio, per la loro posizione dominante nell’anima dell’uomo. Le abitudini, avendo messo radici attraverso la loro frequente soddisfazione, aumentano di forza, come qualità e proprietà naturali dell’anima: sono, per così dire, innate nell’anima. Non c’è da stupirsi che il detto popolare reciti: “Le abitudini sono una seconda natura”. Le abitudini depravate sono come catene per un uomo: lo privano della sua libertà morale e lo tengono prigioniero. Più si assecondano le proprie abitudini depravate, più queste si rafforzano, trasformando una persona in uno schiavo pietoso e debole. “Temete le cattive abitudini”, dice uno dei più grandi maestri di ascetismo, Sant’Isacco il Siro, “più dei demoni”. E, al contrario, quando si combatte contro di esse, si indeboliscono sempre di più fino a placarsi del tutto. “Una determinazione risoluta”, scrive il nostro maestro di ascesi, il vescovo Ignazio (Brianchaninov), «illuminata e rafforzata dalla grazia di Cristo, può superare anche le abitudini più radicate… Un’abitudine inizialmente resiste ferocemente a chi vuole rovesciarne il giogo, sembrando invincibile all’inizio; ma col tempo, con la lotta costante contro di essa e con ogni atto di disobbedienza, diventa sempre più debole… Se nel corso della battaglia dovesse capitarvi di essere sconfitti per qualche circostanza inaspettata, non turbatevi, non perdetevi d’animo, ma ricominciate la battaglia». In questo modo, vediamo che nell’anima dell’asceta si svolge una battaglia incessante tra il bene e il male. Questa battaglia incessante con il male è chiamata “guerra spirituale” o “guerra invisibile” nella letteratura spirituale o ascetica. Questa guerra spirituale o invisibile è l’essenza stessa dell’ascetismo o della vita spirituale.
Qual è, allora, l’obiettivo finale dell’ascetismo e qual è il suo significato per il successo nella vita spirituale?
Riassumiamo tutto quanto detto sopra. L’anima umana, essendo di origine divina, aspira sempre a Dio. Non può trovare piena soddisfazione in nulla di terreno e, soffrendo gravemente nella sua alienazione da Dio, può trovare riposo solo in Dio. L’anima umana può raggiungere questa comunione salvifica con Dio solo attraverso l’adempimento dei comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo. I comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo possono essere adempiuti solo sradicando la “legge del peccato” che vive in noi – cattive abitudini e cattive disposizioni dell’anima – e sostituendola con buone abitudini e buone disposizioni dell’anima. Ciò non avviene senza una dura lotta. È proprio questa lotta l’essenza dell’ascesi, che rende possibile il successo dell’uomo nella vita spirituale, cioè nell’avvicinarsi a Dio e nell’entrare in comunione con Lui, a cui lo spirito umano anela. È da questa battaglia, o lotta, che l’ascetismo stesso porta il nome di “lotta”, che la vita spirituale è chiamata “vita di lotta” e che coloro che vivono la vita ascetica sono anche chiamati “lottatori”.
