San Basilio: Lettera 8 al popolo di Cesarea

Lettera VIII

Al popolo di Cesarea: apologia sulla partenza

Mi sono spesso chiesto che cosa mai vi sia accaduto nei nostri confronti e da dove venga che siate tanto presi dalla nostra piccolezza — piccola e modesta, e forse priva di qualsiasi attrattiva — da esortarci con le vostre parole, richiamandoci all’amicizia e alla patria, come se cercaste di ricondurre a voi, con affetto paterno, alcuni fuggiaschi.

Quanto a me, ammetto di essere stato un fuggiasco, e non lo negherei; ma, se lo desiderate, ormai potete conoscerne il motivo. In primo luogo, colpito allora da ciò che non mi aspettavo, come coloro che all’improvviso sono atterriti da un rumore improvviso, non riuscii a dominare i miei pensieri: mi allontanai e vissi in esilio per un tempo considerevole, lontano da voi. In seguito, però, si insinuò in me anche un certo desiderio delle dottrine divine e della filosofia che le riguarda.

«Come potrei», mi dicevo, «vincere il male che dimora con noi? E chi potrebbe essere per me un Labano, che mi separi da Esaù e mi guidi verso la filosofia più elevata?»

Ma ora, con l’aiuto di Dio, per quanto era nelle nostre possibilità, abbiamo raggiunto il nostro scopo: abbiamo trovato un vaso eletto e un pozzo profondo — intendo Gregorio, bocca di Cristo. Vi chiedo, dunque, di concedermi ancora un poco di tempo: non desideriamo soggiornare nelle città, perché non ci sfugge che il Maligno, servendosi di simili occasioni, prepara inganni agli uomini. Consideriamo invece particolarmente utile l’incontro con i santi. Parlando infatti delle dottrine divine e ascoltandone più spesso, acquistiamo una conoscenza salda e difficile da perdere. Questa è, in breve, la situazione che mi riguarda.

Quanto a voi, mie cari e amatissimi fratelli, guardatevi dai pastori dei Filistei: che qualcuno, di nascosto, non otturi i vostri pozzi e non intorbidi la purezza della conoscenza relativa alla fede.

È questo, infatti, il loro impegno costante: non istruire le anime più semplici sulla base delle divine Scritture, ma ingannare la verità servendosi della sapienza profana. Chi introduce nella nostra fede un «ingenerato» e un «generato», sostiene che colui che è sempre esistito un tempo non esistesse, afferma che il Padre per natura e da sempre diventi Padre e che il Santo Spirito non sia eterno: costui è davvero un filisteo, invidia le pecore del nostro pastore, perché non bevano l’acqua pura che zampilla per la vita eterna, ma si attirino addosso la parola del profeta: «Hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva, e si sono scavati cisterne screpolate, incapaci di trattenere l’acqua».

Bisogna invece confessare Dio Padre, Dio Figlio e Dio Santo Spirito, come insegnano le parole divine e coloro che le hanno comprese più profondamente.

A chi ci accusa di professare tre dèi si dica che noi confessiamo un solo Dio, non quanto al numero, ma quanto alla natura. Tutto ciò che è detto «uno» in senso numerico non è veramente uno, né è semplice per natura; Dio, invece, è riconosciuto da tutti come semplice e non composto. Dio, dunque, non è uno quanto al numero.

Spiego meglio ciò che intendo. Diciamo che il mondo è uno per numero, ma non uno per natura, né qualcosa di semplice: lo dividiamo infatti negli elementi di cui è composto, cioè fuoco, acqua, aria e terra. Anche l’uomo è chiamato uno per numero: spesso diciamo «un uomo». Eppure non è semplice, perché è composto di corpo e anima. Allo stesso modo diciamo che un angelo è uno per numero, ma non uno per natura né semplice: concepiamo infatti la sostanza angelica come un’esistenza composta di sostanza e santità.

Se dunque tutto ciò che è uno per numero non è uno per natura, e ciò che è uno per natura e semplice non è uno per numero, mentre noi diciamo che Dio è uno per natura, perché ci attribuiscono il numero, che noi escludiamo in ogni modo da quella beata e intelligibile natura?

