San Basilio: Lettera 244 a Patrofilo
Lettera CCXLIV
A Patrofilo, vescovo della Chiesa di Egea
Ho letto la tua lettera, che hai inviato tramite il nostro fratello e conpresbitero Strategio, e l’ho letta con piacere. Come non avrei dovuto, dal momento che è stata scritta da un uomo saggio e da un cuore istruito a praticare la carità verso tutti secondo il comandamento del Signore?
E ho ben compreso la ragione del tuo silenzio nel tempo passato. Sembravi infatti perplesso e sbigottito, chiedendoti: “Quel Basilio, che fin da fanciullo si è dedicato in quel modo a tale persona, che ha compiuto quelle precise cose in quei determinati momenti, che ha affrontato la guerra contro innumerevoli avversari per il culto dell’Unico, è ora diventato un’altra persona e ha intrapreso la guerra anziché l’amore?”, e per tutte le altre cose che mi hai scritto, mostrando sufficientemente lo sconcerto della tua anima di fronte a un così irragionevole mutamento degli eventi.
E se anche mi hai mosso qualche rimprovero, non l’ho preso a male. Non sono infatti così refrattario alle correzioni da disdegnare i rimproveri fraterni dettati dall’amore. Sono così lontano dal dispiacermi per ciò che hai scritto che quasi ne ho riso: di fronte a così tante e grandi cose che prima sembravano confermare la nostra reciproca amicizia, tu stesso hai scritto di aver provato un tale sconcerto per così piccole notizie giunte fino a te. Non ti è forse accaduto ciò che succede ai più, i quali, tralasciando di esaminare la natura dei fatti, si concentrano sulle persone oggetto dei discorsi e diventano giudici non della verità, ma della differenza tra le persone, dimenticando l’esortazione che dice: «Non è bene fare preferenze personali nel giudizio»?
Tuttavia, poiché Dio non fa preferenza di persone, non esiterò a far conoscere anche a te la difesa che ho preparato per il grande tribunale. Ossia che fin dall’inizio da parte nostra non c’è stata alcuna causa, né piccola né grande, per questa divisione; ma uomini che ci odiano, per motivi che essi stessi conoscono (non spetta infatti a me dire nulla su di loro), lanciavano continue calunnie.
E per una e due volte ci siamo difesi da queste; ma poiché la cosa era senza fine e non c’era alcun giovamento da una continua difesa — dato che noi eravamo lontani, mentre i mentitori erano vicini per ferire con le loro calunnie un cuore facile da vincere e non abituato a serbare un orecchio imparziale per chi è assente —, chiedendo i Nicopolitani una qualche garanzia di fede (cosa che certamente neppure voi ignorate), ci parve opportuno assumerci l’incarico di scrivere questo documento. Pensavamo infatti di conseguire due risultati contemporaneamente: persuadere i Nicopolitani a non pensare male di quell’uomo e chiudere la bocca a coloro che ci calunniavano, poiché l’accordo sulla fede avrebbe sbarrato la strada alle ingiurie da entrambe le parti.
E così la professione di fede fu redatta, presentata da noi e sottoscritta. Non appena fu sottoscritta, si stabilì anche un luogo per un secondo sinodo e un altro momento, affinché anche i fratelli della nostra diocesi, essendosi riuniti, si unissero gli uni agli altri e la comunione per il futuro fosse sincera e priva di inganno.
Noi dunque ci presentammo alla data stabilita insieme ai fratelli che erano con noi: alcuni erano già presenti, altri continuavano ad arrivare, tutti lieti e pronti come chi corre verso la pace; inviammo anche lettere e corrieri per segnalare che eravamo presenti, poiché il luogo designato per l’accoglienza dei convenuti risiedeva nella nostra giurisdizione. Poiché però dalla parte avversa non si vide nessuno, né in avanscoperta né per annunciare la venuta di coloro che erano attesi, e gli inviati da parte nostra ritornarono riferendo un profondo sconforto e mormorazioni tra la gente di là, sostenendo che da noi era stata annunciata una nuova fede; e si diceva che avessero stabilito che non avrebbero permesso al loro vescovo di passare da noi; venne inoltre qualcuno portando per noi una lettera fredda, che non faceva alcuna menzione degli accordi presi fin dall’inizio.
