Violazioni liturgiche e canoniche durante la visita del Papa a Costantinopoli (30 novembre 2025)

Violazioni liturgiche e canoniche durante la visita del Papa a Costantinopoli (30 novembre 2025)

05/12/2026

Abbiamo assistito a gravi violazioni dei canoni, a distorsioni del rito liturgico e a fuorvianti interpretazioni dei credenti sulle differenze tra ortodossia e cattolicesimo.

Il 30 novembre 2025, nella chiesa del Santo Grande Martire Giorgio al Fanar, si verificò un evento che destò seria preoccupazione tra i cristiani ortodossi. La visita di Papa Leone XIV a Costantinopoli e la sua partecipazione alla funzione, guidata dal Patriarca Bartolomeo, rivelarono numerose sfumature liturgiche, canoniche ed ecclesiologiche che richiedevano un’attenta analisi teologica. Cosa accadde dunque?

Stranezze liturgiche e violazioni canoniche

La prima cosa che salta all’occhio guardando le registrazioni video dell’evento è l’arrivo del Papa al Fanar il 29 novembre e la sua benedizione ai cristiani ortodossi, che, secondo i canoni ortodossi, è assolutamente inaccettabile. In particolare, secondo il 45° Canone Apostolico, il Patriarca Bartolomeo non avrebbe dovuto permettergli di farlo:

“Un vescovo, un presbitero o un diacono che abbia semplicemente pregato con gli eretici, sia scomunicato. Ma se permette loro di fare qualcosa come ministro della Chiesa, sia deposto”.

Inoltre, il Papa camminava con un bastone, che solo un vero pastore della Chiesa di Cristo può usare in momenti simili, il che solleva nuovamente la questione del perché il Patriarca Bartolomeo abbia permesso che tutto ciò accadesse?

Violazione dell’ordine della commemorazione nel dittico

Un’altra violazione dell’ordine canonico è stata la commemorazione del Papa al primo posto nel dittico, davanti al Patriarca Bartolomeo. Nello specifico, durante la dossologia, il diacono ha detto:

“Preghiamo anche per Sua Santità Papa Leone, Vescovo di Roma, e per il nostro Arcivescovo e Patriarca Bartolomeo”.

Questa violazione viola gravemente i fondamenti dell’ecclesiologia ortodossa. Secondo l’insegnamento ortodosso, il Patriarca di Costantinopoli occupa il primo posto d’onore tra i primati ortodossi (poiché il Papa di Roma cadde nell’eresia e fu escluso dai dittici della Chiesa ortodossa). Il Patriarcato di Costantinopoli è chiamato Primo Trono proprio perché il suo Primate presiede i servizi divini e i concili. Nel dittico, il nome del Patriarca di Costantinopoli deve sempre essere il primo tra i gerarchi ortodossi.

L’ordine di commemorazione, in cui il Papa viene commemorato per primo, esisteva fino al 1054, prima del Grande Scisma. Dopo l’XI secolo, il Papa non poté più occupare il primo posto e, pertanto, ripristinare il primato del Papa nella commemorazione significa riconoscerne il primato e, in un certo senso, rifiutare l’ecclesiologia ortodossa.

L’uso dei paramenti liturgici da parte del Papa

Un altro punto cruciale è il fatto che il papa entrasse in chiesa durante il canto del Trisagio, il momento esatto in cui, secondo la tradizione greca, il vescovo che presiede la Liturgia entra nell’altare. Il papa indossava il Pallium pretiosum (stola papale), un tipo speciale di stola utilizzato esclusivamente per le liturgie solenni.

Ciò significa che il Papa non era semplicemente presente come ospite, ma ha partecipato in preghiera alla cerimonia in qualità di gerarca.

Glorificazione liturgica del Papa

Dopo la fine della liturgia i cantori hanno cantato: “Τὸν αγιώτατον καὶ μακαριώτατον κύριον κύριον, τὸν Πάπαν Ῥώμης Λέοντα, Κύριε φύλαττε, εἰς πολλὰ ἔτη” (“Il santissimo e beato signor Papa Leone, o Signore, per molti anni”).

