Sant’Ignazio Brjanchaninov: Biografia

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Sant’Ignazio Brjanchaninov: Biografia

Sant’Ignazio Brjanchaninov (1807-1867)

Compilato dai suoi discepoli più vicini nel 1881

INTRODUZIONE

Sono trascorsi dodici anni dalla serena scomparsa di Sua Grazia il Vescovo Ignazio Brjanchaninov, santo e monaco della Chiesa russa del XIX secolo, figura sempre memorabile. Il suo tempo è ancora vicino, molti dei suoi contemporanei, compagni asceti e discepoli sono ancora in vita, eppure la radiosa figura del compianto santo di Dio si erge già alta sopra di noi, risplendendo con la luce delle sue virtù cristiane, delle gesta della sua rigorosa vita monastica e dei suoi scritti ascetici. La bellezza del monachesimo nella nostra epoca risiede nel fatto che il santo fu un attivo maestro di monaci e, non solo nei suoi scritti ma in tutta la sua vita, ci offre un meraviglioso quadro di abnegazione, simile alla confessione, della lotta dell’uomo contro le passioni, i dolori e le malattie: il quadro di una vita che, con l’aiuto e l’azione dell’abbondante grazia di Dio, fu coronata dalla vittoria, attirando a sé molti rari doni del Santo Spirito. Seguendo con reverenza questa via crucis di lunga sofferenza e dolore dell’asceta verso il successo spirituale e contemplando al contempo la speciale guida della provvidenza di Dio in tutta la sua vita, si percepisce spontaneamente una viva consapevolezza della cura paterna che Dio, nostro Creatore e Salvatore, ha per noi, e si è animati dal desiderio di imitare, al meglio delle proprie capacità, questo modello di perfezione cristiana a noi contemporaneo. Nel fornire al futuro biografo una valutazione dettagliata e completa della feconda attività dell’indimenticabile santo, abbiamo deciso in questo momento di offrire solo una breve biografia del defunto Vescovo Ignazio, compilata dagli appunti dei suoi discepoli più vicini e di suo fratello Pietro Alexandrovich Brjanchaninov, profondamente devoto a lui nelle questioni spirituali, che condivise con lui la solitudine degli ultimi anni della sua vita in ritiro nel monastero di Nikolo-Babaevsky e godette della completa fiducia e dell’amore del beato santo, così come del suo compagno (suo amico dalla giovinezza e fino alla vecchiaia) lo schemamonaco Michele Chichachov del deserto di Sergiev, con il quale iniziò il suo cammino monastico e insieme lo percorse fino all’episcopato – un amico al quale il santo non nascose un solo evento della sua vita e, infine, cosa più importante – furono guidati dai racconti dello stesso arcivescovo-monaco sulle sue infermità, le sue lotte, i dolori, i sentimenti e le beate sensazioni che descrisse nelle sue opere. Tutti gli scritti in generale, e in particolare quelli spirituali e morali, possiedono la caratteristica di esprimere fedelmente la vita interiore dei loro autori. Pertanto, gli scritti forniscono al biografo un’abbondante quantità di materiale per delineare un profilo caratteriale, elemento essenziale di una biografia. Ma per ritrarre con precisione la vita del Vescovo Ignazio, è necessario studiare e sperimentare personalmente ciò che egli stesso studiò e sperimentò. Lo studio in questo caso è talmente arduo, le esperienze talmente eccezionali, che dipendono meno di ogni altra cosa dagli sforzi e dalla volontà del singolo. Solo chi, per Divina Provvidenza, si trova su un simile cammino e viene parzialmente condotto nel crogiolo di tali prove può comprendere appieno l’unicità di queste esperienze. Le biografie di individui particolarmente notevoli e progrediti si distinguono per la caratteristica di rivelare prevalentemente un aspetto della loro attività, quello che li contraddistingue con tratti distintivi e cattura tutta l’attenzione: questo è, per così dire, il rovescio della medaglia della loro intera attività, celando tutti gli altri. Nelle biografie di tali individui, è necessario cogliere questa caratteristica e approfondirla pienamente dall’inizio alla fine; allora essa acquisirà la sua caratteristica coerenza. A questo proposito, la vita del Vescovo Ignazio ha un vantaggio particolare: presenta un aspetto distintivo che lo differenzia completamente dalle altre figure spirituali contemporanee. Questo aspetto della sua vita è caratterizzato da una totale abnegazione per il preciso adempimento dei comandamenti evangelici in una segreta lotta spirituale monastica, che è servita da spunto per un nuovo insegnamento ascetico-teologico nella nostra letteratura spirituale: un insegnamento sulla perfezione interiore dell’uomo nella vita monastica e sul suo rapporto con gli altri esseri spirituali che lo influenzano sia interiormente che esteriormente o fisicamente. Questa è la caratteristica che distingue il Vescovo Ignazio dagli altri scrittori spirituali del nostro tempo: una caratteristica distintiva, eppure non chiaramente individuata o riconosciuta con precisione da tutti.

CAPITOLO I

Il Vescovo Ignazio fu scelto per servire Dio fin dal grembo materno. Tale scelta – destino di rarissimi e illustri servitori di Dio – fu preannunciata dalla seguente circostanza. I genitori del Vescovo si sposarono in giovane età. Poco dopo il matrimonio, ebbero due figli, ma la loro consolazione fu di breve durata; entrambi i bambini morirono in tenera età e la giovane coppia rimase senza figli per lungo tempo. Profondamente addolorati per la prolungata sterilità, i due si rivolsero all’unico aiuto possibile: l’aiuto divino. Intrapresero un viaggio verso i luoghi santi circostanti, cercando con fervida preghiera e carità una soluzione alla loro infertilità. Questa pia impresa fu coronata dal successo: il frutto delle preghiere della coppia affranta fu un figlio, chiamato Dmitrij, in onore di uno dei primi taumaturghi di Vologda, San Dmitrij di Priluki. Pertanto, l’infertilità dei giovani Brjanchaninov fu evidentemente un atto della Divina Provvidenza, affinché il primogenito nato dopo la loro sterilità, spinto dalla preghiera, diventasse in seguito un fervente praticante e un esperto maestro. Il piccolo Dmitry nacque il 6 febbraio 1807 nel villaggio di Pokrovskoye, tenuta di famiglia del padre, situata nel distretto di Gryazovetsky, nella provincia di Vologda. Il futuro monaco ebbe la fortuna di trascorrere l’infanzia nella solitudine della vita rurale, a stretto contatto con la natura, che divenne così la sua prima maestra. Questa gli instillò una propensione per la solitudine: il giovane amava spesso rimanere all’ombra degli alberi secolari del vasto giardino e lì, da solo, immerso in pensieri tranquilli, il cui contenuto era indubbiamente tratto dall’ambiente naturale circostante. Maestosa e silenziosa, iniziò a influenzarlo fin da piccolo con le sue immagini evocative: ispirò la sua anima infantile, ancora incontaminata dalle meschinità del mondo, ad aspirazioni più elevate, come quelle che si trovano nella vita del deserto; gli deliziò il cuore con i sentimenti più vibranti e puri che solo la solitudine può offrire. Il giovane imparò presto a comprendere questa voce silenziosa della natura e a distinguerla dal frastuono della vita quotidiana. La quotidianità della vita domestica non ebbe alcun effetto su di lui: si ritirò più profondamente in sé stesso e, in mezzo all’elegante ambiente secolare, sembrava un nativo del deserto. Una scintilla di amore divino penetrò nel suo cuore puro. Si manifestò in lui come un’attrazione istintiva per il monachesimo, per i suoi alti ideali, così diffusi nella sua terra natale, e una particolare inclinazione verso tutto ciò che è sacro e veramente bello, per quanto accessibile a un bambino. Fin da questo momento della sua vita, il suo futuro era già segnato. Il giovane era spiritualmente separato dal mondo. Un simile stato d’animo nel giovane Dmitry non avrebbe potuto aspettarsi comprensione dai suoi genitori. Suo padre, Alexander Semyonovich Brjanchaninov, discendente degli antichi nobili Brjanchaninov, una famiglia ben nota e rispettata a Vologda, era un uomo di mondo nel vero senso della parola. Un paggio durante il regno dell’imperatore Paolo Petrovich. Aveva un gusto insolitamente raffinato per l’eleganza e rappresentava il perfetto prototipo del moderno e progressista proprietario terriero russo. Avendo ereditato un considerevole patrimonio dai genitori, dovette spenderne gran parte per saldare enormi debiti, rimanendo con circa quattrocento contadini e il pittoresco villaggio di Pokrovskoye, antica dimora dei suoi antenati e luogo di nascita del futuro santo. Sua moglie, Sofia Afanasyevna, madre del Vescovo Ignazio, proveniva anch’essa dalla famiglia Brjanchaninov e, in quanto donna di notevole cultura e grande pietà, ricordando che il marito è il capofamiglia, si sottomise alla sua influenza in ogni cosa, condividendone opinioni e idee. Alexander Semyonovich era giustamente considerato uno dei proprietari terrieri più istruiti e progressisti del suo tempo e nutriva un profondo amore per la cultura.1. Perciò si adoperò per fornire ai suoi figli, per quanto possibile, un’educazione completa, al fine di plasmarli in veri figli della Patria, devoti al trono e fedeli all’Ortodossia. Pur dedicandosi a tale educazione, non mancava l’ambizione di vedere i suoi figli ricoprire in futuro posizioni onorevoli al servizio del governo. Questo tratto del padre, completamente opposto alle intenzioni e alle aspirazioni del giovane, non sfuggì all’attenzione del piccolo Dmitrij, e così ebbe inizio la lotta interiore, le sofferenze e le prove che avrebbero poi segnato la vita del defunto Vescovo. Tutti i figli della famiglia Brjanchaninov, i fratelli e le sorelle di Dmitrij Aleksandrovich, crebbero insieme, legati da una reciproca amicizia, ma tutti riconoscevano la supremazia di Dmitrij, non solo perché era il maggiore, ma per la particolare, superiore, per così dire, indole e carattere, per la sua superiorità morale. Godendo costantemente del rispetto dei suoi confratelli e delle sue consorelle e superandoli tutti per capacità intellettuali e altri doni, Dmitrij Aleksandrovich non mostrò mai la minima arroganza o vanteria. I primi segni di umiltà monastica erano evidenti nel suo comportamento e nel suo modo di pensare già allora; in moralità e intelletto, era incomparabilmente superiore ai suoi coetanei, ed è per questo che i suoi fratelli e le sue sorelle lo consideravano persino con una certa riverenza, e lui, a sua volta, trasmetteva loro le proprie qualità morali. Con il passare degli anni, la propensione religiosa di Dmitry Alexandrovich si fece più evidente: si manifestò in una particolare inclinazione alla preghiera e alla lettura di libri di contenuto spirituale e morale. Amava frequentare la chiesa e, a casa, era solito pregare spesso durante il giorno, non limitandosi alle sole ore del mattino e della sera. Le sue preghiere non erano quelle recitate in modo frettoloso e meccanico, così comuni tra i bambini. Si dedicò alla preghiera attenta, che inizia con un atteggiamento riverente e la pronuncia lenta delle parole, e vi eccelse a tal punto che fin da bambino ne godette i benefici. Imparando a pregare con attenzione, trattava ogni cosa sacra con riverenza, trasmettendo questo rispetto anche ai suoi fratelli e sorelle. Leggeva sempre i Vangeli con tenerezza, meditando su ciò che aveva letto. Il suo libro preferito era “La Scuola di Pietà”, in cinque volumi di una vecchia edizione. Questo libro, contenente un riassunto delle gesta dei santi e una selezione di aforismi, si adattava perfettamente allo stato d’animo del giovane, o meglio, ne sintonizzava lo spirito, permettendo alle sacre narrazioni e ai detti degli uomini di spirito di agire direttamente su di lui, senza bisogno di spiegazioni esterne. Le capacità di Dmitry Alexandrovich erano piuttosto versatili: oltre agli studi consolidati, si dedicava con grande successo alla calligrafia, al disegno, alla notazione musicale e persino alla musica, suonando anche quello strumento difficilissimo che è il violino. Avendo appreso molto rapidamente le sue materie, dedicava il tempo libero alla lettura e a vari esercizi di scrittura, nei quali iniziò a emergere anche il suo talento letterario. I suoi mentori in quel periodo erano professori del Seminario di Vologda e gli insegnanti del ginnasio. Il suo tutore era un seminarista di nome Levitsky, che viveva con la famiglia Brjanchaninov. Gli insegnava anche la Legge di Dio. Levitsky si distingueva per la sua notevole integrità morale e la profonda conoscenza della materia. Era così abile nell’introdurre i suoi studenti ai principi fondamentali della teologia che Dmitry Alexandrovich conservò un ricordo grato di lui fino alla fine dei suoi giorni. Dmitry Alexandrovich trascorse del tempo nella casa dei genitori fino all’età di sedici anni. Questo primo periodo della sua vita fu già difficile per lui spiritualmente, poiché le condizioni esterne e interne della vita familiare gli impedivano di rivelare a chiunque i desideri e gli obiettivi più cari che allora riempivano la sua anima. Per concludere la descrizione dell’infanzia dell’autore di “Esperienze ascetiche”, è molto istruttivo citare il suo stesso racconto di quel periodo. Ecco come parla di sé con commozione nell’articolo intitolato Il mio lamento:

“La mia infanzia fu piena di dolori. Qui vedo la Tua mano, mio ​​Dio! Non avevo nessuno a cui aprire il mio cuore; iniziai a riversarlo davanti al mio Dio, iniziai a leggere il Vangelo e le vite dei Tuoi santi. Un velo, a volte squarciato, copriva il Vangelo per me, ma i Tuoi Poemen, i Tuoi Sisoes e i Tuoi Macario fecero su di me una meravigliosa impressione. Il pensiero che spesso si elevava a Dio attraverso la preghiera e la lettura iniziò a poco a poco a portare pace e tranquillità alla mia anima. Quando avevo quindici anni, un silenzio indescrivibile mi pervase la mente e il cuore. Ma non lo capivo: pensavo che questa fosse la condizione normale di tutte le persone.” 2 

Alla fine dell’estate del 1822, quando Dmitry Alexandrovich si avvicinava al suo sedicesimo anno di età, i suoi genitori lo portarono a San Pietroburgo per iscriverlo alla Scuola Principale di Ingegneria, per la quale si era preparato con lo studio a casa. Lungo la strada, vicino a Shlisselburg, il padre si rivolse improvvisamente al figlio con la seguente domanda: “Dove vorresti fare servizio?” Colpito da una franchezza così inedita da parte del padre, il figlio non volle più nascondergli il segreto del suo cuore, che non aveva mai rivelato a nessuno prima; prima gli chiese di promettere di non arrabbiarsi se la risposta non gli fosse piaciuta; poi gli chiese di perdonarlo. Quindi, con fermezza di volontà e la forza di un sentimento sincero, disse che desiderava diventare monaco. La risposta decisa del figlio apparentemente non ebbe alcun effetto sul padre; o la scartò a causa della giovane età del ragazzo, o non volle obiettare a causa dell’apparente impossibilità di un desiderio che era in totale contrasto con i suoi progetti per il futuro del figlio. A San Pietroburgo, Dmitry Alexandrovich superò brillantemente l’esame di ammissione. 

.Il suo bell’aspetto e l’eccellente formazione scientifica attirarono l’attenzione di Sua Altezza Nikolai Pavlovich, allora Ispettore Generale del Corpo degli Ingegneri, sul giovane Brjanchaninov. Il Granduca ordinò a Brjanchaninov di presentarsi al Palazzo di Anichkov, dove lo presentò a sua moglie, l’Imperatrice Granduchessa Alexandra Feodorovna, e lo raccomandò come ben preparato non solo per gli studi richiesti dalla scuola di ingegneria, ma anche per la sua conoscenza del latino e del greco. Sua Altezza fu lieta di disporre l’iscrizione di Brjanchaninov come suo pensionato. Dopo essere diventati Imperatori, Nikolai Pavlovich e l’Imperatrice Alexandra Feodorovna continuarono a dimostrare il loro favore a Brjanchaninov. Dopo aver superato gli esami, Dmitry Alexandrovich fu iscritto alla compagnia di conduzione della Scuola Principale di Ingegneria e il suo servizio attivo iniziò il giorno in cui prestò giuramento di fedeltà, il 19 gennaio 1823. I risultati accademici del Granduca, il suo comportamento impeccabile e la sua benevolenza lo posero in prima linea tra i suoi compagni: alla fine del 1823, promosso al grado superiore di conduttore, fu nominato sergente maggiore della compagnia di conduzione. Nel 1824, fu trasferito dai corsi per cadetti al grado inferiore di ufficiali (l’attuale Accademia di Ingegneria Nikolaev) e, il 13 dicembre, fu promosso ingegnere guardiamarina. Le rare capacità intellettuali e le qualità morali di Dmitry Alexandrovich attirarono l’attenzione dei professori e degli insegnanti della scuola; tutti lo trattarono con particolare favore, prediligendo chiaramente lui rispetto agli altri studenti. Oltre al suo impegno accademico, Dmitry Alexandrovich godette anche di successo nell’alta società, grazie ai suoi meriti personali. Le conoscenze familiari lo portarono nella casa di Olenin, allora presidente dell’Accademia delle Arti. Lì, durante le serate letterarie, divenne un lettore prediletto, e il suo talento poetico e letterario gli valse l’attenzione delle personalità più influenti dell’epoca: Gnedič, Krylov, Batyushkov e Puškin. Una tale compagnia, naturalmente, ebbe un effetto benefico sullo sviluppo letterario del futuro scrittore. Il Vescovo Ignazio, fino alla fine dei suoi giorni, parlò con ammirazione dei consigli ricevuti da alcuni di questi personaggi. La suddetta cerchia di conoscenti, a cui apparteneva sua zia, A. M. Sukharev, che godeva di importanti conoscenze, influenzò solo superficialmente la vita del giovane, la cui interiorità si sviluppò in modo indipendente, al di fuori dei legami familiari e sociali. Persino nel trambusto della capitale, Dmitrij Aleksandrovich rimase fedele alle aspirazioni spirituali maturate nella solitudine della sua lontana patria: cercò sempre una conoscenza viva ed esperienziale nella religione e, preservato dalla grazia, non cedette né all’influenza corruttrice di dottrine estranee né alle lusinghe dei piaceri mondani. Ecco come lui stesso, nel già citato articolo “Il mio lamento”, descrive dettagliatamente il suo stato spirituale di quel tempo:

“Entrai nel servizio militare e accademico non per mia scelta o desiderio. Allora non osavo – non sapevo desiderare nulla, perché non avevo ancora trovato la Verità, non l’avevo ancora vista abbastanza chiaramente da desiderarla! Le scienze dell’uomo, l’invenzione della mente umana decaduta, divennero l’oggetto della mia attenzione: mi prodigai verso di esse con tutte le forze della mia anima; vaghe aspirazioni e sensazioni religiose rimasero ai margini. Trascorsero quasi due anni in attività terrene: un terribile vuoto nacque e crebbe nella mia anima, apparve la fame, apparve un’insopportabile nostalgia di Dio. Cominciai a rimpiangere la mia negligenza, a rimpiangere l’oblio a cui avevo tradito la fede, a rimpiangere il dolce silenzio che avevo perso, a rimpiangere il vuoto che avevo acquisito, che mi opprimeva, mi inorridiva, mi faceva sentire orfano, come privato della vita! E in effetti, era l’angoscia di un’anima separata dalla sua vera vita, da Dio. Ricordo: camminavo per le strade di San Pietroburgo in uniforme da cadetto, e le lacrime mi sgorgavano dagli occhi come pioggia…I miei concetti erano già più maturi; cercavo definizioni nella religione. I sentimenti religiosi inspiegabili non mi soddisfacevano; volevo vedere ciò che era vero, chiaro, la Verità. A quel tempo, diverse idee religiose occupavano e agitavano la capitale del nord, litigando e contendendosi. Il mio cuore non si affezionava a nessuna delle due parti; le diffidava, le temeva. In seria contemplazione, mi tolsi l’uniforme da cadetto e indossai quella da ufficiale. Mi pentii dell’uniforme da cadetto: con essa, entrando nel tempio di Dio, si poteva stare in mezzo a una folla di soldati, in mezzo a una folla di gente comune, pregare e piangere a sazietà. Un giovane non aveva tempo per la gioia, non aveva tempo per i divertimenti! Il mondo non mi offriva nulla di allettante: gli ero freddo come se il mondo fosse del tutto privo di tentazioni! Era come se per me non esistessero: la mia mente era completamente immersa nella scienza e al tempo stesso ardeva dal desiderio di sapere dove si nascondesse la vera fede, dove si nascondesse il vero insegnamento su di essa, libero da errori, sia dogmatici che morali”. 5 