E il fratello Teofilo, degno di ogni mio rispetto e onore, inviando uno dei suoi collaboratori, fece sapere cose che riteneva opportuno dire per sé e sconveniente per noi ascoltare. Non si degnò infatti di scriverci, non tanto temendo la smentita che sarebbe derivata da uno scritto, quanto preoccupandosi di non doverci salutare come vescovi; senonché le sue parole furono durissime e pronunciate da un cuore sdegnato.
A questo punto ci sciogliemmo avviliti e prostrati d’animo, non sapendo cosa rispondere a chi ci interrogava. Passò poco tempo, vi fu un mio viaggio fino in Cilicia, il ritorno di là e subito giunsero lettere che dichiaravano l’interruzione della comunione con noi.
La ragione di questo strappo è che, si dice, abbiamo scritto ad Apollinare e che siamo in comunione con il nostro conpresbitero Diodoro. Io non ho mai considerato Apollinare un nemico, e per certi versi persino lo rispetto; tuttavia non mi sono legato a quell’uomo a tal punto da addossarmi le sue colpe, visto che io stesso ho delle obiezioni da muovergli dopo essermi imbattuto in alcuni suoi scritti. Certo è che non mi risulta di avergli chiesto un libro sul Santo Spirito né di averne ricevuto uno inviatomi da lui. Sento dire che è stato il più prolifico tra tutti gli scrittori, ma ho letto pochissimi dei suoi scritti: non ho infatti il tempo per esaminare cose simili e, al tempo stesso, diffido delle novità, dato che persino il mio corpo non mi permette di dedicarmi con diligenza e nel modo dovuto alla lettura delle Scritture ispirate da Dio.
Che cosa c’entra dunque questo con me, se qualcuno ha scritto qualcosa che non piace a un tal altro? D’altronde, se un uomo deve rispondere delle colpe di un altro, chi accusa me a causa di Apollinare difenda pure davanti a noi Ario, il suo maestro, ed Aezio, il suo discepolo! Noi invece non siamo stati né istruiti né siamo stati discepoli dell’uomo le cui colpe cercano di far ricadere su di noi.
Quanto a Diodoro, lo abbiamo accolto fin dall’inizio come discepolo del beato Silvano, e ora lo amiamo e lo circondiamo di cure per la grazia di parola che possiede, grazie alla quale molti di quelli che lo incontrano diventano migliori.
Scosso da queste lettere, com’era naturale, e costernato da un cambiamento così irragionevole e improvviso, non fui nemmeno in grado di rispondere. Il mio cuore era stretto da un nodo, la lingua paralizzata, la mano intorpidita, e provai il sentimento di un’anima debole (poiché va detta la verità, anche se meritevole di perdono): per poco non caddi nella misantropia, ogni indole mi sembrava sospetta e credevo che la bellezza dell’amore non appartenesse alla natura umana, ma che fosse solo una parola speciosa che offre un certo ornamento a chi la usa, senza che tale disposizione risieda davvero nel cuore dell’uomo.
Se infatti colui che sembrava aver curato sé stesso fin dalla fanciullezza fino alla tarda vecchiaia per tali pretesti si è adirato così facilmente, senza tenere in alcun conto le nostre ragioni né considerando la prova del passato superiore a una così vile calunnia, ma, come un puledro indomito che non ha ancora imparato a portare bene il cavaliere, per un piccolo sospetto si è impennato, si è scrollato di dosso e ha gettato a terra ciò di cui prima si vantava, che cosa bisogna pensare degli altri, con i quali non abbiamo così tanti pegni di amicizia né da parte dei quali c’è una tale dimostrazione di cura dei costumi?
Riflettendo su queste cose tra me e me nell’anima e riavvolgendole continuamente nel cuore, o meglio venendo sconvolto da esse nel cuore mentre mi pungevano e laceravano col ricordo, non risposi nulla a quella lettera, tacendo non per disprezzo (non pensare questo, fratello: non ci difendiamo infatti davanti agli uomini, ma parliamo davanti a Dio in Cristo), ma per perplessità, sgomento e per il non avere nulla da dire che fosse pari al dolore.