Il numero appartiene alla quantità e la quantità è connessa alla natura corporea: il numero, infatti, è proprio dei corpi. Noi crediamo che il nostro Signore sia creatore dei corpi. Perciò ogni numero indica cose che hanno ricevuto una natura materiale e circoscritta; l’unità, invece, indica la sostanza semplice e incomprensibile.

Chi dunque confessa che il Figlio di Dio o il Santo Spirito sono un numero, o delle creature, introduce senza accorgersene una natura materiale e circoscritta. E per «circoscritta» non intendo soltanto quella che è racchiusa in un luogo, ma anche quella che il Creatore, prima di condurla dal non essere all’essere, ha racchiuso nella sua prescienza e può comprendere con la sua conoscenza.

Ogni santo che abbia una natura circoscritta possiede la santità come qualcosa di acquisito e non è perciò incapace di accogliere il male. Il Figlio e il Santo Spirito, invece, sono fonte di santificazione: da loro tutta la creazione razionale è santificata in proporzione alla virtù.

In verità, noi non diciamo che il Figlio è simile o dissimile al Padre: entrambe le affermazioni sono ugualmente impossibili. «Simile» e «dissimile» si dicono infatti in relazione alle qualità, mentre il divino è libero da ogni qualità.

Confessando l’identità della natura, accogliamo il termine «consustanziale» ed evitiamo di concepire Dio come composto: il Dio e Padre secondo la sostanza ha generato il Dio e Figlio secondo la sostanza. Da ciò si dimostra la consustanzialità: il Dio secondo la sostanza è consustanziale al Dio secondo la sostanza.

Si dice infatti che anche l’uomo è dio, secondo la parola: «Io ho detto: siete dèi»; e anche il demonio è chiamato dio, come nella frase: «Gli dèi delle nazioni sono demoni». Ma gli uni sono chiamati così per grazia, gli altri falsamente. Dio solo è Dio per sostanza.

Quando dico «solo», intendo indicare la sostanza santa e increata di Dio. La parola «solo» si usa infatti sia per un singolo uomo, sia per una natura in senso universale. Nel primo caso, per esempio, si dice di Paolo che «fu rapito fino al terzo cielo e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo pronunciare». Nel secondo caso, Davide dice: «L’uomo: i suoi giorni sono come l’erba»; qui non indica un uomo particolare, ma la natura umana in generale, perché ogni uomo è temporaneo e mortale.

Così intendiamo come riferite alla natura anche le parole: «Il solo che possiede l’immortalità»; «al solo Dio sapiente»; e «nessuno è buono, se non uno solo, Dio». Qui «uno solo» significa lo stesso che «solo». E così pure: «Lui solo ha disteso i cieli»; «Adorerai il Signore tuo Dio e servirai lui solo»; «Non c’è Dio all’infuori di me».

Nella Scrittura, quando si dice di Dio «uno» o «solo», non lo si dice per contrapporlo al Figlio o al Santo Spirito, ma agli dèi che non esistono e che sono chiamati tali falsamente. Così: «Il Signore solo li guidava e non c’era con loro alcun dio straniero»; e: «I figli d’Israele tolsero i Baal e i boschetti sacri di Astarte e servirono il Signore solo».

Paolo dice ancora: «Come vi sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale provengono tutte le cose, e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose».

Chiediamoci allora perché, dopo aver detto «un solo Dio», Paolo non si sia accontentato di questa espressione — abbiamo detto infatti che «solo» e «uno», riferiti a Dio, indicano la natura —, ma abbia aggiunto «Padre» e abbia menzionato Cristo. Ritengo che Paolo, vaso eletto, non abbia ritenuto sufficiente proclamare soltanto Dio Figlio e Dio Santo Spirito, cosa che aveva indicato dicendo «un solo Dio», se non avesse anche mostrato, con l’aggiunta del Padre, colui dal quale provengono tutte le cose; con la menzione del Signore, il Logos per mezzo del quale tutte le cose esistono; e, nominando Gesù Cristo, annunciato l’incarnazione, rappresentato la passione e manifestato la risurrezione. Il nome «Gesù Cristo» ci richiama infatti a queste realtà.