CAPITOLO II

L’inizio di un’attività spirituale, quando viene intrapresa con uno scopo specifico e diventa dominante, per poi diventare completamente esclusiva, è solitamente accompagnato da una battaglia interiore di pensieri e sentimenti intensi. Questa battaglia è così potente che resistervi con le proprie forze è impossibile: è necessario un aiuto dall’alto. Dmitry Alexandrovich si dedicò alla preghiera, praticandola interiormente, con attenzione e incessantemente. Tale preghiera, che forma il monaco interiore, armonizza tutta l’attività spirituale di una persona, ma deve essere adeguatamente insegnata, e questo è l’oggetto della pratica spirituale monastica. Egli si dedicò alla preghiera mentale e la praticò con tale diligenza che divenne spontanea per lui. “Accadeva che la sera”, raccontò in seguito di sé, “mi sdraiavo a letto e, sollevando la testa dal cuscino, iniziavo a recitare una preghiera, e poi, senza cambiare posizione, senza interrompere la preghiera, mi alzavo la mattina per andare al lavoro, a lezione”. Così, essendo monaco nell’animo e avendo sperimentato già all’età di sedici anni l’effetto benefico della preghiera, questo devoto giovane non poteva accontentarsi dell’usanza stabilita nella scuola — di ricevere i sacramenti della confessione e della Santa Comunione solo una volta all’anno — ma aveva bisogno di nutrirsi più spesso di questo cibo spirituale; per soddisfare il suo desiderio, si rivolse quindi al maestro di catechismo e al confessore della scuola. Un fenomeno così insolito tra i giovani suscitò lo stupore del confessore, specialmente quando il penitente disse che «lottava contro una moltitudine di pensieri peccaminosi». Senza fare distinzione tra «pensieri peccaminosi» e «progetti politici», il padre arciprete ritenne suo dovere portare questa circostanza a conoscenza della direzione della scuola. Il capo della scuola, il tenente generale conte Sivere, sottopose il giovane accusato a un interrogatorio formale sul significato dei pensieri da lui stesso riconosciuti come «peccaminosi». Le autorità tedesche,6 non avendo compreso il significato di questa espressione, iniziarono a sorvegliare Brjanchaninov. L’imprudenza del confessore espose Brjanchaninov a una grave responsabilità nei confronti dei suoi superiori e lo portò a uno stato di malessere; egli fu costretto a scegliere un altro confessore. Per questo Brjanchaninov si rivolse ai monaci del monastero di Valaam, cominciò a recarsi lì ogni sabato e domenica per la confessione e la Santa Comunione e, istruito dall’esperienza, cercò di farlo di nascosto ai superiori dell’istituto. In questa santa impresa si unì a lui il compagno di scuola Chikhachov, nobile della provincia di Pskov, entrato nella scuola contemporaneamente a lui e molto amato dallo zar Nicola Pavlovich. Dmitry Alexandrovich sviluppò una sincera amicizia con Chikhachov, nonostante la dissimilarità delle loro personalità: il primo era serio, riflessivo e introspettivo, mentre il secondo era un tipo allegro e loquace, dal cuore aperto. Chichachov si dedicò a Brjanchaninov più come un figlio a un padre che come un fratello a un fratello: tale fu l’influenza di Dmitry Alexandrovich sul suo compagno. Il primo incontro tra questi due giovani compagni fu intriso di tenerezza e di un autentico spirito cristiano. Un giorno, durante una conversazione amichevole, Dmitry Alexandrovich interruppe il chiacchiericcio allegro di Chichachov, dicendogli: “Diventa cristiano!”. “Non sono mai stato tartaro”, replicò il compagno. “Sì”, disse il primo, “ma devi dare concretezza a queste parole con i fatti e approfondirle”. Da quel momento in poi, entrambi frequentarono i monaci del metochio, si confessarono e ricevettero la comunione, pregarono, furono edificati da conversazioni che gli salvarono l’anima e si dedicarono all’ascesi. Ecco come Chichachov stesso descrive queste visite nei suoi appunti, dove descrive francamente l’effetto che ebbero su di lui: “Un sabato, sentii un invito del mio compagno ad andare dal sacerdote. – “Perché?” – “È mia abitudine confessarmi e ricevere i Santi Misteri di Cristo la domenica; assicurati di non restare indietro.” La mia povera testolina fu allora colma di stupore e grande confusione. Paura e orrore: cosa e come, non sono pronto, non posso! – “Non sono affari tuoi, ma del padre spirituale”, rispose coraggiosamente il mio compagno, e mi trascinò con sé con il suo amore. Giovinezza e salute, e tutte le circostanze esterne e l’intero ambiente, e anche la potente ribellione interiore delle passioni e delle abitudini, generata dalla resistenza ad esse, agitarono terribilmente la mia anima, e come avrebbe potuto resistere alla sua debolezza, se non ci fosse stata una forza invisibile dall’alto a sostenerla?” E nonostante tutto ciò, se non avessi avuto un amico come lui, che mi ha ammonito con la sua prudenza, ha sempre dato la sua vita per me e ha condiviso con me ogni dolore, non sarei sopravvissuto in questo campo: il campo del martirio volontario e della confessione.

I monaci della sede di Valaam accoglievano con amore i giovani, poiché vedevano in loro un sincero desiderio di Dio e la volontà di intraprendere il cammino della salvezza, ma essi, in quanto persone prive di istruzione accademica e limitate prevalentemente alle opere esteriori, non potevano soddisfare pienamente le loro esigenze spirituali; per questo consigliarono ai giovani di rivolgersi ai monaci della Lavra di Nevskij per ricevere istruzione spirituale. Lì, in quel periodo, si trovavano alcuni discepoli degli anziani padre Teodoro e padre Leonida, uomini esperti nella vita spirituale, che avevano ricevuto una formazione monastica: il primo presso il famoso anziano Paisij Velichkovskij, archimandrita del monastero moldavo di Nyamets, e il secondo presso i suoi discepoli. Tali erano il monaco Aaron, i monaci Hariton, Ioannikij e altri. I giovani cominciarono a frequentare questi monaci; attraverso di loro conobbero il confessore della Lavra, padre Afanasij, il quale, con il suo comportamento veramente paterno e amorevole, sostenne il loro vivo desiderio di pietà cristiana. I giovani gioivano di aver trovato dei veri maestri, che capivano i loro bisogni spirituali e sapevano guidarli con abbondanza. Intensificarono il loro zelo per le opere di pietà, fecero più frequenti le loro visite ai monaci, si deliziavano con il culto della Lavra, che produceva su di loro una buona impressione, poiché era più solenne e più lungo che nel metochio di Valaam. Si consultavano con i monaci, come con dei padri spirituali, su tutto ciò che riguardava la vita monastica interna, confessavano i propri pensieri, imparavano come proteggersi dalle passioni, dalle abitudini peccaminose e dagli ostacoli, quali libri delle Scritture dei santi padri seguire e così via. I buoni monaci, specialmente padre Ioannikij e il confessore padre Afanasij, condividevano con quei giovani amanti della vita monastica e desiderosi di saggezza tutto ciò che costituiva il patrimonio della loro pluriennale esperienza spirituale. Spesso Dimitri Aleksandrovich li sorprendeva con le sue domande, che riguardavano aspetti della vita spirituale che testimoniano una maturità spirituale piuttosto avanzata. Una così stretta amicizia con i monaci ebbe l’effetto che ci si poteva aspettare. Dimitri Aleksandrovich divenne un perfetto asceta nell’animo, circondandosi delle opere dei santi padri, prevalentemente di contenuto ascetico, che rileggendo con avidità, si immergeva ancora di più nell’introspezione e, a quanto pare, si raffreddò nei confronti della società mondana. Nel suo scritto “Il mio lamento” parla così di sé: “Davanti agli occhi della mente c’erano già i confini della conoscenza umana nelle scienze più elevate e definitive. Giunto a questi confini, chiesi alle scienze: che cosa date in proprietà all’uomo? L’uomo è eterno, e la sua proprietà deve essere eterna. Mostratemi questa proprietà eterna, questa ricchezza certa, che potrei portare con me oltre i confini della tomba! Ma le scienze, interrogate, tacevano. Per una risposta soddisfacente, per una risposta essenziale e vitale, mi rivolgo alla fede. Ma dove ti nascondi, vera e santa fede? Non ti ho riconosciuta nel fanatismo, privo della mitezza del Vangelo; esso trasudava fervore e arroganza! Non ti ho riconosciuta in un insegnamento ostinato, separato dalla Chiesa, che formula un proprio nuovo sistema, che proclama vanamente e con arroganza la scoperta di una nuova, vera fede cristiana, diciassette secoli dopo l’incarnazione di Dio Verbo. Ah! In quale grave smarrimento fluttuava la mia anima! E cominciai spesso, in lacrime, a supplicare Dio affinché non mi consegnasse in preda all’errore, affinché mi indicasse la retta via, lungo la quale potessi dirigere verso di Lui il cammino invisibile della mente e del cuore. Improvvisamente mi viene in mente un pensiero… il cuore vi si avvicina come all’abbraccio di un amico… Questo pensiero mi ispirò a studiare la fede dalle sue fonti: gli scritti dei Santi Padri. ‘La loro santità’, mi disse, ‘garantisce la loro fedeltà: scegli loro come guide’. Obbedii. Trovai il modo di procurarmi gli scritti dei santi di Dio e iniziai a leggerli con entusiasmo, esplorandoli a fondo. Dopo averne letti alcuni, ne iniziai altri, leggendo, rileggendo, studiando. Cosa mi colpì di più negli scritti dei Padri della Chiesa Ortodossa? La loro concordanza, una concordanza meravigliosa, maestosa… Quale insegnamento, tra le altre cose, vi trovai? Vi trovai un insegnamento ripetuto da tutti i Padri, un insegnamento secondo il quale l’unica via per la salvezza è l’adesione incrollabile agli insegnamenti dei Santi Padri. ‘Avete visto’, dicono, ‘qualcuno ingannato da un falso insegnamento, che perì per aver scelto male le fatiche ascetiche? Sappiate: seguì sé stesso, la propria ragione, le proprie opinioni, e non l’insegnamento dei Padri, da cui è composta la tradizione dogmatica e morale della Chiesa…’

Questo pensiero fu il mio primo rifugio nella terra della Verità. Qui la mia anima trovò riposo dalle turbolenze e dai venti. Un pensiero buono e salvifico! Un pensiero, un dono inestimabile del Dio infinitamente buono, che desidera che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità! Questo pensiero divenne la pietra angolare della formazione spirituale della mia anima! Questo pensiero divenne la mia stella polare! Iniziò a illuminare costantemente per me il difficile e doloroso, stretto e invisibile cammino della mente e del cuore verso Dio.

Tali sono le benedizioni che il mio Dio mi ha elargito! Tale è il tesoro imperituro, che guida verso una beata eternità, inviato a me dall’alto dal Trono Celeste della Divina misericordia e saggezza… Dio, Dio Lui stesso, con un buon pensiero, mi ha già separato dal mondo vano. Ho vissuto in mezzo al mondo, ma non sul sentiero comune, ampio e battuto: un buon pensiero mi ha condotto lungo un sentiero separato, verso sorgenti d’acqua vive e fresche, attraverso terre fertili, attraverso paesaggi pittoreschi, ma spesso selvaggi, pericolosi, interrotti da abissi, territori completamente isolati. Raramente un viaggiatore si imbatte in esso.

La lettura dei Padri della Chiesa mi ha convinto con assoluta chiarezza che la salvezza all’interno della Chiesa russa è certa, cosa che manca alle confessioni dell’Europa occidentale, non avendo conservato intatti né gli insegnamenti dogmatici né quelli morali della Chiesa primordiale di Cristo. Mi ha rivelato ciò che Cristo ha fatto per l’umanità, la natura della caduta dell’uomo, la necessità di un Redentore e la natura della salvezza che il Redentore ha donato e continua a donare. Mi ha ribadito che devo sviluppare, percepire e sentire la salvezza dentro di me, senza la quale la fede in Cristo è morta e il Cristianesimo è solo una parola e un nome senza la sua realizzazione! Mi ha insegnato a considerare l’eternità come tale, rispetto alla quale anche mille anni di vita terrena sono insignificanti, non solo la nostra, misurata in mezzo secolo. Mi ha insegnato che la vita terrena dovrebbe essere spesa in preparazione all’eternità, proprio come ci si prepara nell’atrio per l’ingresso nel magnifico palazzo reale. Mi ha mostrato che tutte le attività terrene, i piaceri, gli onori, i vantaggi sono giocattoli vuoti con cui giocano i bambini cresciuti, perdendo così la beatitudine dell’eternità”.7

CAPITOLO III

Le aspirazioni spirituali del giovane asceta, il suo fervore e la sua dedizione alla preghiera superavano una dura prova. I primi nemici sul cammino della salvezza furono i suoi familiari. Aleksandr Semënovic aveva assegnato al servizio di suo figlio un uomo che gli era devotissimo: un anziano di circa sessant’anni di nome Dorimardon, che aveva servito tutta la vita il suo padrone con fedeltà e lealtà. Egli era, per così dire, il sorvegliante di tutte le azioni di Dmitrij Aleksandrovič e riferiva tutto ad Aleksandr Semënovic. Queste notizie erano penose per il padre. Egli si ricordò allora del desiderio espresso dal figlio durante il viaggio verso Pietroburgo e si convinse che non si era trattato di un capriccio infantile. Scrisse subito al direttore dell’istituto, il conte Sivers, suo ex compagno tra i paggi di corte, chiedendogli di sorvegliare l’allievo Brjanchaninov; scrisse anche alla sua parente Sukhareva, pregandola di distogliere il figlio dal proposito intrapreso. La direzione scolastica prese le sue misure, trasferendo Brjanchaninov dall’appartamento privato a quello di stato, entro le mura del Castello Ingegneristico Michajlovskij, sotto stretta sorveglianza. La Sukhareva, persona influente, si preoccupò di informare il Metropolita di Pietroburgo Serafim che suo nipote Brjanchaninov, favorito dall’Imperatore, aveva stretto amicizia con i monaci della Lavra, che il confessore della Lavra, Afanasij, lo stava inducendo al monachesimo, e che se la cosa fosse venuta a conoscenza della Corte, anche il metropolita avrebbe avuto dei problemi. Il Metropolita convocò il confessore Afanasij e gli fece un severo rimprovero, vietandogli d’ora in poi di ricevere in confessione Brjanchaninov e Chichachov. Queste circostanze erano pesanti per Dmitrij Aleksandrovič, poiché limitavano la libertà della sua vita spirituale; decise di presentarsi personalmente al Metropolita. All’inizio il Metropolita non credeva al disinteressato desiderio del giovane, quando questi nel colloquio gli dichiarò la sua ferma volontà di entrare nel monachesimo, ma poi, ascoltando attentamente le sincere dichiarazioni del giovane, il metropolita gli permise di tornare come prima alla Lavra dal confessore.

