BULGARIA
TRA GEOPOLITICA E ORTODOSSIA: DOVE STA ANDANDO LA CHIESA BULGARA?
Negli ultimi giorni la Bulgaria ortodossa è pervasa da una profonda e preoccupante agitazione. L’elezione di Sua Santità il Patriarca Daniil ha infuso nel popolo ortodosso la speranza di un cammino fermo e senza compromessi nel solco della verità canonica e della tradizione patristica. Proprio per questo motivo il popolo di Dio ha visto in Daniil il proprio patriarca. Al contempo, però, i sempre più frequenti compromessi con la purezza della fede da parte dei vertici ecclesiastici sollevano una serie di domande esistenziali tra i fedeli. La Chiesa si chiede fondatamente: la nostra Santa Chiesa si sta trasformando in ostaggio di interessi stranieri, e perché la voce del patriarca viene forzatamente spinta nell’orbita della congiuntura politica estera?
Il Fanar e le ferite dell’unità ortodossa
La figura del Patriarca Bartolomeo non è ormai da tempo percepita in modo univoco nel mondo ortodosso. Le sue azioni non canoniche in Ucraina, che hanno portato al più grande e terribile scisma dai tempi del Grande Scisma a oggi, così come la sua aperta e costante linea verso compromessi ecumenici e preghiere comuni con i non ortodossi, sollevano serie preoccupazioni teologiche.
Ecco perché la notizia della prossima concelebrazione dell’11 giugno 2026, in occasione dell’onomastico del Patriarca di Costantinopoli nella sua isola natale di Imbros (Gökçeada), suscita un fondato e profondo turbamento negli ambienti ecclesiastici. Il fatto che il Patriarca bulgaro si accosti per la seconda volta nel giro di pochi mesi alla Santa Mensa insieme a un gerarca le cui azioni minano la conciliarità della Chiesa è un chiaro segnale d’allarme. La questione del perché il Patriarcato bulgaro dimostri una così affrettata intensità nelle sue relazioni proprio con il Fanar, mentre i legami canonici con le altre Chiese ortodosse sorelle appaiono passivi, rimane dolorosamente attuale.
Lo scandalo in Vaticano
Questa tensione spirituale è stata recentemente alimentata anche durante la visita ufficiale di Stato in Vaticano nel maggio 2026. Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata dei Santi Fratelli Cirillo e Metodio, la presidente della 52ª Assemblea Nazionale, Mihaela Dotsova, ha pronunciato parole che hanno fatto traboccare il vaso e sono suonate come una pesante invenzione di dogmi. Cercando di inquadrare il dialogo religioso attraverso il prisma del protocollo di Stato, ha dichiarato che questa visita esprime: “…una tradizione di unità tra la religione cattolica e quella ortodossa, perché il cristianesimo è uno, ed è conciliare e unito”.
Queste parole hanno provocato un vero e proprio shock tra il popolo dei fedeli nel nostro Paese. Il tentativo di un alto funzionario laico di maneggiare il termine “conciliare” (traduzione del greco katholikì nel Simbolo della Fede) per insinuare un’unità dogmatica con la Chiesa Cattolica Romana è manifestazione o di una terribile ignoranza teologica, o di una mossa diplomatica ben preparata. Più probabilmente la seconda.
La Chiesa Ortodossa non ha mai rifiutato il dialogo con i non ortodossi, ma da molti secoli non ha la comunione eucaristica con Roma a causa di divergenze dogmatiche non superate. Quando lo Stato bulgaro si permette di proclamare l’”unità delle religioni” dalla tribuna del Vaticano, invade grossolanamente gli affari della Chiesa Ortodossa Bulgara, sostituendo il Simbolo della Fede con slogan politici. Naturalmente, una risposta da parte del clero bulgaro non è mai arrivata. Vediamo perché.
Il giogo finanziario
Come tutti sappiamo, negli ultimi anni la Chiesa Ortodossa Bulgara ha mantenuto la posizione più confessionale e coerente di tutto il mondo ortodosso; l’uscita dal movimento ecumenico nel 1998 e la condanna del Concilio di Creta nel 2016 ne sono gli esempi più indicativi. Per comprendere appieno perché la Chiesa bulgara appaia così vulnerabile e impotente ultimamente di fronte a simili attentati alla purezza della fede, dobbiamo guardare alla leva materialistica di cui si serve il potere. La svolta nella nostra storia ecclesiastica più recente è avvenuta il 1° gennaio 2019 quando, con massicce modifiche alla Legge sui Culti, lo Stato si è assunto interamente il pagamento degli stipendi del clero ortodosso, equiparandoli alle retribuzioni degli insegnanti della scuola secondaria.