Va ricordato che nel culto ortodosso, le formule “Κύριε φύλαττε” e “εἰς πολλὰ ἔτη” vengono recitate esclusivamente per coloro che sono in comunione eucaristica con la Chiesa. La commemorazione e la glorificazione di un gerarca significano il suo riconoscimento come vescovo legittimo, in unità di fede e comunione eucaristica. L’uso di tale formula per il Papa, che non è in comunione con l’Ortodossia, costituisce una grave violazione canonica.

Questa formula esprime benedizione, riconoscimento della dignità gerarchica all’interno della Chiesa e connessione orante. In sostanza, si tratta di un riconoscimento liturgico del papa come gerarca ortodosso, il che è una menzogna e un inganno per i fedeli. Per un cristiano ortodosso, usare una simile formula nei confronti di un eretico significa violare i canoni fondamentali della Chiesa e tradire l’Ortodossia.

Violazioni nell’ordine della commemorazione liturgica

Durante la Liturgia vera e propria, erano permesse numerose deviazioni dal rito ortodosso. Il Patriarca Teodoro di Alessandria non commemorò il Patriarca Bartolomeo, sebbene, secondo il rito liturgico, il vescovo concelebrante che riceveva il Santo Calice dovesse commemorare il celebrante.

Ancora più bizzarro è l’ordine della commemorazione dopo la consacrazione dei Doni. Secondo il rito ortodosso, il Patriarca Bartolomeo, in quanto presidente della Liturgia, dovrebbe commemorare tutti i Patriarchi ortodossi, e poi tutti i vescovi e i sacerdoti concelebranti lo commemorano insieme.

Tuttavia, quel giorno al Fanar fu diverso. Il Patriarca Bartolomeo commemorò tutti i cristiani ortodossi, poi il Patriarca Teodoro fece lo stesso, dopodiché il rappresentante del Patriarcato di Antiochia commemorò “per primo” il Patriarca Giovanni, il rappresentante di Gerusalemme commemorò “per primo” il Patriarca Teofilo, poi i vescovi del Patriarcato di Costantinopoli commemorarono uno per uno il Patriarca Bartolomeo, e solo alla fine commemorarono tutti di nuovo “per primo” il Patriarca Bartolomeo.

Sorge spontanea una domanda logica: chi è il “primo”? Secondo la commemorazione del 30 novembre, dovrebbe essere il Patriarca Giovanni di Antiochia. Ma questo fatto contraddice l’ecclesiologia ortodossa, poiché una tale confusione nell’ordine della commemorazione crea caos liturgico e indica o una totale incomprensione del rito ortodosso o una sua deliberata distorsione.

Perché ciò accadde? Una possibile risposta è il desiderio di non “offendere” il Papa, che, ancora una volta, detenne il primato nella Chiesa fino al 1054.

Bacio prima di leggere il Credo

È anche interessante che prima della lettura del Credo, dopo l’esclamazione “Amiamoci gli uni gli altri, per confessarci con un solo animo”, il Papa sia stato condotto al centro della chiesa e i Patriarchi Bartolomeo e Teodoro siano usciti dall’altare per baciarlo. Solo allora si sono scambiati baci con i vescovi concelebranti.

È necessario ricordare che le parole “confessiamo con una sola mente” significano che coloro che servono la Liturgia sono nell’unità della fede, che non hanno disaccordi dogmatici.

Tra l’altro, questo è stato affermato di recente da un teologo cattolico, il quale ha affermato che ortodossi e cattolici “condividono già una fede comune, debitamente definita nel Credo niceno-costantinopolitano, e hanno raggiunto un’intesa reciproca sui sacramenti. Ora, l’attenzione principale è rivolta alla struttura della Chiesa, cioè al ministero”. È proprio questa questione del ministero, “o più precisamente, il primato e l’infallibilità del papa, che rimane il principale ostacolo alla piena unità”.

Va notato che queste parole non sono solo una grossolana distorsione della realtà, ma anche una deliberata travisazione dei fedeli. La Chiesa cattolica romana continua a professare l’eresia del Filioque e numerosi altri errori che la separano dall’Ortodossia. Non esiste unanimità dogmatica tra ortodossi e cattolici, il che significa che un simile bacio nel contesto della Liturgia è una menzogna liturgica.