Perciò il Signore, prima della passione, rifiuta che lo si proclami e ordina ai discepoli di non dire a nessuno che egli è Gesù il Cristo. Aveva stabilito che, una volta compiuta la sua missione, dopo la risurrezione dai morti e l’ascesa al cielo, essi potessero predicarlo come Gesù il Cristo.

Lo stesso significato hanno le parole: «Che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»; e: «Credete in Dio e credete anche in me». In ogni luogo il Santo Spirito rende sicuro il nostro pensiero, affinché, avvicinandoci all’uno, non ci allontaniamo dall’altro; e, prestando attenzione alla teologia, non trascuriamo l’economia della salvezza, cadendo così nell’empietà per difetto.

Esaminiamo ora, per quanto ci è possibile, le parole della divina Scrittura che gli avversari, prendendole e travisandole secondo il proprio pensiero, ci oppongono per demolire la gloria dell’Unigenito; cerchiamo di svolgerne il significato.

Consideriamo anzitutto la frase: «Io vivo per il Padre». È una delle frecce che coloro che la interpretano empiamente scagliano contro il cielo.

A mio parere, qui la frase non indica la vita eterna, anteriore ai secoli: tutto ciò che vive grazie a un altro non può essere vita in sé, come ciò che è riscaldato da un altro non può essere calore in sé. E il nostro Signore ha detto: «Io sono la vita». La frase indica invece quella vita vissuta nella carne e nel tempo presente, che egli vive per il Padre. Per volontà del Padre egli è venuto a dimorare nella vita degli uomini.

Non disse: «Ho vissuto per il Padre», ma: «Vivo per il Padre», indicando chiaramente il tempo presente.

Si può anche intendere per «vita» quella che Cristo vive avendo in sé il Logos di Dio. Comprenderemo che questo è il significato dalle parole che seguono: «Chi mangia me vivrà per me». Noi infatti mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue, diventando partecipi, mediante l’incarnazione e la vita visibile del Logos e della Sapienza.

Con «carne e sangue» egli ha indicato tutta la sua misteriosa venuta e ha manifestato l’insegnamento composto dalla vita pratica, dalla contemplazione della natura e dalla teologia: attraverso tale insegnamento l’anima si nutre e viene preparata, per il momento, alla contemplazione degli esseri. Questo è forse ciò che la frase intende indicare.

Ancora: «Il Padre mio è più grande di me». Anche di questa frase si servono creature ingrate, figli del Maligno.

Io, invece, credo che proprio queste parole mostrino che il Figlio è consustanziale al Padre. So infatti che, propriamente, i paragoni si fanno tra esseri della stessa natura. Diciamo che un angelo è più grande di un angelo, un uomo più giusto di un uomo, un uccello più veloce di un altro uccello. Se dunque i paragoni si fanno tra esseri della stessa specie, e il Padre è detto più grande del Figlio in un confronto, il Figlio è consustanziale al Padre.

La frase contiene anche un altro significato. Che c’è di straordinario se il Padre è stato riconosciuto come più grande di lui dal Logos, che si è fatto carne, quando egli apparve inferiore agli angeli nella gloria e agli uomini nell’aspetto? «Lo hai fatto di poco inferiore agli angeli», dice la Scrittura; e ancora: «Colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli». E inoltre: «Lo vedemmo, ma non aveva apparenza né bellezza; il suo aspetto era sfigurato più di quello di tutti gli uomini».

Egli sopportò tutto questo per il grande amore con cui ama la sua creatura: per salvare la pecora perduta, riunirla a quella già salvata e ricondurre alla propria patria colui che era sceso da Gerusalemme a Gerico e, per questo, era caduto nelle mani dei briganti.

L’eretico rimprovererà forse anche a lui la mangiatoia, nella quale fu nutrito come un essere privo di ragione dal Logos? O gli rinfaccerà la povertà, perché il figlio del falegname non ebbe un lettuccio? Per te il Figlio è inferiore al Padre: per te è diventato morto, affinché ti liberasse dalla morte e ti rendesse partecipe della vita celeste. Sarebbe come accusare un medico perché, chinandosi sulle piaghe, è costretto a sopportarne il cattivo odore, mentre cerca di guarire i malati.