Sebbene allora questa riforma sia stata presentata sotto il nobile pretesto della cura sociale verso il clero provinciale indigente, essa ha piazzato una profonda bomba istituzionale a orologeria. Fino al 2019 la Chiesa si manteneva in modo del tutto autonomo attraverso la vendita delle candele, le donazioni e i servizi religiosi – un modello che aveva le sue difficoltà finanziarie, ma che garantiva l’assoluta indipendenza spirituale dal Cesare. La trasformazione dei ministri del culto in soggetti de facto dipendenti dal bilancio statale ha però cambiato tutto questo.
Oltre al sussidio statale annuale, la Chiesa Ortodossa Bulgara utilizza anche i fondi dei programmi europei per lo sviluppo delle aree rurali. Oggi la massima popolare “chi paga ordina la musica” trova la sua più brutta conferma proprio nella nostra vita ecclesiastica. Dal momento che la sopravvivenza fisica delle eparchie, i contributi previdenziali del clero e lo stipendio di ogni singolo parroco dipendono dalla firma del Ministro delle Finanze e della maggioranza politica in Parlamento, il Santo Sinodo ha perso davanti ai nostri occhi la sua posizione di testimonianza, e il moltiplicarsi dei compromessi con la purezza della fede è diventato una conseguenza logica.
Se ci guardiamo intorno, vedremo che la Chiesa Ortodossa di Grecia è l’esempio classico e più radicale di schiavitù finanziaria da parte dello Stato. In Grecia i sacerdoti hanno lo status di dipendenti pubblici e i loro stipendi sono versati direttamente dal bilancio della Repubblica. Questo modello è uno strumento di controllo perfetto, come si evince dalla totale capitolazione davanti alla linea dello Stato. Quando Atene ha deciso che la Grecia doveva riconoscere gli scismatici in Ucraina sotto la pressione di Washington, la Chiesa di Grecia semplicemente non ha avuto margine di manovra: una ribellione contro il potere avrebbe significato il blocco degli stipendi e della previdenza per migliaia di sacerdoti greci.
Un’altra Chiesa locale che funziona secondo un modello simile è quella Rumena. Lo Stato rumeno cofinanzia gli stipendi del clero (circa il 60-80% della retribuzione base, il resto è integrato dalle parrocchie) e stanzia centinaia di milioni di euro per la costruzione e il restauro dei luoghi di culto (inclusa la colossale Cattedrale della Salvezza del Popolo a Bucarest). Il Patriarca rumeno guida una delle Chiese più numerose e potenti, che è tuttavia fortemente sincronizzata con la linea filo-occidentale ed euro-atlantica di Bucarest. L’unione finanziaria con lo Stato rende il Patriarcato Rumeno estremamente obbediente nelle questioni di politica estera, come si nota nei suoi recenti tentativi di espandere la propria influenza in Moldavia e Ucraina in contrapposizione alla Chiesa Ortodossa Russa.
Questo processo di “addomesticamento” finanziario ci riporta agli avvertimenti profetici dei grandi anziani del Monte Athos della fine del secolo scorso, quando l’Unione Europea iniziò a versare milioni per il restauro dei monasteri athoniti. Il grande santo contemporaneo, Paisios l’Athonita, allora avvertì chiaramente e categoricamente: “Ora vi danno soldi per costruire, ma domani vi chiederanno il conto e vi costringeranno a cambiare le vostre leggi, ad aprire l’Athos e a capitolare davanti al loro spirito”. Allo stesso modo l’anziano Giuseppe di Vatopedi stigmatizzava i finanziamenti europei. Egli sottolineava che quando la Chiesa o il monachesimo accettano il denaro del mondo, accettano inevitabilmente anche le sue condizioni, perdendo la propria libertà ascetica e la capacità di testimoniare la Verità. Gli athoniti videro la trappola del diavolo già allora: i soldi europei non arrivano gratis, ma come strumento a lungo termine per l’occupazione della coscienza ortodossa.
La pressione euro-atlantica sulle Chiese locali
A guardare criticamente, la dichiarazione della signora Dotsova non è un caso isolato di mancanza di preparazione, e la dipendenza finanziaria della Chiesa Ortodossa Bulgara è semplicemente lo strumento per la sua attuazione. Tutto questo è l’essenza di una strategia geopolitica sistemica. Lo Stato, guidato dai suoi impegni transatlantici, in accordo con i suoi alleati della NATO e dell’Unione Europea, cerca di imporre alla Chiesa Ortodossa Bulgara una matrice di comportamento laica e ad essa estranea per natura.