Tale era l’aspirazione di Brjanchaninov alla vita monastica; non era il capriccioso desiderio di apparire originale in società, né il frutto di una semplice disillusione nei confronti di una vita di cui non aveva ancora assaporato né l’amaro né le gioie: era una pura intenzione, priva di qualsiasi calcolo mondano, un sentimento sincero e santo dell’amore divino, che solo è capace di impadronirsi con tale forza dell’essenza dell’anima, tanto che nessun ostacolo può vincerlo.

La pratica della vita monastica indica chiaramente che coloro che la scelgono con sincerità sono pronti a ogni sacrificio e a un completo annientamento di sé. Ecco i sentimenti che si effondono nello scritto “Il mio lamento”, dove l’autore delle “Esperienze ascetiche” scrive:

“Il cuore si è raffreddato verso il mondo, verso i suoi servigi, verso ciò che in esso è grande e dolce! Ho deciso di abbandonare il mondo, di dedicare la vita terrena alla conoscenza di Cristo, all’unione con Cristo. Con questo proposito ho cominciato a osservare il clero monastico e quello secolare. Anche qui ho incontrato la fatica; la mia giovinezza e la mia inesperienza la accrescevano. Ma ho visto tutto da vicino e, dopo essere entrato in monastero, non ho trovato nulla di nuovo, di inatteso. Quanti ostacoli per questo ingresso! Tralascio di menzionarli tutti; persino il corpo mi gridava: ‘Dove mi conduci? Sono così debole e malato. Hai visto i monasteri, li conosci bene; la vita in essi è per te insopportabile sia per la mia debolezza, sia per la tua educazione, sia per tutte le altre ragioni’. La ragione confermava gli argomenti della carne. Ma c’era una voce, una voce nel cuore — credo la voce della coscienza, o forse dell’angelo custode, che mi indicava la volontà di Dio, perché quella voce era decisa e imperativa. Mi diceva: fare questo è il tuo dovere, un dovere inderogabile. Così forte era quella voce, che le rappresentazioni della ragione e le miserevoli, apparentemente fondate, persuasioni della carne sembravano davanti ad essa insignificanti.”8

Oltre alle circostanze dipendenti dalla volontà degli uomini, anche la natura stessa frapponeva ostacoli ai pii propositi del giovane Dmitrij. Nella primavera del 1826 si ammalò gravemente di una malattia al petto con tutti i sintomi della tisi, tanto da non essere in grado di uscire. L’Imperatore Nikolaj Pavlovič ordinò ai propri medici di curare il malato e di riferirgli settimanalmente sull’andamento della malattia. I dottori comunicarono a Dmitrij Aleksandrovič il pericolo della sua condizione; egli stesso si considerava sulla soglia della morte e con frequenti preghiere si preparava al passaggio all’eternità. Ma le cose non andarono come avevano previsto i famosi medici della capitale; la malattia prese una piega favorevole e servì al malato come prova concreta che senza la volontà di Dio neppure le leggi più urgenti della natura hanno il potere di agire su di noi.

Tutti gli esercizi pii di Dmitrij Aleksandrovič erano una preparazione al decisivo cambiamento che avrebbe dovuto compiere per realizzare i suoi antichi propositi e desideri. Ma per operare questa svolta — cioè per recidere del tutto i legami col mondo — era necessario qualcuno che favorisse questa rottura, che trascinasse con la forza del suo spirito; occorreva un Mosè per condurre il nuovo israelita fuori dall’Egitto della vita mondana. Tale Mosè fu per Dmitrij Aleksandrovič il già citato ieromonaco Leonid. Padre Leonid si distingueva per la sua saggezza spirituale, la santità della vita e la competenza nell’ascesi monastica; sotto la sua guida si erano formati molti veri asceti e maestri del monachesimo. Dmitrij Aleksandrovič aveva molto sentito parlare di questo starec dai monaci della Lavra. Finalmente si presentò l’occasione di incontrarlo. Padre Leonid era giunto a Pietroburgo per propri affari e si era fermato alla Lavra della Neva. Lì, in un colloquio solitario con questo rappresentante dell’ascetismo monastico del tempo, Dmitrij Aleksandrovič sentì un tale legame con quell’anziano, come se avesse vissuto con lui tutta la vita: furono grandi momenti, nei quali lo starec lo generò spiritualmente come figlio… Dell’impressione di questo primo incontro Dmitrij Aleksandrovič si espresse in seguito con il suo amico Chichachov così: “Il cuore me l’ha strappato padre Leonid — ora è deciso: chiedo il congedo dal servizio e seguirò lo starec; a lui mi affiderò con tutta l’anima e cercherò unicamente la salvezza dell’anima nella solitudine.”9 Dopo questo primo incontro Dmitrij Aleksandrovič non apparteneva più al mondo; il decisivo cambiamento era avvenuto; occorreva solo un po’ di tempo per sciogliere definitivamente i nodi mondani.

Avendo deciso di lasciare del tutto il servizio e di ritirarsi in monastero, Dmitrij Aleksandrovič dovette prima affrontare una grande lotta morale: da un lato con i propri genitori, dall’altro con i potenti del mondo. Questa lotta gli costò enormi sforzi. Come le sue forze fisiche erano continuamente minate dalle malattie, così ora doveva prepararsi moralmente a sostenere l’assalto del potere genitoriale e statale, che si sforzavano di schiacciare, di distruggere ciò che per lui era più caro e prezioso. Sosteneva una duplice lotta nei suoi giovani anni — fisica e morale; ma come nella prima trionfava sempre con la forza del suo spirito sulla debolezza della carne, così anche nella seconda si rivelò un abile e sicuro combattente contro le forze della vita terrena, che gli promettevano molto di dolce, di grande e di glorioso. In quest’ultima lotta si formò definitivamente il suo carattere fermo, necessario per percorrere la faticosa vita monastica, che richiede abnegazione, una particolare incrollabilità della volontà, intrepidezza, costanza e disponibilità a ogni estremo. Ecco la porta attraverso cui il giovane asceta doveva entrare nel cammino stretto e doloroso del monachesimo.

Nel giugno del 1826 Dmitrij Aleksandrovič ottenne tre mesi di congedo dal servizio e per ristabilire la sua salute partì per la terra natia, nella casa dei suoi genitori. Conoscendo l’ambizioso proposito del padre e non volendo addolorarli con una dichiarazione decisa della propria volontà, Dmitrij Aleksandrovič cercava di prepararli gradualmente e con cautela al cambiamento di vita previsto, ma neanche questo aiutò — Aleksandr Semënovic non riusciva a riconciliarsi con l’idea del monachesimo del suo primogenito. Si arrabbiava con lui, rifiutava categoricamente, lo allontanava da sé come un figlio disobbediente. Il giovane mite e sensibile doveva sopportare tutto, obbedendo al comandamento del Salvatore: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me” (Mt 10,37). Con profondo dolore, senza aver ottenuto il consenso desiderato, partì dalla casa paterna verso la capitale. Qui aveva la necessità di sostenere prima l’esame finale all’Istituto Ingegneristico, cosa che fece alla fine di dicembre; sebbene senza competere con i compagni di corso che avevano sostenuto l’esame molto prima, per tipo di voti mantenne anche in quella occasione il primato; poi, liberatosi dalla dipendenza dall’istituto, presentò le dimissioni dal servizio. Qui si abbatté su di lui una nuova tempesta: dovette fare i conti con il potere supremo, dovette difendere il suo caro desiderio persino davanti al Monarca, al quale doveva interamente l’educazione, la formazione e la gratitudine per la benevola e alta attenzione ricevuta. Era difficile per lui convincere la gente del mondo della sincerità delle sue aspirazioni spirituali, comprensibili solo a una piccola schiera di monaci della Lavra della Neva; qui occorreva una risoluzione audace; bisognava resistere solo con l’abnegazione e la forza di volontà, non con argomenti e prove evidenti. Era chiaro che la disputa era impari: bisognava o cedere, arrendersi, oppure dare esempio di incrollabile coraggio, di valore quasi martiriale, di vera confessione della fede.

L’Imperatore Nikolaj Pavlovič, venuto a conoscenza della domanda presentata da Brjanchaninov e del suo desiderio di andare in monastero, incaricò il Granduca Michail Pavlovič di dissuadere l’amato allievo da tale proposito. Nei primi giorni del gennaio 1827 Dmitrij Aleksandrovič fu convocato a palazzo dal Granduca. Lì era riunito tutto il corpo dirigente superiore dell’Istituto Ingegneristico. Il giovane diciannovenne, con il cuore in tumulto ma la volontà ferma, si presentò davanti all’assemblea. Il Granduca gli comunicò che l’Imperatore, conoscendo le sue capacità per il servizio, invece di congedarlo intendeva trasferirlo nella guardia e dargli una posizione che avrebbe soddisfatto sia il suo amor proprio sia la sua ambizione. Il giovane rispose che, non disponendo di mezzi finanziari sufficienti, non poteva servire nella guardia. “Di questo si preoccuperà lo Zar”, lo interruppe il Granduca. — “La mia salute cagionevole”, continuò il giovane, “della quale Sua Maestà è informato dalle relazioni dei medici che mi hanno curato, mi rende assolutamente impossibile sopportare le fatiche del servizio e, prevedendo una morte prossima, devo preoccuparmi di prepararmi all’eternità, per la quale scelgo il monachesimo.” Il Granduca osservò che avrebbe potuto ottenere un incarico nel clima meridionale della Russia e che era ben più onorevole salvare la propria anima rimanendo nel mondo. Brjanchaninov rispose: “Restare nel mondo e volersi salvare, Vostra Altezza, è come stare nel fuoco e voler non bruciarsi.”Nonostante le persuasioni del Granduca, che ricorreva sia alla lusinga sia alla minaccia, Brjanchaninov rimase fermo nel suo proposito e chiese di essergli concessa la grazia di congedarlo dal servizio. Allora il Granduca gli obiettò risolutamente che, poiché egli rimaneva irremovibile nella sua ostinazione, gli veniva comunicata la Volontà Imperiale: l’Imperatore gli rifiutava il congedo e gli accordava soltanto la grazia di poter scegliere lui stesso la fortezza in cui doveva essere inviato a prestare servizio. Brjanchaninov declinò la scelta volontaria. Il Granduca si rivolse al conte Operman, suo aiutante nella carica di generale ispettore del genio; questi indicò Dinaburg. Il Granduca approvò l’indicazione e quella stessa sera fu decretata la destinazione di Brjanchaninov al comando ingegneristico di Dinaburg, con l’ordine di lasciare San Pietroburgo entro 24 ore per raggiungere il nuovo posto di servizio.