“Podvig” [1] è una parola puramente russa che corrisponde pienamente nello spirito al significato della parola greca “ascetismo”. Tutti, tutti i cristiani, dovrebbero essere dei combattenti ascetici? Questa domanda equivale a chiedere: ogni essere umano è creato da Dio e da Lui destinato alla vita spirituale e alla comunione spirituale con il suo Creatore? La società umana moderna, che nel complesso non vive la vita spirituale né desidera saperne nulla, ma vive solo una vita corporea, rifugge la lotta spirituale; non la comprende e quindi persino teme la stessa parola “ascesi”, distorcendone il significato, come abbiamo accennato all’inizio. Normalmente, le persone moderne – anche tra coloro che si considerano cristiani – ritengono che la lotta spirituale e l’ascesi siano la sorte di certe persone eccezionali e siano richieste solo ai monaci, che si sono dedicati specificamente a una vita di lotta e ascesi. “Non siamo monaci; questo non ci è richiesto”: è così che le persone laiche moderne rispondono normalmente alla chiamata a vivere la vita spirituale e a iniziare la battaglia contro le loro abitudini peccaminose e malvagie. Naturalmente, nessuno negherebbe che siano principalmente i monaci ad assumersi l’obbligo di vivere la vita spirituale e di essere combattenti ascetici. Ma i laici, che non hanno pronunciato i voti monastici, possono considerarsi completamente liberi da tale obbligo? Solo per incomprensione, spensieratezza e fraintendimento di ciò a cui Dio chiama tutti i cristiani, indipendentemente dal fatto che siano monaci o laici. Dopotutto, cosa distingue essenzialmente i monaci dai laici? Soltanto dal fatto che, come dice il grande maestro del monachesimo, Abba Doroteo, “compresero che non potevano praticare comodamente le virtù mentre vivevano nel mondo e perciò escogitarono un particolare modo di vivere, un particolare modo di trascorrere il tempo e un particolare modo di comportarsi” (Primo Discorso). La differenza, quindi, consiste solo nelle forme esteriori di vita: i monaci svilupparono per sé forme esteriori di vita più comode per raggiungere più facilmente e senza ostacoli il fine della vita umana, comune a tutti: la comunione con Dio. Così, in particolare, i monaci si liberarono da tutti i legami, le preoccupazioni e gli affari mondani – come, ad esempio, la vita familiare e il possesso di proprietà – esclusivamente per impegnarsi più liberamente nella lotta spirituale e per superare e sradicare le cattive abitudini che impedivano loro di acquisire più facilmente l’amore evangelico per Dio e per il prossimo. Tuttavia, lo spirito di vita sia per i monaci che per i laici – come risulta chiaramente da tutto quanto detto sopra – deve essere, naturalmente, uno e lo stesso.
È possibile che Dio abbia creato i monaci e i laici separatamente?
È possibile che Dio abbia soffiato il respiro della vita solo sul volto dei monaci, lasciando i laici come animali muti? È possibile che solo gli spiriti dei monaci tendano verso Dio, cercando la comunione con Lui, mentre i laici non sono chiamati a una vita in Dio? È possibile che solo i monaci abbiano ereditato una natura danneggiata dal peccato ancestrale e quindi debbano combattere contro le abitudini peccaminose? È possibile che il Signore Gesù Cristo, nostro Salvatore, sia venuto sulla terra solo per i monaci, e non per tutti? È possibile che abbia fondato la Sua Chiesa, in cui viene conferito il potere pieno di grazia per vincere la legge del peccato e le cattive abitudini, solo per i monaci? È possibile che il Vangelo sia stato scritto solo per i monaci? È possibile che il Signore chiami solo loro, e non tutti, al Suo eterno e benedetto Regno a venire? Chi oserebbe affermare ciò? Dirlo significherebbe rivelare un’anima completamente ossificata, un’ignoranza totale e profonda e un’irrimediabile incomprensione del significato della vita umana! Qualcuno affermerebbe forse che solo i monaci soffrono del dominio delle passioni peccaminose nel mondo, frutto di cattive abitudini, e non tutti senza eccezione? Ciò significa che tutti, senza alcuna eccezione, sono ugualmente chiamati a combattere contro le passioni peccaminose e le cattive abitudini per liberarsi dall’oppressione del potere del male che regna nel mondo e terrorizza spietatamente tutti, come osserviamo così chiaramente nel tempo presente. È chiaro che chiunque, se desidera salvarsi da questo potere opprimente del male, deve intraprendere il cammino della vita spirituale, ovvero diventare in una certa misura un lottatore ascetico. Chi evita questo è destinato alla perdizione.