Il problema del riconoscimento del Credo da parte del Papa senza il Filioque

I difensori delle azioni del Patriarca Bartolomeo tentano di giustificare il bacio e la preghiera congiunta con il Papa citando il riconoscimento da parte di Papa Leone XIV del Credo niceno-costantinopolitano senza il Filioque, avvicinandolo così presumibilmente all’Ortodossia. Tuttavia, tale argomentazione dimostra analfabetismo teologico o è deliberatamente manipolativa. Il fatto è che l’apologetica cattolica ha sviluppato una strategia sofisticata per difenderne l’inserimento nel Credo, riducendo la questione dogmatica a una questione di differenza tra la lingua teologica greca e quella latina. Secondo questa concezione, il termine ἐκπορεύομαι (ekporeuomai), usato dai Padri del Secondo Concilio Ecumenico, denota la processione primordiale e ontologica dello Spirito Santo – la sua origine esistenziale nella preeternità. Il latino procedere, secondo i teologi cattolici, descrive non tanto l’origine ontologica della Terza Ipostasi quanto la sua manifestazione al mondo, la sua azione nell’economia della salvezza.

Si costruisce così la seguente costruzione logica: il Santo Spirito procede ontologicamente dal Padre come unico Principio e Causa della Divinità (che corrisponde all’accezione greca di ἐκπορεύομαι), ma nell’ordine della rivelazione e della distribuzione dei doni di grazia, Egli “procede” anche dal Figlio (che si suppone sia espresso dal latino procedere).

Questa differenza scolastica tra la “processione eterna” e la “missione temporale” del Santo Spirito consente ai cattolici di affermare che non esiste alcuna vera contraddizione tra le formulazioni greca e latina: stiamo semplicemente parlando di aspetti diversi dello stesso mistero.

Tuttavia, questo gioco di equilibri teologici non regge alle critiche serie per diverse ragioni. In primo luogo, i Padri della Chiesa che formularono il Credo niceno-costantinopolitano conoscevano bene sia il greco che il latino, e se avessero ritenuto necessario distinguere tra processione ontologica e missione economica, l’avrebbero espressa chiaramente. In secondo luogo, il Credo è una confessione di fede, non un trattato teologico accademico; ogni parola in esso ha un preciso significato dogmatico, e l’aggiunta arbitraria di termini è inaccettabile, indipendentemente dal significato inteso.

Infine, e soprattutto, il problema del Filioque non è nato da un’incomprensione tra le tradizioni teologiche greca e latina. La radice del problema risiede nel fatto che la Chiesa occidentale, senza convocare un Concilio Ecumenico e senza il consenso dell’intera Chiesa, ha osato alterare un testo approvato dal Secondo Concilio Ecumenico (381) e confermato da tutti i successivi Concili Ecumenici. Questa è una violazione della conciliarità, o arbitrarietà ecclesiologica, quando una parte della Chiesa si arroga il diritto di determinare la dottrina per tutti. Anche se l’aggiunta latina fosse teologicamente impeccabile (cosa che non è), il metodo stesso della sua incorporazione nel Credo la rende inaccettabile per l’Ortodossia, che sostiene il principio della determinazione conciliare del dogma.

È importante notare, tuttavia, che Papa Leone XIV non è il primo a “riconoscere” il Credo senza il Filioque: Giovanni Paolo II aveva fatto dichiarazioni simili prima di lui. Quindi, il “riconoscimento” di Papa Leone, come quello dei papi precedenti, non cambia assolutamente nulla. Ricordiamo ancora una volta le parole del teologo cattolico secondo cui non ci sarebbero presumibilmente disaccordi dogmatici (dal punto di vista cattolico): l’intera questione è semplicemente se gli ortodossi accettino il primato del papa. Se ricordiamo cosa accadde al Fanar, la risposta è ovvia. Allo stesso tempo, in caso di unione con i cattolici, come notano gli analisti, lo stesso Patriarcato di Costantinopoli si aspetta lo status di Chiesa “sui iuris”, ovvero qualcosa di simile agli armeni cattolici, ai siro-malabariti, ai malankaresi e agli uniati ucraini. È improbabile che qualcuno conceda loro maggiori diritti.

Manipolazioni nell’eredità di Padre Joel Yannakopoulos e la posizione dell’anziano Paisios

Sullo sfondo della visita di Papa Leone XIV in Turchia e tra le gravi critiche del clero e dei teologi greci, il sito web pro-fanariota Fos Fanariu ha pubblicato il 28 novembre estratti di una corrispondenza inedita tra il venerato padre spirituale e teologo archimandrita Joel (Yannakopoulos) e il patriarca Atenagora di Costantinopoli.