Per te egli ignora anche l’ora e il giorno del giudizio, sebbene alla Sapienza vera nulla sfugga: tutto infatti è stato fatto per mezzo di lei. E nessun uomo ha mai ignorato ciò che ha fatto.

Egli dispone questa cosa per la tua debolezza: affinché i peccatori, vedendo breve il tempo concesso, non cadano nella disperazione, pensando che non resti più tempo per pentirsi; e affinché coloro che lottano a lungo contro la potenza avversa non disertino per la lunghezza della prova. In questo modo provvede a entrambi mediante una finta ignoranza: per gli uni abbrevia il tempo in vista della buona lotta; per gli altri, a causa dei loro peccati, riserva un tempo per il pentimento.

Nei Vangeli egli si annovera tra coloro che non sanno, per riguardo alla debolezza dei più, come ho detto. Ma negli Atti degli Apostoli, parlando separatamente con i discepoli come con persone mature e facendo un’eccezione per sé, dice: «Non spetta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha stabilito con la propria autorità».

Questo sia stato detto secondo la prima interpretazione, in modo più semplice. Ora occorre esaminare più profondamente il senso della frase e bussare alla porta della conoscenza, per vedere se riuscirò a destare il padrone di casa che dà il pane spirituale a coloro che lo chiedono, poiché quelli che desideriamo ospitare sono amici e fratelli.

I santi discepoli del nostro Salvatore, giunti — per quanto è possibile agli uomini — al di là della contemplazione e purificati dalla parola, ricercano il fine e desiderano conoscere la beatitudine suprema. E il nostro Signore dichiarò che questa è ignorata persino dai suoi angeli e da lui stesso. Chiamò «giorno» la comprensione perfetta di tutti i pensieri di Dio, e «ora» la contemplazione dell’unità e della monade, la cui conoscenza attribuì al solo Padre.

Suppongo dunque che Dio sia detto conoscere di sé ciò che egli è, e ignorare ciò che non è. Dio è detto conoscere la giustizia e la sapienza, perché è giustizia e sapienza in sé; ignora invece l’ingiustizia e la malvagità, perché il Dio che ci ha creati non è ingiustizia né malvagità.

Se dunque Dio è detto conoscere di sé ciò che è, e non conoscere ciò che non è; e se il nostro Signore, secondo la prospettiva dell’incarnazione e dell’insegnamento più elementare, non è il bene supremo desiderato, allora il nostro Salvatore non conosce il fine e la beatitudine suprema.

«Ma neppure gli angeli lo sanno», dice. Ciò significa che neppure la loro contemplazione e le ragioni dei loro servizi costituiscono il bene supremo desiderato: anche la loro conoscenza è limitata se paragonata alla visione faccia a faccia. «Il solo Padre lo sa», dice, perché egli stesso è il fine e la beatitudine suprema. Quando non conosceremo più Dio per mezzo di specchi né attraverso realtà estranee, ma ci accosteremo a lui come all’unico e al solo, allora conosceremo il fine supremo.

Si dice che tutto ciò che è conoscenza materiale appartenga al regno di Cristo; al Dio e Padre, invece, appartengono la conoscenza immateriale e, per così dire, la contemplazione della divinità stessa. Anche il nostro Signore è il fine e la beatitudine suprema secondo la concezione del Logos.

Che cosa dice infatti nel Vangelo? «E io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Chiama «risurrezione» il passaggio dalla conoscenza materiale alla contemplazione immateriale; e «ultimo giorno» questa conoscenza, dopo la quale non ce n’è un’altra. Allora la nostra mente si rialza e viene elevata verso una vetta beata, quando contempla l’unità e la monade del Logos.

Ma poiché la nostra mente si è appesantita, legata alla polvere e impastata con il fango, non è capace di fissare direttamente la contemplazione pura. Guidata attraverso le realtà del mondo affini al corpo, comprende le energie del Creatore e per ora lo riconosce a partire dai suoi effetti; così, crescendo a poco a poco, potrà un giorno accostarsi alla divinità nella sua nudità.