Comandante del reparto di Dinaburg era in quel tempo il generale di brigata Klimenko; a lui fu comunicato l’orientamento di Brjanchaninov e fu dato ordine di sorvegliare attentamente il suo comportamento. I commilitoni dapprima non si fidavano del tutto di Dmitrij Aleksandrovič, ma poi cambiarono opinione, vedendo la sua vera pietà, la sua mitezza e il suo buon senso. Divennero anzi suoi devoti, condividendo le sue mansioni di servizio a causa del suo stato di salute cagionevole. Le occupazioni di servizio dell’ufficiale Brjanchaninov consistevano nel sorvegliare diversi lavori di costruzione e di scavi nella fortezza; ma egli era così debole in salute da essere costretto a stare per settimane intere senza uscire di casa, e aveva quindi necessariamente bisogno dell’aiuto dei commilitoni nell’adempimento dei propri doveri. Solo la corrispondenza con padre Leonid sosteneva Dmitrij Aleksandrovič in questa solitudine spirituale, essendo separato anche dal suo amato amico Chichachov. Nell’autunno del 1827 il Granduca Michail Pavlovič visitò la fortezza di Dinaburg e, convintosi dell’inidoneità fisica dell’ufficiale Brjanchaninov al servizio, accolse il suo fermo desiderio di essere congedato.

CAPITOLO IV

Il 6 novembre 1827, Dmitrij Aleksandrovič ottenne il tanto atteso congedo. Fu congedato con il grado di tenente e partì immediatamente, passando per Pietroburgo, per il monastero di Aleksandr-Svirskij, dal padre Leonid, per iniziare sotto la sua guida l’ascesi monastica. Giunto a Pietroburgo in abito da popolano, con un vecchio cappotto di pelliccia, si fermò nell’appartamento di Chichachov. Qui entrambi si accordarono per entrare in monastero, e per quanto possibile subito. Chichachov scrisse subito la domanda adducendo come ragione circostanze familiari, ma non ottenne soddisfazione e dovette ancora trattenersi in servizio.

Il congedo dal servizio di Dmitrij Aleksandrovič avvenne all’insaputa dei genitori, il che, naturalmente, attirò su di lui la loro ira. Essi rifiutarono al figlio il sostegno materiale e interruppero persino i rapporti epistolari con lui. Così, una totale povertà materiale accompagnava l’ingresso di Dmitrij Aleksandrovič in monastero; egli aveva letteralmente adempiuto al precetto del non-possesso fin dall’inizio del monachesimo, e poteva a piena ragione dire con l’Apostolo, da vero discepolo di Cristo: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19,27). Nel suo “Il mio lamento” espresse così i sentimenti con cui entrava in questo nuovo cammino di vita: “Sono entrato in monastero come si getterebbe qualcuno irrazionalmente, chiudendo gli occhi e abbandonando ogni riflessione, nel fuoco o nell’abisso, — come si getta un soldato trascinato dal cuore nella mischia cruenta, verso una morte certa. La mia stella guida, un buon pensiero, è venuta a illuminarmi nella solitudine, nel silenzio, o meglio, nel buio, nelle tempeste monastiche.”10

L’obbedienza incondizionata e la profonda umiltà contraddistinguevano il comportamento del novizio Brjanchaninov in monastero. La prima obbedienza assegnatagli fu di servire in cucina. Il cuoco era un ex servo della gleba di Aleksandr Semënovic Brjanchaninov. Nel giorno stesso dell’ingresso in cucina accadde che bisognava andare in dispensa per la farina. Il cuoco gli disse: “Su, fratello, andiamo per la farina!” e gli lanciò un sacco da farina, tanto che si ritrovò tutto coperto di polvere bianca. Il nuovo novizio prese il sacco e andò. In dispensa, tenendo il sacco aperto con entrambe le mani e, per ordine del cuoco, stringendolo con i denti per potervi versare la farina più agevolmente, avvertì nel cuore un nuovo, strano movimento spirituale che non aveva mai provato prima: il proprio comportamento umile, il completo oblio del proprio “io” lo deliziarono talmente in quel momento, che per tutta la vita ricordò quell’episodio. Insieme agli altri novizi fu assegnato a tirare la rete da pesca nel lago del monastero Svirskij. Una volta la rete si impigliò in profondità. Il monaco di umili origini che sovrintendeva alla pesca, sapendo che Brjanchaninov nuotava bene e poteva stare a lungo sott’acqua, lo mandò a districare la rete. Nonostante il forte freddo autunnale, Dmitrij Aleksandrovič eseguì senza obiezioni l’ordine, che ebbe conseguenze gravissime per la sua salute cagionevole — si ammalò gravemente di raffreddore. Simili episodi di obbedienza e umiltà fecero sì che tutta la comunità monastica cominciasse a trattare Brjanchaninov con manifesto rispetto, dandogli la precedenza sugli altri, cosa di cui egli soffriva molto, perché vivendo nell’ambiente della fraternità monastica, cercava persino di nascondere la propria origine e la propria istruzione, rallegrandosi quando chi non lo conosceva lo scambiava per un seminarista con poca istruzione.

Entrato in monastero, Dmitrij Aleksandrovič si affidò con tutta l’anima allo starec padre Leonid per la guida spirituale. Questi rapporti si distinguevano per la sincerità e la franchezza, erano la perfetta immagine dell’antica obbedienza, che non osava fare un passo senza la conoscenza o il permesso del maestro. Ogni movimento della vita interiore di tali novizi avviene sotto la diretta sorveglianza dello starec; la confessione quotidiana dei pensieri offre loro la possibilità di osservarsi attentamente; essa preserva il monaco principiante dall’azione nociva di questi pensieri, i quali, una volta confessati, come l’erba falciata, non possono più risorgere con la stessa forza. Lo sguardo esperto dello starec confessore svela i segreti più nascosti dell’anima, indica le passioni che vi si annidano e favorisce così in modo straordinario l’auto-osservazione. La confessione sincera, la costante devozione allo starec e la totale rinuncia alla propria volontà davanti a lui sono ricompensate dalla consolazione spirituale, dalla leggerezza e dalla pace dell’anima proprie dell’impassibilità.

Tale forma di ascetismo iniziale era, anche nell’antichità, quando i deserti e i monasteri abbondavano di starcy spirituali, appannaggio di pochi novizi. Tanto più raramente si incontra oggi, con il visibile impoverimento dello starčestvo spirituale. Dmitrij Aleksandrovič, come detto, obbediva in tutto alla volontà del suo padre spirituale, tutte le domande e i dubbi venivano risolti direttamente da lui. Lo starec non si stancava di fare osservazioni al suo giovane discepolo, lo guidava per la via dell’umiltà esteriore e interiore, istruendolo nella vita attiva.

“Una volta”, racconta I. A. Barkov, uomo molto pio e degno di ogni fiducia, “padre Leonid venne da me dal monastero Svirskij d’inverno: c’era un gelo pungente e una bufera; lo starec era arrivato in una kibitka. Quando entrò da me, mi affrettai a preparare il samovar e pensai: lo starec non è venuto solo, probabilmente c’è qualche cocchiere — e cominciai a pregare lo starec di permettere a questi di entrare. Lo starec acconsentì. Chiamai lo sconosciuto e rimasi non poco sorpreso quando mi si presentò davanti un giovane di bell’aspetto, con tutti i segni di un’origine nobile. Si fermò umilmente sulla soglia. ‘Allora, sei gelato, nobiluzzo?’ — si rivolse a lui lo starec, poi disse a me: — ‘Sai chi è? È Brjanchaninov’. Allora feci un profondo inchino al cocchiere.”

Questo stile di guida estremamente umiliante fu adottato da padre Leonid nei confronti del suo discepolo, il giovane ufficiale Brjanchaninov, senza dubbio per vincere in lui ogni arroganza e presunzione, che di solito sono proprie di ogni persona nobile e colta che entra in un ambiente di gente semplice. Lo starec agiva da maestro senza finzione, nello spirito del vero monachesimo, seguendo gli esempi dei santi padri; sottoponeva continuamente il suo discepolo a prove, e simili esperienze di umiltà non potevano non essere gradite al nobile novizio, che si era dato agli ascetismi monastici con sincero amore per Dio.

Dopo circa un anno si presentò la necessità per padre Leonid di trasferirsi con tutti i discepoli dal monastero, a causa dell’affollamento di quella comunità, in un altro luogo. Si diresse al deserto di Ploschanskaja nella diocesi di Orël; Dmitrij Aleksandrovič, insieme agli altri discepoli, seguì lo starec. In quel periodo giunse al deserto di Ploschanskaja anche Chichachov. Gli amici si scambiarono cordiali saluti, si rallegrarono di essere di nuovo riuniti nel tranquillo rifugio della solitudine monastica e ripresero a vivere come prima, uniti dal vincolo della più santa amicizia. Per tale vita in coppia, separati dagli altri discepoli, ebbero la benedizione anche dello starec Leonid.

CAPITOLO V

I giovani novizi si diedero completamente alla vita ascetica: si tenevano in solitudine, evitavano la folla, si preservavano in ogni modo dalle impressioni dell’ambiente circostante nocive al silenzio, evitavano incontri inutili e conoscenze superflue, per mantenersi nel rigoroso silenzio e nella vigilanza della mente. Tutte le forze dell’anima erano in loro rivolte alla meditazione divina e alla preghiera. Un alloggio separato nel giardino del monastero, fuori da ogni comunicazione, offriva loro il sospirato riposo: i giovani asceti si rallegravano del loro eremitaggio. Così trascorsero l’inverno del 1829. Dmitrij Aleksandrovič, dotato dalla natura di capacità letterarie, amava contemplare i paesaggi della natura e trarne contenuto per la sua meditazione divina, che descriveva con sapiente penna. Qui scrisse il suo “Giardino in inverno”. Allo stesso genere di creazione letteraria appartiene un’altra sua opera — “L’albero in inverno davanti alla finestra della cella”, scritta un po’ prima, nel monastero Svirskij. In queste due opere si espressero le visioni e i sentimenti di un’anima meditativa, dedita alla contemplazione religiosa sotto l’influenza degli stati di preghiera, che si sperimentano solo dagli eremiti contemplativi. Ma non a lungo i giovani eremiti poterono godere del pacifico rifugio nel deserto di Ploschanskaja: li attendeva una dura prova. Tra il fondatore del deserto, lo ieromonaco Markell, e lo starec padre Leonid sorsero disaccordi che costrinsero quest’ultimo ad abbandonare il deserto di Ploschanskaja e a trasferirsi nello skete del deserto di Optina Vvedenskaja nella provincia di Kaluga. Brjanchaninov e Chichachov ricevettero anche loro l’ordine di lasciare immediatamente il monastero e di andare “dove volessero”. La fraternità monastica si addolorò per l’espulsione ingiusta di questi giovani e obbedienti novizi, che non avevano recato fastidio a nessuno, e li congedò con sentimenti di profondo rammarico e rispetto per la loro vita silenziosa e rigorosa, dando loro per il viaggio cinque rubli raccolti a colletta. Era difficile per i due compagni vagare con un magro portafoglio in una regione sconosciuta, senza avere in vista un luogo determinato; cercavano di abbreviare il più possibile il loro viaggio e si diressero al deserto di Beloberezhe nella stessa provincia di Orël. In cammino si fermarono al monastero di Svenskij, dove in quel tempo viveva in clausura lo ieromonaco Afanasij, uno dei discepoli del già citato starec moldavo Paisij Velichkovskij. Dmitrij Aleksandrovič visitò il recluso e trasse molto giovamento dalla sua edificante conversazione sul beneficio del pianto, di cui fa menzione nelle sue esperienze ascetiche, riportando le parole del recluso che si impressero profondamente nella sua anima: “Nel giorno in cui non piango su me stesso come su uno perduto, mi considero nell’autoinganno.” Il deserto di Beloberezhe non offrì però ospitalità ai poveri pellegrini, ed essi, proseguendo il cammino, giunsero al deserto di Optina, dove si era stabilito il loro starec padre Leonid con i discepoli. Il superiore Mosè non voleva accoglierli, ma la fraternità anziana ebbe compassione della misera condizione dei viandanti e convinse l’igumeno a non cacciarli via. Nel maggio del 1829 Brjanchaninov e Chichachov si stabilirono al deserto di Optina, mantenendo lo stesso ordine di vita che avevano adottato nel monastero di Ploschanskaja.