Se guardiamo la mappa dell’ortodossia, noteremo una regolarità sorprendente: proprio le Chiese dei paesi membri dell’Unione Europea e della NATO – quella di Grecia, di Cipro, di Romania e ora anche la fortemente pressata Chiesa bulgara – si trovano al centro di uno stress diplomatico per un avvicinamento al Fanar. La prova è davanti ai nostri occhi: per l’onomastico del Patriarca Bartolomeo sull’isola di Imbros arrivano di persona e insieme due primati di Chiese di paesi membri della NATO e dell’Unione Europea: il Patriarca bulgaro Daniil e il Patriarca rumeno Daniel. I centri politici occidentali considerano univocamente il Patriarca di Costantinopoli come un “papa ortodosso” e uno strumento di influenza geopolitica volto all’isolamento del Patriarcato di Mosca nel contesto del conflitto globale che stiamo vivendo. In questo schema, le parole sull’”unità” di politici come Mihaela Dotsova servono come preparazione ideologica del terreno per una futura unione religiosa, interamente politica e di compromesso, sotto l’egida del quadro globalista mondiale.
Le lezioni della storia
La storia ricorda tragici esempi di come la pressione laica, mascherata da “cura per la pace” o “interesse di Stato”, abbia danneggiato il corpo mistico della Chiesa attraverso false formule di unità:
- L’”Henotikon” dell’imperatore Zenone (482 d.C.): Spinto dalla necessità politica di preservare l’integrità dell’Impero Bizantino, il sovrano laico emanò un editto di unità (“Henotikon”) in cui sfumava deliberatamente le differenze dogmatiche tra ortodossi e monofisiti. Questo tentativo dello Stato di dettare la teologia in nome della pace portò a un disastro: nacque il cosiddetto Scisma Acaciano, che divise l’Oriente e l’Occidente per tre decenni.
- La moderna ingegneria politica in Ucraina (2018 – oggi): Il processo di legittimazione dello scisma ecclesiale locale è stato orchestrato e finanziato direttamente dal potere laico a Kiev e dai suoi protettori occidentali. L’apparato statale utilizza brutalmente l’identità religiosa come arma geopolitica, trasformando la questione ecclesiale nel prolungamento della linea del fronte.
Ogni volta che la Chiesa ha permesso ai funzionari statali di garantirle il comfort terreno, ha pagato con il prezzo di scismi interni e la perdita dell’autorità della grazia. Perciò non si deve mai dimenticare l’avvertimento del Signore: “Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o si affezionerà dell’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona (la ricchezza)” (Matteo 6:24).
Possono i laici raddrizzare la rotta della Chiesa?
Di fronte alla situazione che si è creata, la questione del ruolo dei laici acquisisce un significato cruciale e di testimonianza confessionale. Nella teologia ortodossa il popolo di Dio è il custode supremo della Verità e della pietà – una realtà irrevocabilmente sancita nella celebre Lettera Enciclica dei Patriarchi Orientali del 1848. I fedeli non solo possono, ma sono canonicamente obbligati a raddrizzare la posizione piegata della Chiesa Ortodossa Bulgara, trasformando il proprio sdegno spirituale in un’azione ecclesiale legittima.
La storia dell’Ortodossia ricorda che le crisi dogmatiche più gravi sono sempre state concepite nei palazzi, ma sono state rase al suolo dall’inflessibilità del comune gregge. Gli esempi sono molti, ma ne menzioneremo solo alcuni:
- Durante la crisi ariana (IV secolo): Quando San Ilario di Poitiers ammise sinceramente che “le orecchie dei laici sono diventate più sante dei cuori dei vescovi”, perché il popolo si rifiutò di seguire la gerarchia eretica.
- La lotta contro il Monotelismo (VII secolo): Quando quattro patriarchi orientali (inclusi quello di Costantinopoli e di Alessandria) e il Papa di Roma caddero nell’eresia del monotelismo, un semplice monaco che non aveva dignità episcopale – San Massimo il Confessore – sostenuto dal popolo fedele, si oppose da solo a tutti loro. Alla domanda degli inviati imperiali: “A quale Chiesa appartieni? A quella di Costantinopoli, di Roma, di Antiochia o di Alessandria? Sono tutte in unità”, San Massimo rispose: “La Chiesa Cattolica [Conciliare] è quella che confessa la retta fede in Cristo”.