Credo che secondo questa prospettiva siano state dette anche le parole: «Il Padre mio è più grande di me» e «Non spetta a me concederlo, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre». Questo è anche il senso del fatto che Cristo consegni il regno a Dio e Padre: egli ne è la primizia, non il fine, secondo l’insegnamento più elementare di cui parlavo, che riguarda noi e non il Figlio stesso.

Che le cose stiano così lo dimostra anche la risposta data ai discepoli negli Atti degli Apostoli, quando gli chiesero: «È questo il tempo in cui ristabilirai il regno per Israele?». Egli disse: «Non spetta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha stabilito con la propria autorità». Vale a dire: la conoscenza di un tale regno non appartiene a coloro che sono legati alla carne e al sangue. Il Padre ha deposto questa contemplazione nella propria autorità: con «autorità» intendo coloro che sono sottoposti al suo potere; e «propria» indica ciò che non partecipa dell’ignoranza delle realtà inferiori.

Non pensare che i «tempi» e i «momenti» siano intervalli sensibili: si tratta piuttosto di intervalli di conoscenza prodotti dal sole intelligibile. È necessario infatti che quella preghiera del nostro Signore giunga a compimento. Fu Gesù a pregare: «Concedi loro di essere anch’essi uno in noi, come io e te siamo uno, Padre». Dio è uno; venendo a dimorare in ciascuno, unisce tutti e il numero scompare con l’avvento dell’unità.

Questa è la mia interpretazione della frase secondo il secondo tentativo. Se qualcuno saprà esprimersi meglio o correggere con pietà le nostre parole, lo faccia pure e le corregga: il Signore ci ricompenserà. Tra noi non c’è posto per l’invidia: non ci siamo dedicati all’esame di queste parole per polemica o vanagloria, ma per giovare ai fratelli, affinché non si creda che i vasi di terracotta che custodiscono il tesoro di Dio siano ingannati da uomini dal cuore di pietra e incirconciso, armati della stolta sapienza.

Ancora, attraverso il saggio Salomone, nei Proverbi, il Figlio è detto creato: «Il Signore mi creò». Ed è chiamato principio delle vie evangeliche che ci conducono al regno dei cieli: non è stato creato quanto alla sostanza, ma è diventato via secondo l’economia della salvezza. «Essere diventato» e «essere creato» indicano infatti la stessa cosa.

Egli è diventato via, porta, pastore, angelo, pecora e, ancora, sommo sacerdote e apostolo: ciascuno di questi nomi gli è attribuito secondo un diverso modo di considerarlo.

Che cosa direbbe l’eretico anche riguardo al Dio non sottomesso e a colui che per noi si è fatto peccato? È scritto: «Quando tutto gli sarà sottomesso, allora anche il Figlio sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa».

Uomo, non temi che Dio sia chiamato «non sottomesso» per te? Egli fa propria la tua sottomissione e, quando tu resisti alla virtù, chiama sé stesso non sottomesso. In un’altra occasione disse di essere lui stesso colui che veniva perseguitato: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», quando Saulo andava a Damasco con l’intenzione di arrestare i discepoli di Cristo.

Si chiama anche nudo quando uno dei fratelli è nudo: «Ero nudo e mi avete vestito». E, quando un altro è in prigione, egli dice di essere il prigioniero. Egli stesso infatti ha preso su di sé le nostre debolezze e ha portato le nostre malattie. Tra le debolezze c’è anche la disobbedienza, ed egli l’ha portata. Perciò il Signore fa proprie le circostanze che ci riguardano e, per la comunione con noi, assume le nostre sofferenze.

Anche le parole «Il Figlio non può fare nulla da sé» vengono usate dai nemici di Dio per traviare gli ascoltatori.

A me, invece, questa frase proclama soprattutto che il Figlio è della stessa natura del Padre. Se ciascuna creatura razionale può fare qualcosa da sé, essendo dotata di libero arbitrio e potendo inclinarsi ugualmente verso il bene o verso il male, mentre il Figlio non può fare nulla da sé, il Figlio non è una creatura. E se non è una creatura, è consustanziale al Padre.

Inoltre, nessuna creatura può fare tutto ciò che vuole; il Figlio, invece, in cielo e sulla terra ha fatto tutto ciò che ha voluto. Dunque il Figlio non è una creatura.