L’ascesi è per tutti, non solo per i monaci, perché non è affatto in contrasto con la natura, come alcuni pensano, o una sorta di coercizione imposta all’uomo. È vero il contrario: è un’esigenza naturale dello spirito umano – che si sforza di liberarsi dal potere opprimente del male e di elevarsi verso la sua Causa Prima, Dio – per trovare in Lui la più piena soddisfazione di tutti i suoi sforzi e bisogni interiori e per ottenere la felicità, la pace, la gioia e il riposo eterno tanto desiderati da tutti. Solo l’ascesi, che unisce l’uomo a Dio, Fonte e Donatore di ogni bene, è la vera via verso quell’invitante faro di felicità a cui ogni vivente su questa terra aspira con tanto impeto. Quante volte gli uomini, inseguendo la felicità, periscono sia in questa vita terrena sia, cosa particolarmente terribile, nella futura vita eterna! Poiché la felicità, come dimostra l’esperienza della vita, non è fuori dall’uomo, dove egli erroneamente la cerca, ma dentro di lui: la felicità è nella pacifica disposizione dell’anima, nella serena pace interiore che è la conseguenza della profonda soddisfazione interiore che deriva dalla vittoria sul male dopo aver sradicato le cattive abitudini che tiranneggiano l’anima. Nessuno può mai essere felice quando nell’anima regnano passioni peccaminose e abitudini malvagie e depravate, che porteranno sempre confusione e caos. L’unico modo per pacificare l’anima è sopprimere e sradicare le cattive abitudini, ovvero attraverso l’ascetismo, lo stile di vita ascetico. Ecco perché l’ascesi, in un grado o nell’altro, è senza dubbio essenziale per tutti senza eccezioni: è un bene comune, una proprietà comune. Chi rifugge l’ascesi è nemico di sé stesso, privandosi del bene supremo: la pace della coscienza e la beata comunione con Dio. L’ascetismo non è semplicemente un’invenzione umana, sgradita a Dio, come alcuni nemici della vita ascetica vorrebbero affermare. Al contrario, è l’unico mezzo affidabile e degno di fiducia per realizzare la chiara e diretta volontà di Dio per l’uomo. Nel merito di cosa sia questa volontà di Dio per l’uomo, essa è chiaramente espressa nelle convincenti parole dello stesso Figlio di Dio incarnato, nostro Signore Gesù Cristo, nel cosiddetto Discorso della Montagna. Queste parole non ammettono fraintendimenti: «Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Secondo il disegno di Dio stesso, che ha creato l’uomo, l’alto obiettivo finale di tutte le aspirazioni di un cristiano che lotta contro le sue passioni peccaminose e le sue cattive abitudini è la somiglianza a Dio. Qual è questa perfezione a cui il Signore ci chiama ad aspirare? In cosa dobbiamo sforzarci per essere simili a Dio? C’è un’indicazione diretta e chiara nella Parola di Dio: «Siate santi, perché io sono santo» (1 Pt 1,16), ha detto il Signore. L’apostolo Paolo, nella sua epistola ai Tessalonicesi, afferma altrettanto categoricamente: «Questa infatti è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1 Ts 4,3).
Pertanto, non ci possono essere dubbi: tutto è chiaro. Il Signore si aspetta la perfezione, che consiste in una santità affine alla santità di Dio, da tutti coloro che ha creato (e non solo dai monaci). Questa è la volontà chiara e definita di Dio, e ora dipende da noi se compiere questa volontà di Dio o resisterle. La santità resiste al peccato, che si vince solo con una vita ascetica. Ne consegue che l’ascesi, che sradica il peccato e conduce così l’uomo alla santità, non è una pratica superflua e un’invenzione umana; è un mezzo potente indicato da Dio stesso per il raggiungimento da parte dell’uomo della volontà di Dio nei suoi confronti. Chi si oppone alla vita ascetica, è ovvio, si oppone alla volontà di Dio e un nemico di Dio.
Dio ci ha creati per essere santi, come Lui è santo, per essere beati e per gioire in una comunione d’amore con Lui. Ci siamo allontanati dal piano di Dio quando il nostro antenato è caduto nel peccato. Il peccato ci ha separati da Dio, rendendoci profondamente infelici. La vita di lotta o ascesi ripara il male, la causa del peccato: ci riporta alla beata comunione con Dio. L’amore beato, desideroso della nostra salvezza, attende che tutti noi intraprendiamo questo unico cammino salvifico della vita ascetica e, su di esso, troviamo la comunione eterna e beata con Dio, nel Quale solo si trova la piena e perfetta soddisfazione dei più alti bisogni e delle più elevate esigenze dell’anima umana.
[1] La parola russa che è tradotta da “lotta” è подвиг [podvig].