Mentre ci trovavamo in questa situazione, ci raggiunse un’altra lettera, scritta all’apparenza a un certo Daziza, ma in realtà indirizzata a tutti gli uomini, come dimostra la sua così rapida diffusione, tale da essere diffusa in pochi giorni in tutto il Ponto e da percorrere la Galazia. Alcuni dicono che i messaggeri di questi “beni”, attraversata anche la Bitinia, siano arrivati fino all’Ellesponto.
Certamente sai quali cose contro di noi fossero scritte a Daziza; non ti considerano infatti così lontano dalla loro amicizia da lasciarti il solo privo di quell’onore. Se però quella lettera non è giunta a te, te la invio io. In essa troverai che siamo accusati di inganno e frode, di rovina delle Chiese e di perdizione di anime e, la cosa per loro più vera di tutte, che abbiamo proposto quella professione di fede con tranello non per servire i Nicopolitani, ma ideando con inganno di estorcere una dichiarazione.
Di queste cose dunque il Signore è giudice; quale chiara prova vi potrebbe essere, infatti, dei pensieri del cuore? Mi sono meravigliato di loro per il fatto che, sebbene abbiano sottoscritto il documento da noi presentato, usino una tale separazione da mescolare cose vere e non vere per soddisfare chi li accusa; mentre non riflettono sul fatto che a Roma è custodita la loro confessione scritta della fede di Nicea, né che di loro propria mano hanno consegnato al sinodo di Tiana il documento proveniente da Roma (che è conservato da noi), il quale contiene questa medesima fede.
E hanno dimenticato i loro stessi discorsi pubblici, quando, presentatisi allora in pubblico, piangevano per l’inganno con cui erano stati indotti ad acconsentire al tomo redatto dalla fazione di Eudosso; essi idearono infatti come difesa per quel fallo l’essere andati a Roma per ricevere di là la fede dei Padri, affinché il danno arrecato alle Chiese con il loro accordo al male venisse riparato con l’introduzione di un bene maggiore.
Ma coloro che hanno affrontato lunghissimi viaggi per la fede e pronunciato questi discorsi sapienti, ora ci insultano accusandoci di agire con inganno e di fare sotto l’aspetto dell’amore le opere di chi cospira. I testi che ora circolano mostrano che essi hanno condannato la fede di Nicea: hanno visto infatti Cisico e sono tornati con un’altra fede.
E perché parlare dell’incostanza delle loro parole, quando ho prove molto maggiori di questo loro stravolgimento verso il contrario a partire dai fatti stessi? Coloro infatti che non hanno ceduto al decreto emesso contro di loro da cinquecento vescovi né accettarono di tirarsi indietro dal governo delle Chiese (nonostante così tanti fossero concordi sulla decisione della loro deposizione, dicendo che essi non erano partecipi del Santo Spirito né governavano le Chiese per grazia di Dio, ma che si erano impadroniti delle cariche con potere umano per desiderio di vanagloria), questi stessi ora accolgono come vescovi quelli che da costoro sono stati ordinati!
Chiedi loro da parte mia: se pure disprezzano tutti gli uomini come se non avessero né occhi né orecchi né un cuore capace di sentire per scorgere l’incoerenza di ciò che avviene, quale pensiero hanno nel loro cuore? Come possono esserci due vescovi: colui che è stato deposto da Euippio e colui che dallo stesso è stato ordinato? Entrambe le cose sono infatti opera della medesima mano. Egli, se non avesse avuto la grazia data a Geremia di demolire e riedificare, di sradicare e piantare, né avrebbe sradicato questo né avrebbe piantato quello; e se gli concedi l’una cosa, gli concederai anche l’altra.
Ma uno solo è il loro scopo, a quanto pare: cercare ovunque il proprio interesse, e considerare amico chi coopera ai loro desideri, mentre giudicano nemico e non risparmiano alcuna calunnia contro chi si oppone alle loro brame.
Quali sono infatti le loro attuali disposizioni contro la Chiesa? Terribili per la superficialità di chi le compie, e miserabili per l’insensibilità di chi le subisce. Figli di Euippio e discendenti di Euippio, richiamati dall’esilio a Sebaste tramite un’ambasceria degna di fede, si sono visti affidare il popolo: hanno preso possesso dell’altare, sono diventati il lievito della Chiesa locale.