E ancora: tutte le creature o sono composte di contrari, oppure sono capaci di accogliere i contrari. Il Figlio, invece, è giustizia in sé ed è immateriale; dunque non è una creatura. E se non è una creatura, è consustanziale al Padre.

Questo esame delle frasi citate ci basta, per quanto è nelle nostre possibilità. Ora passiamo a confutare con le nostre parole coloro che combattono contro il Santo Spirito, abbattendo ogni ragionamento superbo che si levi contro la conoscenza di Dio.

Tu dici che il Santo Spirito è una creatura, ma ogni creatura è schiava di chi l’ha creata: «Tutto è tuo servo», dice la Scrittura. Se è servo, possiede la santità come qualcosa di acquisito e tutto ciò che possiede la santità come qualcosa di acquisito non è incapace di accogliere il male. Il Santo Spirito, invece, è santo per sostanza ed è chiamato fonte di santificazione. Dunque il Santo Spirito non è una creatura e, se non è una creatura, è consustanziale a Dio.

Dimmi, come puoi chiamare servo colui che, mediante il battesimo, ti libera dalla schiavitù? «La legge dello Spirito della vita», dice la Scrittura, «ti ha liberato dalla legge del peccato».

Non oserai neppure dire che la sua sostanza sia mutevole, se guardi alla natura della potenza avversa: come un fulmine essa è caduta dal cielo ed è decaduta dalla vita vera, perché possedeva la santità come qualcosa di acquisito e, seguendo una volontà malvagia, subì un mutamento. Così, caduto dall’unità e deposta la dignità angelica, fu chiamato «diavolo» per la sua condotta: si spense in lui la precedente e beata condizione, mentre si accese la potenza avversa.

Se poi dici che il Santo Spirito è una creatura, ne fai una natura delimitata. Come potrà allora reggere la frase: «Lo Spirito del Signore riempie l’universo»? E ancora: «Dove andrò lontano dal tuo Spirito?»

Inoltre, a quanto pare, non lo confessi semplice per natura, perché lo chiami uno per numero. Ma tutto ciò che è uno per numero, come ho detto, non è semplice. Se dunque il Santo Spirito non è semplice, è composto di sostanza e santità; e una tale cosa è composta. Chi sarebbe così stolto da dire che il Santo Spirito è composto e non semplice e negare che, secondo il principio della semplicità, sia consustanziale al Padre e al Figlio?

Se poi dobbiamo spingerci oltre nel ragionamento e contemplare realtà più grandi, consideriamo soprattutto da questo la potenza divina del Santo Spirito.

Nella Scrittura troviamo nominate tre creazioni: la prima, il passaggio dal non essere all’essere; la seconda, il mutamento dal peggio al meglio; la terza, la risurrezione dei morti. In tutte queste opere troverai il Santo Spirito che collabora con il Padre e il Figlio.

La prima è la costituzione dei cieli. Che cosa dice Davide? «Per la parola del Signore furono stabiliti i cieli e per lo Spirito della sua bocca tutta la loro potenza».

Poi l’uomo viene creato per mezzo del battesimo: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura». E che cosa dice il Salvatore ai discepoli? «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito». Vedi anche qui il Santo Spirito presente insieme al Padre e al Figlio.

Che cosa dirai poi della risurrezione dei morti, quando verremo meno e ritorneremo alla nostra polvere? Siamo terra e alla terra torneremo. Allora il Santo Spirito sarà mandato, ci ricreerà e rinnoverà la faccia della terra. Ciò che il santo Paolo ha chiamato «risurrezione», Davide lo ha chiamato «rinnovamento».

Ascoltiamo ancora colui che fu rapito fino al terzo cielo. Che cosa dice? «Voi siete tempio del Santo Spirito che è in voi». Ogni tempio di Dio è tempio di Dio: se siamo tempio del Santo Spirito, lo Spirito Santo è Dio.

Si dice anche «tempio di Salomone», ma perché Salomone lo costruì. Se siamo tempio del Santo Spirito in questo senso, il Santo Spirito è Dio, perché «Dio è colui che ha costruito ogni cosa». Se invece siamo suo tempio perché egli è adorato e dimora in noi, allora confessiamo che egli è Dio. «Adorerai il Signore tuo Dio e servirai lui solo».