In una lettera del dicembre 1966, Padre Joel scrisse:

“Indubbiamente, l’unità delle Chiese, che desideriamo sempre nel mondo, nella liturgia, e per la quale il Signore stesso ha pregato nella sua Preghiera episcopale (Gv 17,11) prima della sua morte, è molto lontana a causa delle nostre divergenze dottrinali. Tuttavia, il nostro amore per le altre Chiese deve, per ragioni di opportunità e di sostanza, essere coltivato intensamente attraverso il dialogo e gli incontri”.

Non è chiaro come queste parole possano essere usate per giustificare quanto accaduto al Fanar. Nel frattempo, i media fanarioti hanno in qualche modo ignorato completamente la posizione di San Paisio l’Athonita, il quale riteneva che “quando il Patriarca incontra il Papa, quale beneficio porta alla Chiesa? Nessuno. E il danno? Enorme. Dopotutto, fuorvia la gente comune”.

Queste parole del santo anziano descrivono accuratamente ciò che sta accadendo ora.

I fedeli comuni, vedendo il Patriarca pregare con il Papa, ricevere la sua benedizione e baciarlo durante la Liturgia, concludono inevitabilmente che non esistano differenze significative tra Ortodossia e Cattolicesimo. Vengono fuorviati, creando la falsa impressione di un’unità dogmatica laddove non esiste.

È particolarmente significativo che San Paisio abbia sottolineato la necessità dell’unità tra gli ortodossi prima di impegnarsi in qualsiasi discussione sull’unificazione con i cattolici. L’anziano disse: “Prima di tutto, gli ortodossi devono unirsi tra loro, e poi pensare agli altri. Che senso ha unirsi a coloro che sono nell’eresia se noi stessi non siamo in pace?”

Queste parole sono particolarmente rilevanti oggi, mentre la Chiesa ortodossa sta attraversando gravi divisioni. Il Patriarcato di Costantinopoli non è in comunione eucaristica con la Chiesa ortodossa russa a causa dello scisma ucraino. Esistono anche gravi disaccordi tra diverse Chiese locali. In questa situazione, il desiderio di unità con i cattolici appare assurdo e rivela priorità completamente distorte.

Qui dobbiamo comprendere che, in materia di ecumenismo moderno, la teologia è da tempo passata in secondo piano. Persino l’inserimento cattolico del Filioque (“e dal Figlio”) fu una decisione puramente politica, un modo per l’Occidente di affermare la propria sovranità e dimostrare che Roma era in grado di cambiare il Credo senza un Concilio Ecumenico. Fu un gesto di forza, un tentativo di dimostrare che l’Occidente era il centro. Tutte le giustificazioni teologiche furono fornite molto più tardi.

E quando oggi il Vaticano, in un miracolo di economia, è disposto a recitare il Credo senza il Filioque, diventa chiaro che il dogma stesso non era fine a se stesso.

Roma è disposta a sacrificare qualsiasi dottrina “secondaria” in nome dell’obiettivo principale: il primato del “Romano Pontefice”. Tutto il resto è irrilevante.

***

Un’analisi degli eventi accaduti il ​​30 novembre 2025 al Fanar porta a conclusioni deludenti. Abbiamo assistito a gravi violazioni dei canoni ortodossi, a una distorsione del rito liturgico e all’inganno dei fedeli riguardo alle differenze dogmatiche tra Ortodossia e Cattolicesimo. Tutto ciò testimonia la profonda crisi che sta attraversando il Patriarcato di Costantinopoli. La Chiesa cattolica non ha rinunciato alle sue eresie e non ha intenzione di farlo, e ogni discorso su un “evento storico” e un “passo verso l’unità” è vuota retorica che nasconde realtà molto brutte.

Dobbiamo valutare con sobrietà ciò che sta accadendo e non soccombere alla manipolazione. L’unità della Chiesa è possibile solo nella verità, non attraverso il compromesso con l’eresia. Come disse San Paisio, “Il nostro dovere è non tradire ciò che abbiamo ricevuto dai santi”. Questo comandamento del santo anziano deve rimanere la nostra luce guida in questi tempi difficili.

FONTE:

https://spzh.eu/…/89399-liturhicheskie-i-kanonicheskie

image_pdfimage_print