San Basilio: Lettera 203 ai Vescovi delle coste
Lettera CCIII
Ai Vescovi delle coste
Ho avuto un grande desiderio di incontrarvi, ma si è sempre presentato qualche ostacolo ad impedire il mio fervore. Infatti, o la debolezza del corpo me lo ha impedito (della quale conoscete bene quanta me ne trascini dalla prima giovinezza fino a questa vecchiaia, cresciuta con me e che mi educa secondo il giusto giudizio di Dio, che tutto amministra con sapienza), o le cure delle Chiese, o le lotte contro coloro che insorgono contro la parola della verità. Perciò fino al presente vivo in molta tribolazione e dolore, consapevole che ciò che vi riguarda è stato da me trascurato.
Io infatti, avendo udito da Dio — colui che per questo ha accettato la venuta nella carne, per regolare la nostra vita anche con gli esempi di ciò che si deve fare e per annunciarci con la sua stessa voce il Vangelo del regno — che: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri», e che il Signore, prima di compiere l’economia nella carne, lasciò ai suoi discepoli come dono di addio la sua pace dicendo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non posso convincere me stesso di potere essere chiamato degno servo di Gesù Cristo senza l’amore reciproco e senza fare quanto dipende da me per vivere in pace con tutti.
Attendevo pure da molto tempo, nella speranza che prima o poi giungesse a noi una qualche visita da parte della vostra carità. Non ignorate infatti che noi, esposti pubblicamente a tutti come scogli sporgenti nel mare, accogliamo la furia delle onde eretiche, le quali, infrangendosi contro di noi, non sommergono ciò che sta dietro di noi. Ma quando dico “noi”, non mi riferisco alla forza umana, bensì alla grazia di Dio, che nella debolezza degli uomini mostra la propria potenza, come dice il profeta parlando a nome del Signore: «Non temerete me, che ho posto la sabbia come confine al mare?». Con la cosa infatti più debole e disprezzabile, la sabbia, il Potente ha incatenato il mare grande e impetuoso.
Poiché dunque anche ciò che ci riguarda è qualcosa di simile, sarebbe stato consequenziale che dalla vostra carità venissero inviati continuamente alcuni dei veri fratelli per farci visita in quanto provati dalle tribolazioni e che giungessero a noi lettere d’amore — lasciate che lo dica — più frequenti, le quali da un lato confermassero la nostra prontezza e dall’altro correggessero i nostri eventuali errori. Non neghiamo infatti di essere soggetti a mille errori, essendo uomini e vivendo nella carne.
Ma poiché nel tempo passato, o fratelli venerabilissimi, o per non aver compreso ciò che era conveniente avete trascurato i doveri verso di noi, o perché prevenuti da alcuni con calunnie contro di noi non ci avete ritenuti degni di una visita fraterna, ecco che ora iniziamo noi stessi la lettera e dichiariamo di essere pronti a scagionarci davanti a voi dalle accuse mosse contro di noi, a condizione soltanto che coloro che ci insultano accettino di presentarsi a confronto con noi davanti alla vostra pietà.
Se infatti saremo confutati, riconosceremo il nostro peccato; voi, dopo le confutazioni, avrete il perdono da parte del Signore per esservi ritirati dalla comunione con noi peccatori; e coloro che ci avranno confutato avranno la ricompensa per aver reso pubblica la nostra nascosta malvagità. Se invece ci condannate prima delle confutazioni, noi non avremo subito alcun danno se non la perdita del bene per noi più prezioso di tutti, cioè l’amore verso di voi; ma voi subirete questo stesso danno non avendoci più con voi, e sembrerete combattere contro il Vangelo che dice: «La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?».
Colui poi che versa su di noi ingiurie senza portare la prova di ciò che dice, si mostrerà aver attirato su di sé un cattivo nome a causa dell’uso assurdo delle parole. Come infatti converrebbe chiamare colui che calunnia, se non imponendogli il nome che egli stesso esercita attraverso l’azione stessa? Colui dunque che ci insulta non sia un “diavolo” (calunniatore), ma un accusatore; o piuttosto, non accolga neppure il nome di accusatore, ma sia un fratello che ammonisce nell’amore e porta la confutazione per correggere. Voi non siate ascoltatori di ingiurie, ma giudici delle confutazioni; né noi siamo lasciati senza cura, qualora il nostro peccato non ci venga manifestato.