La permanenza di Dmitrij Aleksandrovič e del suo compagno al deserto di Optina era ben lontana dall’essere come a Ploschanskaja. Il superiore li guardava con diffidenza, la fraternità non era del tutto fiduciosa. Vivendo in solitudine, avevano molto da soffrire; persino il cibo monastico, condito con olio da digiuno di cattiva qualità, aveva effetti nocivi sull’organismo debole e malato di Dmitrij Aleksandrovič. Decisero di prepararsi il cibo da soli: con non poca fatica riuscivano a procurarsi del miglio o delle patate e cucinavano una minestra nella propria cella, usando un’ascia al posto del coltello; il cibo lo preparava Chichachov. Una tale difficile e penosa situazione, naturalmente, non poteva durare a lungo: l’estenuante debolezza delle forze corporali ne fu la conseguenza per entrambi. Prima ne soffrì Dmitrij Aleksandrovič, al punto da non riuscire a reggersi in piedi; Chichachov lo accudì, essendo lui di corporatura più robusta, ma presto si ammalò anche lui di febbre. Allora fu Dmitrij Aleksandrovič ad accudire il compagno malato; pur adempiendo con dedizione a questo servizio, cadeva a sua volta per l’estremo sfinimento.

La madre di Dmitrij Aleksandrovič era malata. La malattia — presaga della morte — di solito cambia le disposizioni del cuore umano. Sof’ja Afanas’evna aveva perdonato in cuor suo il gesto del figlio; il sentimento materno aveva parlato in lei; desiderava rivedere il figlio. Aleksandr Semënovic, sotto l’influenza di questa circostanza, si addolcì lui stesso e scrisse al figlio che non avrebbe ostacolato i suoi propositi, che venisse dalla madre, e insieme alla lettera mandò una carrozza coperta. Dmitrij Aleksandrovič si affrettò a raggiungere i genitori. Partì insieme al compagno malato Chichachov, poiché Aleksandr Semënovic era stato così premuroso da invitare anche lui. Ma l’accoglienza nella casa dei genitori fu ben lontana da quella promessa dall’invito. La madre malata di Brjanchaninov si era un po’ ripresa in salute, e il sentimento di pace sorto improvvisamente nel padre in occasione della minacciosa circostanza — la malattia della moglie — era svanito. Accolse il figlio freddamente. La madre, pur essendo cordiale, si tenne riservata. Così il vagabondaggio da un monastero all’altro, la difficile situazione nell’ultimo, la malattia della madre e il conseguente momentaneo risveglio dei sentimenti paterni — tutto ciò servì solo a strappare i giovani dal rifugio del santo monastero e a rimetterli sulla strada di prima, faccia a faccia con la tentazione mondana. Per il nemico della salvezza umana non c’è rete più vantaggiosa dell’abbandono delle mura del monastero da parte dei giovani novizi, con qualsiasi plausibile pretesto. L’uscita volontaria dal monastero è sempre una sua trovata.

I giovani si sistemarono sotto il tetto mondano in un’ala separata e appartata della casa, con l’intenzione di continuare i propri esercizi monastici, rivolgendosi per i bisogni spirituali al sacerdote locale del villaggio, considerando la propria permanenza lì solo temporanea. Ma non la pensava così Aleksandr Semënovic. Tornò al suo antico pensiero di ricondurre il figlio alla vita mondana e con ogni mezzo cercò di persuaderlo a entrare nel servizio statale; gli sguardi dei parenti e dei conoscenti erano rivolti a lui con il medesimo pensiero; la madre, pur ascoltando talvolta l’insegnamento del figlio sulla salvezza dell’anima e sulle altre alte verità della vita cristiana, non aveva abbastanza autonomia per abbandonarsi completamente alle sue persuasioni. Le tentazioni che si agitavano davanti ai loro occhi turbavano gli asceti; la folla rumorosa disturbava il loro silenzio. I giovani cominciarono a sentire il peso della loro permanenza tra i laici e pensavano a come uscire il prima possibile dalla società mondana, incompatibile con il monachesimo, e stabilirsi di nuovo in qualche monastero.

Trascorso l’inizio dell’inverno del 1829 nel villaggio di Pokrovskoe, nell’anno seguente, 1830, nel mese di febbraio, i due amici partirono in cerca di un comodo rifugio tra le mura di un monastero; diressero il loro cammino verso il monastero di Kirill-Novoezerskij. In quel tempo vi dimorava in pensione l’archimandrita Feofan, famoso per la sua vita santa e per l’esemplare governo del monastero, mentre era igumeno Arkadij, suo fedele discepolo e imitatore del suo stile di governo. Padre Arkadij si distingueva per la semplicità del carattere; scorse nei due giovani venuti da lontano lo spirito del vero monachesimo e li accolse con amore nel suo monastero. Ma i due amici non poterono godere a lungo del nuovo luogo di dimora: l’inesorabile natura dimostrò loro che l’uomo è composto non solo di anima, ma anche di corpo. Il monastero di Novoezerskij si trova su un’isola di un vasto lago. Il clima umido per l’evaporazione dell’acqua colpisce con una feroce febbre gli organismi non abituati e deboli. Ben presto Dmitrij Aleksandrovič ne avvertì i nocivi effetti; si ammalò di febbre e per tre mesi ne sperimentò i tormentosi sintomi senza alcun aiuto medico. Alla fine cominciarono a gonfiarglisi i piedi, tanto che non riusciva più ad alzarsi dal letto. In giugno, quando la febbre imperversava particolarmente in quel luogo, i genitori mandarono a prendere il figlio con una carrozza per portarlo nella città di Vologda. Fu un periodo difficile per Dmitrij Aleksandrovič: fu costretto a tornare di nuovo là da dove aveva voluto fuggire. A Vologda Dmitrij Aleksandrovič si sistemò dai suoi parenti e cominciò a ricorrere alle cure mediche per la febbre che lo tormentava, la quale aveva penetrato così profondamente il suo organismo da lasciare le sue tracce per tutto il resto della sua vita. Chichachov, anch’egli colpito dal clima del monastero di Novoezerskij, partì per la provincia di Pskov per incontrare i suoi genitori il 13 agosto dello stesso 1830. Gli amici si separarono, per affrontare ciascuno separatamente la prova delle proprie forze nella lotta con le forze della vita mondana.

CAPITOLO VI

La mano della Provvidenza, che fino ad allora aveva coperto invisibilmente il pellegrino senza dimora, toccò il cuore del padre Stefan, Vescovo di Vologda: il pastore capì le aspirazioni dell’anima del giovane Brjanchaninov e si affezionò a lui. Il Vescovo Stefan amò tanto Dmitrij Aleksandrovič e quest’amore del Vescovo era il segno visibile della benevolenza di Dio verso il sacrificio del cuore offerto dal nuovo Abele: annunciava il felice esito di tutte le prove sostenute sul cammino verso il monachesimo, perché il pastore teneva in mano la corona con cui si sarebbe dovuta cingere la testa del giovane combattente, sfinito nella lotta col mondo, la carne e il diavolo. Rimessosi dalla malattia, Dmitrij Aleksandrovič non volle tornare dai genitori e, con la benedizione del Vescovo, si sistemò nel deserto di Semigorodnaja. La natura di quel luogo favoriva il ristabilimento della sua salute; si dedicò con nuovo fervore alle sue consuete occupazioni spirituali: alla meditazione divina e alla preghiera nel silenzio del ritiro della cella. Qui scrisse il suo “Pianto del monaco”, in cui vi espresse lo stato di dolore dell’anima, intensamente protesa verso Dio, ma affranta dalle vicissitudini della vita, per cui era diventato suo retaggio solo il pianto sulle rovine delle sue aspirazioni. Non a lungo visse Dmitrij Aleksandrovič nel deserto di Semigorodnaja; presto, il 20 febbraio 1831, fu trasferito, su sua richiesta, dal Vescovo al più solitario e remoto monastero Glushitskij di Dionisij, dove fu iscritto come novizio. A questo periodo risale la prima conoscenza del futuro Vescovo Ignazio con l’archimandrita Pimen, già superiore del monastero Nikolo-Ugresha. Padre Pimen, allora ancora giovane figlio di un mercante, descrive così l’aspetto esteriore del novizio Brjanchaninov: “Per la prima volta mi capitò di vedere Brjanchaninov sul lungofiume della Zolotucha (a Vologda): io ero sulla riva sinistra, e lui camminava sulla destra. Lo vedo come adesso: alto di statura, snello e ben portante, biondo, ricciuto, con bellissimi occhi castano scuri; indossava un cappotto di agnello coperto di nankin color pisello, in testa il berretto da novizio.” Più avanti il narratore si entusiasma per il suo portamento nobile, il passo modesto, il profondo e riverente modo di stare in chiesa durante il servizio divino e, infine, per la sua conversazione stessa, che descrive con queste parole: “Nonostante la sua giovane età, era evidente che Brjanchaninov aveva letto molto i libri dei Padri, conosceva molto bene Giovanni Climaco, Efrem il Siro, la Filocalia e gli scritti di altri asceti, e perciò la sua conversazione, edificante e coinvolgente, era al massimo grado piacevole.”11

Nel frattempo il padre di Dmitrij Aleksandrovič, anche durante la sua permanenza nel monastero Glushitskij, non smetteva di esprimere il desiderio che le sue richieste fossero esaudite: insisteva tenacemente affinché il figlio abbandonasse la vita monastica e entrasse nel servizio statale. Allora il novizio principiante cominciò a pregare il Vescovo di fargli la grazia e, a causa delle circostanze familiari, di affrettarsi a tonsurarlo nel monachesimo. Il Vescovo, conoscendo bene la disposizione spirituale di Brjanchaninov, decise di esaudire la sua richiesta. Ottenuto il permesso del Santo Sinodo, convocò Dmitrij Aleksandrovič dal monastero Glushitskij a Vologda e gli disse di prepararsi alla tonsura; allo stesso tempo gli ordinò di tenere questo segreto per parenti e conoscenti, per evitare eventuali pretese da parte loro che potessero ostacolare la cosa, poiché intendeva tonsurarlo in segreto. Era una condizione difficile in un momento così importante: il candidato alla tonsura fu costretto a fermarsi in una locanda e tra i flutti mondani prepararsi al grande rito.