Se rifiutano il nome di «Dio», imparino che cosa significhi questo nome. Dio è chiamato così perché ha posto tutte le cose, oppure perché le contempla. Se dunque è detto Dio perché ha disposto o contempla tutte le cose, e lo Spirito conosce tutto ciò che è di Dio, come lo spirito che è in noi conosce ciò che è nostro, allora il Santo Spirito è Dio.

Ancora: se la spada dello Spirito è la parola di Dio, il Santo Spirito è Dio: la spada appartiene a colui del quale è detta parola. E se lo Spirito è chiamato destra del Padre — «La destra del Signore ha operato con potenza» e «la tua destra, Signore, ha abbattuto i nemici» — e se, secondo la Scrittura, il Santo Spirito è il dito di Dio, come nella frase «Se io scaccio i demoni con il dito di Dio», che in un altro Vangelo è riportata così: «Se io scaccio i demoni con lo Spirito di Dio», allora il Santo Spirito è della stessa natura del Padre e del Figlio.

Per ora basti quanto abbiamo detto sulla Trinità santa e degna di adorazione. Non è possibile esaminare più ampiamente l’argomento in questo momento.

Voi, ricevuti dalla nostra umiltà alcuni semi, coltivateli fino a farne maturare una spiga: sapete infatti che da tali doni ci si chiede anche un frutto. Confido in Dio che, per la purezza della vostra vita, produrrete il trenta, il sessanta e il cento per uno. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

Fratelli, non pensate che il regno dei cieli sia altro che la vera comprensione degli esseri, che le divine Scritture chiamano anche beatitudine. Se infatti «il regno dei cieli è dentro di voi», e nell’uomo interiore non vi è nulla se non ciò che si costituisce nella contemplazione, allora il regno dei cieli è contemplazione.

Ora vediamo le ombre delle cose come in uno specchio; in seguito, liberati da questo corpo terreno e rivestiti di un corpo incorruttibile e immortale, contempleremo gli archetipi. Li vedremo, se guideremo rettamente la nostra vita e ci prenderemo cura della vera fede: senza queste condizioni, nessuno vedrà il Signore. «La sapienza», dice la Scrittura, «non entrerà in un’anima malvagia, né abiterà in un corpo schiavo del peccato».

Nessuno mi interrompa dicendo: «Ignori ciò che hai sotto gli occhi, eppure filosofeggi per noi su una sostanza incorporea e del tutto immateriale». Giudico infatti assurdo lasciare che i sensi si riempiano liberamente delle loro materie proprie, mentre si impedisce alla sola mente di esercitare la sua attività. Come i sensi sono adatti a percepire le cose sensibili, così la mente lo è per le realtà intelligibili.

Va anche detto che Dio, che ci ha creati, ha fatto in modo che le facoltà naturali di giudizio fossero innate e non richiedessero insegnamento. Nessuno insegna alla vista a percepire colori e forme, all’udito suoni e voci, all’olfatto gli odori gradevoli o sgradevoli, al gusto sapori e succhi, al tatto ciò che è morbido o duro, caldo o freddo. Né qualcuno deve insegnare alla mente a rivolgersi alle realtà intelligibili.

Se queste facoltà subiscono qualche danno, hanno bisogno soltanto di cure e facilmente riprendono la propria attività. Allo stesso modo la mente, legata alla carne e colmata dalle immagini che ne provengono, ha bisogno della fede e di una condotta retta: esse rendono saldi i suoi passi come quelli di un cervo e la conducono sulle alture.

È proprio questo che il saggio Salomone ci raccomanda: talvolta ci presenta la formica, lavoratrice instancabile, e attraverso di lei ci descrive la via della vita pratica; altre volte ci mostra il favo plasmato dalla sapiente ape, alludendo per mezzo di essa alla contemplazione della natura, nella quale è racchiuso anche il discorso sulla santa Trinità — se davvero il Creatore può essere contemplato, per analogia, a partire dalla bellezza delle creature.

Rendiamo dunque grazie al Padre, al Figlio e al Santo Spirito, e poniamo fine allo scritto, poiché ogni misura è cosa ottima, come dice il proverbio.