Non vi domini infatti quel ragionamento secondo cui: “Noi che abitiamo la costa siamo fuori dalla sofferenza dei molti e non abbiamo bisogno di alcun aiuto dagli altri; quale necessità abbiamo dunque della comunione con gli altri?”. Il Signore infatti ha separato le isole dalla terra ferma per mezzo del mare, ma ha legato gli isolani agli abitanti del continente mediante l’amore. Nulla ci separa gli uni dagli altri, o fratelli, se non subiamo la separazione per nostra libera scelta.
Uno solo è il nostro Signore, una sola la fede, la medesima la speranza. Anche se vi consideriate il capo della Chiesa universale, non può il capo dire ai piedi: “Non ho bisogno di voi”; sia che vi poniate in un altro ordine delle membra ecclesiastiche, non potete dire a noi, stabiliti nello stesso corpo: “Non abbiamo bisogno di voi”. Infatti le mani hanno bisogno l’una dell’altra, i piedi si sostengono a vicenda e gli occhi nell’armonia hanno la chiarezza della percezione.
Noi infatti riconosciamo la nostra debolezza e cerchiamo la vostra concordia. Sappiamo infatti che, anche se non sarete presenti con il corpo, con l’aiuto delle preghiere ci arrecherete un grande giovamento nei momenti di più urgente necessità. Ma per voi non è decoroso davanti agli uomini né gradito a Dio usare simili espressioni, che non usano neppure le nazioni che non conoscono Dio. Sentiamo infatti che anche quelle, pur occupando una regione del tutto autosufficiente, cercano comunque l’alleanza reciproca per via dell’incertezza del futuro e perseguono le relazioni vicendevoli come fonte di guadagno.
Noi invece, che apparteniamo a quei padri i quali stabilirono per mezzo di brevi lettere che i segni delle relazioni viaggiassero da un capo all’altro della terra e che tutti fossero cittadini e familiari di tutti, ora ci tagliamo fuori dal mondo abitato, e non ci vergogniamo dell’isolamento, né riteniamo che la rottura della concordia porti un danno, né tremiamo al fatto che giunga fino a noi la terribile profezia del nostro Signore che dice: «Per il moltiplicarsi dell’iniquità, l’amore dei più si raffredderà».
No, fratelli venerabilissimi, non tollerate questo, ma consolateci anche per il passato con lettere di pace e saluti d’amore, quasi confortando con un tocco delicato la piaga del nostro cuore che ci avete procurato con la passata negligenza.
E sia che vogliate venire voi stessi da noi ed esaminare di persona le nostre infermità — se siano davvero quali le udite o se i nostri peccati vi vengano riferiti gravati da aggiunte menzognere —, si faccia anche questo. Siamo pronti ad accogliere la vostra presenza a mani aperte e a sottoporci a un esame accurato: purché l’amore preceda ciò che si fa. Sia che vogliate indicarci un luogo presso di voi nel quale, recandoci, adempiremo verso di voi il debito dovuto della visita e daremo la prova possibile di noi stessi, così da guarire le cose passate e non lasciare in futuro alcuno spazio alle calunnie, si faccia anche questo. In ogni caso infatti, sebbene portiamo una carne debole, finché respiriamo siamo tenuti a non tralasciare nulla di ciò che serve all’edificazione delle Chiese di Cristo.
Non rifiutate dunque questa nostra supplica, non spingeteci alla necessità di manifestare ad altri il nostro dolore. Fino ad ora infatti, sappiatelo, o fratelli, teniamo nascosto in noi stessi il dolore, vergognandoci di annunciare a coloro che sono in comunione con noi da lontano il vostro estraniamento verso di noi, per non rattristare anche loro e non procurare gioia a coloro che ci odiano.
Queste cose le ho spedite ora io solo, ma ho scritto con il consenso di tutti i fratelli della Cappadocia, i quali mi hanno anche pregato di non servirmi di un diacono qualunque per la lettera, ma di un uomo che sia in grado di integrare attraverso la lettera ciò che abbiamo tralasciato per timore di estendere il discorso oltre misura, mediante la prudenza che possiede per grazia di Dio. Parliamo del nostro carissimo e reverendissimo fratello Pietro, nostro compagno nel presbiterato, che vi preghiamo di accogliere nell’amore e di riaccompagnare da noi in pace, affinché sia per noi un messaggero di buone notizie.