Il 28 giugno 1831 il padre Stefan compì nella cattedrale della Resurrezione il rito della tonsura di Brjanchaninov nel piccolo schema e diede a Dmitrij il nome di Ignazio, in onore dello ieromartire Ignazio Teoforo, la cui memoria è celebrata dalla Chiesa il 20 dicembre e il 29 gennaio. Il monaco Ignazio celebrava il suo onomastico dapprima nel primo, poi nell’ultimo di questi giorni. Questo nome indica anche il santo Ignazio principe, taumaturgo di Vologda, le cui reliquie riposano nel monastero Priluzkij, dove riposano anche le reliquie di san Dmitrij di Priluzkij — l’angelo protettore del neo-tonsurato dal battesimo. Così si compì in lui il cambio del nome tra due taumaturghi che riposano nella stessa comunità. Con il nome dell’uno, dato al battesimo, è connesso il ricordo delle circostanze della nascita, mentre il nome dell’altro fu imposto alla tonsura, come a significare la somiglianza della sorte terrena del neo-tonsurato con il santo di stirpe principesca. I parenti di Brjanchaninov, giunti il 28 giugno in cattedrale per il servizio divino, furono estremamente stupiti dall’inaspettata sacra cerimonia di cui si trovarono spettatori. Il 4 luglio dello stesso anno il monaco Ignazio fu ordinato ierodiacono da padre Stefan, e il 25 dello stesso mese fu ordinato ieromonaco e lasciato temporaneamente presso la casa arcivescovile, che a Vologda si trova presso la cattedrale, all’interno dello stesso recinto formato dalle mura del Cremlino, dei tempi dello zar Ivan il Terribile. Per essere istruito nella celebrazione del servizio divino, il neo-ordinato fu assegnato alla chiesa cittadina del Salvatore col sacerdote Vasilij Nordov, in seguito protopresbitero e superiore della cattedrale di Vologda.

I genitori del neo-tonsurato, naturalmente, accolsero questo evento con disappunto; soprattutto Aleksandr Semënovic ne fu colpito; la sua volontà, sulla quale aveva insistito così ostinatamente, non si era realizzata: tutti i piani riguardanti la carriera secolare del figlio erano andati in fumo, i sogni del suo brillante avvenire erano svaniti. Il figlio agli occhi del padre era diventato un membro inutile della società, che aveva perso tutto ciò che il padre gli aveva procurato con l’educazione. Il cuore femminile, meno ostinato di fronte alle circostanze e sempre più arrendevole alla reciprocità, dispose Sof’ja Afanas’evna a guardare con più benevolenza al gesto del figlio, ma il lato spirituale le era estraneo anch’esso, e le concezioni mondane prendevano il sopravvento. Tutto ciò, naturalmente, non aveva alcun peso per il monaco, che pone sé stesso volontariamente in una condizione che costringe a dimenticare tutti i legami mondani e i sentimenti di parentela, ma le circostanze del monaco Ignazio non erano tali che questo disappunto dei genitori lo lasciassero insensibile. Dopo la tonsura egli dovette rifugiarsi nella villa di suo zio e padrino Dmitrij Ivanovič Samarin e fu costretto ad accettare un aiuto in denaro da una sua parente (la signora Voejkova). La permanenza a Vologda lo costringeva spesso a frequentare la cerchia di parenti e conoscenti: molti di loro cominciarono a fargli visita e gli chiedevano visite reciproche. Giovane d’anni, bello d’aspetto, interessava tutta la società di Vologda; tutti parlavano di lui, tutti desideravano avvicinarsi a lui. Questo lo trascinava inevitabilmente nella distrazione mondana e contraddiceva direttamente i voti che aveva appena pronunciato davanti all’altare. Tutta la situazione esterna del monaco amante della solitudine era contraria alle sue inclinazioni; si stancò del chiacchiericcio cittadino e cominciò a chiedere al suo protettore, il Vescovo Stefan, di lasciarlo andare al monastero Glushitskij, ma il Vescovo, intendendo dargli un posto adeguato alle sue capacità e al suo orientamento pio, nonché conveniente al suo rapporto con la società, lo tratteneva presso di sé. Ben presto si aprì per lui una possibilità: alla fine del 1831 morì il costruttore del monastero Pelschemskij di Lopot, lo ieromonaco Iosif. Il rito della sepoltura fu affidato allo ieromonaco Ignazio. Il 6 gennaio 1832 fu nominato al posto del defunto, e il 14 gli fu conferita la carica di costruttore, con l’imposizione del nabedrennik.

CAPITOLO VII

Il monastero di Lopot, fondato dal santo Grigorij Pelshemskij, taumaturgo di Vologda, si trova nel distretto di Kadnikov della provincia di Vologda, a quaranta verste da Vologda e a sette da Kadnikov, sulle rive del fiume Pel’shma, che sfocia nella Sukhona, in una zona boschiva e paludosa. Il monastero era in uno stato quasi di rovina, tanto che si era proposto di sopprimerlo: la chiesa e gli altri edifici erano estremamente cadenti, le entrate erano scarse, si sentiva la mancanza del necessario per il sostentamento, e perciò la fraternità era scarsissima. Ci volevano molte fatiche e cure per rimettere tutto in ordine, ristrutturare e colmare la scarsità sotto tutti gli aspetti. Il nuovo superiore non si scoraggiò; si mise al lavoro con energia. Ben presto cominciarono ad affluire donazioni dai pii abitanti di Vologda, che onoravano la memoria di san Grigorij; i monaci dei monasteri in cui il costruttore Ignazio aveva dimorato come novizio cominciarono a riunirsi nel suo monastero e in breve tempo formarono una fraternità di una trentina di persone. Il servizio divino fu messo nell’ordine dovuto: il monastero si rinnovò esteriormente e interiormente, diventò irriconoscibile rispetto allo stato in cui lo aveva ricevuto Ignazio. Ma quanto gli costò tutto ciò! Secondo il racconto di un testimone oculare che visitò il monastero di Lopot nell’inverno del 1832, il costruttore Ignazio alloggiava in una guardiola presso le porte sante, mentre era in costruzione la nuova cella del superiore.

Si addolcì il cuore di Aleksandr Semënovic, quando vide il giovane figlio in un rango adatto a un’età avanzata, e quindi molto promettente per il futuro. Dove non aveva potuto agire il lato interno e spirituale, agì quello esterno, e quest’ultimo esercitò il suo benefico influsso su Sof’ja Afanas’evna. Il figlio costruttore cominciò a frequentare spesso la casa dei genitori: la sua potente parola sulle verità della vita ultraterrena conquistò il cuore della madre, spesso ammalata e che si sentiva vicina alla morte. La madre si nutrì delle conversazioni spirituali del figlio; le sue concezioni cambiarono; da carnali divennero spirituali: ringraziava Dio di averla resa degna di avere il suo primogenito tra i Suoi servitori, mentre prima lo riteneva per sé una grande disgrazia. Tale cambiamento nella madre sulla soglia della sua vita riempiva di gioia indescrivibile il figlio sacerdote e monaco. Guidata dalle sue istruzioni e dalle sue preghiere, Sof’ja Afanas’evna morì serenamente il 25 luglio 1832. Ignazio eseguì lui stesso il rito delle esequie nella chiesa del villaggio di Pokrovskoe. È degno di nota che durante questo ufficio divino il figlio non versò una sola lacrima sul corpo esanime della madre! E questo non era dovuto alla compostezza conveniente a chi presiede il servizio divino, né alla freddezza del sentimento familiare, ma costituiva un tratto particolare del suo carattere spirituale. Il sentimento era in lui vivo, l’amore filiale verso la madre nella sua misura naturale, ma in lui l’uomo animale era stato sostituito dallo spirituale; il sentimento della parentela carnale era completamente penetrato dall’amore spirituale, che spingeva non a piangere la perdita temporale, ma a desiderare unicamente la sorte beata della defunta — nell’eternità. Perciò simili sentimenti familiari nel monaco Ignazio non si manifestavano mai nel modo consueto; si riflettevano in lui in un profondo raccoglimento e in una silenziosa riverenza orante, con piena calma esteriore.

Nel monastero di Lopot, Ignazio ebbe la consolazione di incontrare e di riunirsi nella convivenza con il suo amato amico Chichachov. Chichachov divenne l’attivo collaboratore del superiore nell’organizzazione del monastero; possedeva una voce eccellente, conosceva bene il canto liturgico e formò un ottimo coro che contribuì non poco ad attrarre molti pellegrini al monastero. Ignazio lo rivestì del rasoforo e lo guidò nella vita spirituale.

Intrapreso il nuovo campo di attività di capo di una comunità monastica, padre Ignazio era nel pieno senso della parola l’abbà della comunità dei monaci. Il seguente brano dalle sue opere ascetiche ci mostra di quale spirito si nutriva nell’opera di edificazione dei monaci: “Dirò qui dei monasteri russi, la mia umile parola frutto di molti anni di osservazione. Forse, tracciata sulla carta, sarà utile a qualcuno! S’è indebolita la vita monastica, come in generale quella cristiana; s’è indebolita la vita monastica perché si trova in un legame indissolubile con il mondo cristiano, il quale, inviando ai monasteri cristiani deboli, non può esigere dai monasteri monaci forti, simili agli antichi, quando anche il cristianesimo che viveva in mezzo al mondo abbondava di virtù e di forza spirituale. Ma ancora, i monasteri come istituzione del Santo Spirito emanano raggi di luce sul cristianesimo; ancora c’è lì nutrimento per i devoti; ancora c’è lì l’osservanza dei comandamenti evangelici; ancora lì vi è una rigorosa ortodossia, sia dogmatica che morale; lì, sebbene raramente, estremamente raramente, si trovano tavole viventi del Santo Spirito. È degno di nota che tutti i fiori e i frutti spirituali sono cresciuti in quelle anime che, lontane da conoscenze dentro e fuori dal monastero, si sono coltivate con la lettura della Scrittura e dei Santi Padri, nella fede e nella preghiera, animata dall’umile ma potente pentimento. Dove questa coltivazione mancava, lì solo sterilità. In che cosa consiste l’esercizio dei monaci, per il quale esiste anche il monachesimo stesso? Esso consiste nello studio di tutti i precetti, di tutte le parole del Redentore, nell’assimilazione di essi alla mente e al cuore. Il monaco diventa spettatore delle due nature umane: della natura corrotta, peccaminosa, che egli vede in sé, e della natura rinnovata, santa, che egli vede nel Vangelo. Il Decalogo dell’Antico Testamento tagliava i peccati grossolani, il Vangelo guarisce la natura stessa, malata di peccato, che ha acquisito con la caduta le proprietà del peccato. Il monaco deve, alla luce del Vangelo, entrare in lotta con sé stesso, con i propri pensieri, con i sentimenti del cuore, con le sensazioni e i desideri del corpo, con il mondo ostile al Vangelo, con i dominatori del mondo, che cercano di tenere l’uomo nel loro potere e nella loro schiavitù. La verità onnipotente lo libera (cfr. Gv 8,32); colui che è liberato dalla schiavitù delle passioni peccaminose è sigillato, rinnovato, introdotto nella discendenza del Nuovo Adamo, dal Santo Spirito tutto-buono…”12