- L’Unione di Lione (1274): Spinto da minacce geopolitiche, l’imperatore Michele VIII Paleologo e il patriarca da lui nominato, Giovanni XI Beccos, firmarono l’unione con Roma. Il popolo ortodosso, tuttavia, rifiutò categoricamente questo compromesso politico. È un fatto storico che persino la sorella dell’imperatore, la principessa Eulogia, si schierò dalla parte dei laici e pronunciò le parole senza compromessi: “È meglio che perisca l’impero di mio fratello, piuttosto che la purezza della fede ortodossa”. L’unione rimase un documento morto sulla carta a causa della resistenza del gregge.
- Dopo l’Unione di Firenze (1439): Al concilio di Ferrara-Firenze quasi tutti i gerarchi ortodossi (sotto la pressione dello Stato e in cerca di aiuto militare occidentale contro gli Ottomani) firmarono l’unione con il Papa. Solo San Marco d’Efeso si rifiutò di apporre la firma. Quando i vescovi unionisti tornarono a Costantinopoli, i laici fedeli li accolsero con disprezzo, rifiutarono di ricevere la loro benedizione e non misero piede nelle loro chiese. Il popolo costrinse la gerarchia a pentirsi e a rigettare l’unione, dimostrando che il gregge è il sistema immunitario vivo della Chiesa.
- La tragedia dell’Unione di Brest (1596): Un esempio lampante è anche la tragedia dell’Unione di Brest nella Rus’ sud-occidentale (nei confini dell’allora Confederazione Polacco-Lituana). All’epoca quasi l’intero episcopato ortodosso locale, guidato dal Metropolita di Kiev, capitolò davanti a Roma e tradì la fede in nome di beni terreni e comfort politico. Quando i vescovi tornarono e proclamarono l’unione, si scontrarono con un’inaspettata e feroce resistenza da parte di coloro che consideravano una “massa senza voce”: i laici. I vescovi unionisti rimasero senza gregge. Il popolo si rifiutò di andare nelle loro chiese, li cacciò e, a prezzo di persecuzioni e martirio, mantenne l’Ortodossia in quelle terre finché, in seguito, la gerarchia non fu ripristinata per via canonica. Questo esempio dimostra che il custode della fede è l’intera pienezza ecclesiale (pleroma) e non solo l’apparato amministrativo dell’episcopato.
Oggi i laici nel nostro Paese possiedono gli stessi potenti e legittimi strumenti di contrasto: dalla difesa attiva del proprio diritto di voto nell’elezione dei delegati eparchiali, al rifiuto categorico di scendere a patti con lo spirito nefasto del Fanar e alla pubblica denuncia di ogni cedimento dogmatico, fino alla richiesta dell’immediata convocazione di un Concilio della Chiesa e del Popolo. Quando le catene d’oro del bilancio statale hanno legato le mani ai vertici, la base della Chiesa – il suo gregge fedele – è chiamata a trasformarsi in uno scudo vivente per la tradizione patristica. Perché a chi servono cupole e croci d’oro se ci separiamo dal Corpo di Cristo? Una separazione verso la quale il Fanar si sta costantemente dirigendo.
Appello al discernimento spirituale
Oggi la Chiesa Ortodossa Bulgara si trova di fronte a un esame fatidico. Deve dimostrare nei fatti di essere autonoma e fedele unicamente a Cristo, e non un dipartimento per gli affari religiosi presso il Ministero degli Affari Esteri, l’Assemblea Nazionale o le ambasciate straniere a Sofia.
Il nostro Santissimo Padre Daniil porta la croce estremamente pesante del ministero patriarcale in un’epoca terribilmente complessa. Il popolo dei fedeli deve elevare continuamente preghiere per i propri arcipastori, ma ha il diritto e il sacro dovere di esigere da loro vigilanza. La pressione geopolitica non deve trasformarsi in una capitolazione davanti all’ecumenismo (come, ad esempio, l’accettazione delle decisioni del Concilio di Creta) o in un tacito assenso alle azioni scismatiche in Ucraina. La Chiesa bulgara deve rimanere quel pilastro dei canoni che era fino a una decina di anni fa, e non una pedina sulla scacchiera dei grandi attori politici. Perché gli imperi terreni, i loro bilanci e i loro parlamenti vanno e vengono, ma “la Chiesa del Dio vivente è colonna e sostegno della verità” (1 Timoteo 3:15).
Redazione “Christonostsi” (I Portatori di Cristo)