Il Vescovo Stefan di Vologda, vedendo gli instancabili e utili sforzi dell’Ignazio costruttore per il rinnovamento e il buon ordine del monastero di Lopot, lo elevò al rango di igumeno il 28 maggio 1833, ma la natura paludosa del monastero di Lopot consumava gli ultimi resti della salute, e alla fine lo costrinse definitivamente a letto per la malattia. Chichachov si tormentava nell’anima per il suo superiore e, non vedendo altra via d’uscita alla situazione critica, osò proporgli la propria idea — trasferirsi dal monastero di Lopot in qualche altro luogo. L’idea fu approvata dall’igumeno e si decise che Chichachov sarebbe andato nella sua terra natia, nella provincia di Pskov, per adoperarsi per il loro trasferimento in uno dei monasteri locali. Congedato con la benedizione del suo superiore, Chichachov partì per il viaggio prestabilito. Giunto a Pietroburgo, si rivolse alla contessa Anna Alekseevna Orlova-Chesmenskaja, con cui aveva avuto poco prima la possibilità di fare conoscenza. Era stato durante il suo primo viaggio dal monastero di Lopot, quando era andato nella sua terra natia per sistemare gli affari di famiglia; in quel periodo aveva incontrato per la prima volta la contessa nel monastero Jur’ev di Novgorod, nelle celle del superiore, il famoso archimandrita Fotij. La contessa accolse amabilmente Chichachov e donò al monastero di Lopot alcuni libri e 800 rubli in denaro. Da allora Brjanchaninov e Chichachov godettero del benevolo favore della contessa Orlova, che si protrasse fino alla sua morte. Questa volta la contessa Anna Alekseevna accolse Chichachov con pari cordialità, gli offrì alloggio nella sua casa, lo provvide di tutto il necessario e si adoperò attivamente per il trasferimento dell’igumeno Ignazio dal monastero di Lopot. Chichachov, trovandosi nella capitale, nella cerchia della società altolocata che frequentava la contessa, stava già per tornare al monastero di Lopot, ma la contessa lo trattenne e gli consigliò di presentarsi al Metropolita di Mosca Filaret, che si trovava allora a Pietroburgo. Chichachov si presentò al podvorje della Trinità. Sua Eminenza accolse benevolmente il monaco di Lopot e disse: “Non mi sono ignoti la vita e le qualità dell’igumeno Ignazio”, e gli propose un posto di superiore nel monastero di terza classe di Nikolo-Ugresh, della sua diocesi, se avesse desiderato trasferirsi là, promettendo di procurargli in seguito qualcosa di meglio. Chichachov ringraziò il benevolo Vescovo e si azzardò a esprimere davanti a lui la preoccupazione che all’igumeno Ignazio sarebbe risultato scomodo chiedere lui stesso di essere trasferito dalla diocesi di Vologda, poiché era stato tonsurato personalmente dal vescovo di Vologda, il quale avrebbe potuto offendersi di tale gesto del suo tonsurato. “Bene”, disse il Metropolita, “io farò questa proposta al Sinodo e spero che non mi verrà rifiutata.” Il giorno seguente fu inviato dal Sinodo un ordine a Vologda al Vescovo Stefan per il trasferimento dell’igumeno del monastero di Lopot, Ignazio, al monastero Nikolo-Ugresh, dove, dopo la consegna del proprio monastero, gli si ordinava di recarsi immediatamente.

Il Vescovo Stefan accolse favorevolmente questo evento. Congedando l’igumeno Ignazio con la propria benedizione per il nuovo posto di servizio, fece la seguente valutazione di lui nella sua relazione al Metropolita di Mosca del 28 novembre 1833: “L’igumeno Ignazio, dopo la tonsura nel 1831, per ordine del Santo Sinodo direttivo, nel monachesimo, trovandosi nel numero della fraternità del monastero Glushitskij di terza classe, con le sue lodevoli qualità e la sua istruzione nelle scienze ha sempre attirato su di sé la mia particolare attenzione, per cui fu preso nella casa arcivescovile di Vologda e, dopo l’ordinazione a ierodiacono, e poi a ieromonaco, fu impiegato per il servizio liturgico, dove, notando sempre più in lui eccellenti capacità, ornate da una condotta lodevole, nel 1832 il 6 gennaio, lo destinai, Ignazio, al posto del costruttore defunto nel monastero di Lopot, lo ieromonaco Iosif, come costruttore, ed essendo egli in questa nuova funzione impostatagli, con il comportamento esemplare della sua vita, con l’istituzione nel monastero dell’ordine secondo le regole e i statuti monastici, con la precisa osservanza della convenienza dovuta nel monastero, attirando su di sé la particolare attenzione del pubblico, riuscì a ridestare nei veneratori del santo monastero il fervore, e con ciò raggiunse la possibilità di portare il monastero di Lopot, caduto già in completo declino e disordine, in breve tempo nello stato migliore, ossia: 1) con la dotazione di preziosi vasi sacri d’argento, Vangelo e paramenti, e molti altri oggetti utili all’ornamento della chiesa, e 2) con la sistemazione delle celle del superiore e dei fratelli, e poi con il restauro di molti edifici monastici decrepiti. Tale suo utile servizio per il santo monastero, nonché le recensioni del pubblico sulle sue lodevoli qualità mi hanno convinto quest’anno il 28 maggio, ad incoraggiarlo a un ulteriore simile servizio, di promuoverlo a igumeno, lasciandolo superiore nel medesimo monastero di Lopot. Sul suddetto suo servizio eccellente e lodevole, dell’igumeno Ignazio, ho ritenuto necessario informare con la presente Vostra Eminenza.”

Chichachov, lieto del così felice esito della sua intermediazione, partì da Pietroburgo per la sua terra natia nella provincia di Pskov, per fare visita ai propri genitori. Qui, poco dopo il suo arrivo, riceve una lettera dalla contessa Orlova-Chesmenskaja, nella quale lei lo informa che tutti gli eventi della vita dell’igumeno Ignazio e i suoi propri erano giunti a conoscenza dell’Imperatore Nikolaj Pavlovič, e che Sua Maestà Imperiale si era degnato di ricordare i propri ex allievi e aveva ordinato al metropolita di Mosca di convocare l’igumeno Ignazio non a Mosca, ma a Pietroburgo, per la sua presentazione personale, aggiungendo che se Ignazio gli fosse piaciuto come prima, non lo avrebbe dato al Metropolita Filaret. Sua Eminenza Filaret, in esecuzione di questa Volontà Imperiale, con una lettera ufficiale del 15 novembre 1833 al Vescovo di Vologda Stefan, lo pregò di inviare il più presto possibile l’igumeno Ignazio direttamente a Pietroburgo, e con una lettera privata autografa all’igumeno Ignazio richiedeva che questi, senza indugio alcuno, si recasse da lui a Pietroburgo al podvorje della Trinità. “Questa disposizione deve essere eseguita senza indugio”, scriveva il Metropolita di Mosca, “perché questa è volontà non mia.”

Il 27 novembre l’igumeno Ignazio consegnò il monastero di Lopot al suo economo, e il 30 novembre partì per San Pietroburgo. In quel periodo era tornato lì anche Chichachov, che attendeva con impazienza l’arrivo del suo igumeno. Giunto nella capitale, l’igumeno Ignazio si presentò senza indugio al Metropolita Filaret, che lo ospitò nel suo podvorje della Trinità, dove aspettava il momento in cui sarebbe stato fissato il suo incontro con lo Zar.

Nel giorno e all’ora fissati l’igumeno Ignazio si presentò allo Zar al Palazzo d’Inverno. Lo Zar si rallegrò vedendo il suo allievo; “e la gioia”, scrive Chichachov, “di presentarsi all’amato Zar, la pienezza del sentimento di gratitudine per tutte le Sue grazie imperiali portavano a un devoto entusiasmo la calda anima del monaco fedele suddito.” Dopo alcuni chiarimenti lo Zar si degnò di dire: “Tu mi piaci, come prima! Sei in debito con me per l’educazione che ti ho dato e per il mio amore verso di te. Non hai voluto servirmi là dove pensavo di collocarti, hai scelto secondo il tuo arbitrio un cammino — su, adesso pagami il tuo debito. Ti do la Sert’eva pustyň, voglio che tu vi abiti e ne faccia un monastero che agli occhi della capitale sia un modello per i monasteri.” Poi lo condusse agli appartamenti dell’Imperatrice Aleksandra Fëdorovna. Entrato da lei, le chiese se riconosceva questo monaco. Alla risposta negativa lo chiamò per cognome. L’Imperatrice si rivolse molto amabilmente al suo ex pensionato e gli fece benedire tutti i suoi figli. Lo Zar mandò subito a chiamare il procuratore generale del Sinodo Nečaev, il quale riferì a Sua Maestà che la Sert’eva pustyň aveva una destinazione particolare — era stata assegnata al Vescovo vicario presso il Metropolita di San Pietroburgo e dei suoi redditi godeva il Vescovo in cambio del mantenimento da parte dell’amministrazione ecclesiastica. Allora lo Zar ordinò di accertare l’entità della somma dei redditi che il Vescovo vicario riceveva dal monastero, e di corrispondergli tale importo dal gabinetto imperiale, mentre il monastero doveva essere consegnato alla piena gestione del superiore da lui nominato. Il procuratore generale comunicò al Santo Sinodo la Volontà Imperiale e a monsignor Benedikt, che era allora il vicario, fu inviato l’ordine del Sinodo di consegnare il deserto all’igumeno Ignazio, mentre lui stesso avrebbe ricevuto 4000 rubli di mantenimento dal gabinetto imperiale. Allora, per disposizione del Sinodo, l’igumeno Ignazio fu elevato al rango di archimandrita, cosa che fu compiuta nella cattedrale di Kazan’ il 1° gennaio 1834; e il 5 dello stesso mese il nuovo superiore partì per il suo monastero in compagnia di Chichachov e di un giovane di ventidue anni, Giovanni Malyšev, appena accettato come cameriere, il quale in seguito, dopo ventitré anni, sarebbe diventato il successore del suo starec nella carica di superiore del monastero, con il rango di archimandrita.


  1. Per tutto il tempo della sua vita nel villaggio di Pokrovskoe, mantenne costantemente, a proprie spese, una scuola parrocchiale a due classi, nella quale si istruivano fino a 50 figli di contadini.
  2. Esperienze Ascetiche, vol. 1.
  3. In quell’anno su 30 posti c’erano 130 candidati. Fra di essi Brjanchaninov non solo fu il primo, ma unicamente lui solo soddisfò i requisiti per l’ammissione alla 2ª classe dei conduttori.
  4. In brevissimo tempo Brjanchaninov divenne il primo allievo della sua classe e mantenne questo posto nelle scienze fino all’uscita dall’istituto.
  5. Esperienze Ascetiche, vol. 1.
  6. Ispettore dell’istituto era l’ingegnere generale-maggiore Barone Elsner, che si esprimeva con difficoltà in russo.
  7. Esperienze Ascetiche, vol. 1.
  8. Esperienze Ascetiche, vol. 1.
  9. Nel grande schema: Lev.
  10. Esperienze Ascetiche, vol. 1.
  11. Memorie dell’archimandrita Pimen.
  12. Esperienze Ascetiche, vol. 1.

 

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