Da essi noi siamo perseguitati come sostenitori dell’Homoousios (della consustanzialità); mentre Eustazio, che ha portato sul papiro da Roma fino a Tiana l’Homoousios, si è ora unito a loro, sebbene non sia potuto essere riammesso nella loro tanto desiderata comunione, vuoi perché hanno temuto la moltitudine di coloro che concordavano contro di lui, vuoi perché hanno avuto rispetto per ciò che è degno di fede.
Chi fossero infatti i convenuti e come ciascuno sia stato ordinato, e da quale condotta di vita iniziale sia arrivato a questo potere attuale, possa io non avere mai così tanto tempo libero da raccontare le loro vicende! Ho imparato infatti a pregare: «Affinché la mia bocca non parli delle opere degli uomini». Tu stesso, indagando, lo imparerai; e se anche a te dovesse sfuggire, non sfuggirà di certo al Giudice.
Tuttavia non esiterò a manifestare al tuo amore la sofferenza che ho provato: l’anno scorso, ammalatomi di una febbre gravissima e arrivato fin quasi alle porte della morte, richiamato poi dalla misericordia di Dio, vedevo con affanno il mio ritorno alla vita, considerando in quali mali stavo per ricadere. E riflettevo tra me e me su cosa mai vi fosse di riposto nella profondità della sapienza di Dio, per cui mi venivano concessi di nuovo altri giorni di vita nella carne.
Quando poi venni a conoscenza di queste cose, pensai che il Signore ha voluto che vedessimo placata la tempesta delle Chiese, sofferta in precedenza per la separazione di coloro che venivano creduti in tutto per la dignità di cui si erano circondati; o forse il Signore ha voluto rinvigorire la mia anima e renderla più vigile per il futuro, affinché non ponga mente agli uomini, ma si perfezioni attraverso i comandamenti evangelici, che non mutano con i tempi né con le circostanze delle vicende umane, ma rimangono i medesimi, perseguitando in eterno così come sono stati pronunciati dalla bocca veritiera e beata.
Gli uomini assomigliano alle nubi, che trasportate nei vari mutamenti dei venti vanno ora in una parte ora nell’altra dell’aria; e specialmente questi di cui parliamo sono apparsi i più mutevoli tra quanti sono giunti alla nostra esperienza. Se lo siano anche nelle altre questioni della vita, potrebbero dirlo coloro che hanno vissuto con loro; quanto a ciò che è apparso a me, ossia l’incostanza riguardo alla loro fede, non l’ho mai vista fino ad ora in altri, né per averla osservata io stesso né per averla sentita dire da altri.
All’inizio seguivano Ario; poi si sono volti verso Ermogene, che era diametralmente opposto all’eresia di Ario, come dimostra quella stessa fede di Nicea proclamata fin dall’inizio da quell’uomo. Ermogene morì, e di nuovo si volsero a Eusebio, uomo di punta della cerchia ariana, come dicono coloro che l’hanno sperimentato. Decaduti da lì, per quali che siano le ragioni, tornarono nella loro patria e di nuovo celavano la dottrina ariana.
Giunti all’episcopato, per tralasciare ciò che sta in mezzo, quante professioni di fede hanno esposto? Ad Ancira una, un’altra a Seleucia, una famosa a Costantinopoli, un’altra a Lampsaco, e dopo questa quella di Nice in Tracia, ed ora di nuovo quella di Cisico, della quale non conosco gli altri aspetti, ma sento dire soltanto che, taciuto il termine homoousios, proclamano ora il kat’ousian homoion (simile secondo la sostanza) e compongono insieme ad Eunomio le bestemmie contro il Santo Spirito.
Di queste professioni di fede che ho elencato, anche se non tutte sono in aperto contrasto tra loro, tuttavia dimostrano ugualmente la mutevolezza del loro carattere per il fatto che non sono mai rimasti saldi sulle medesime parole. Queste cose sono vere, pur avendone taciute altre diecimila.
Poiché essi sono giunti ora anche presso di voi, ti chiediamo di risponderci per mezzo del medesimo uomo (intendo il nostro conpresbitero Strategio), se tu sia rimasto lo stesso verso di noi o se ti sia lasciato alterare da quell’incontro. Non era infatti verosimile che quelli tacessero, né che proprio tu, che ci hai scritto simili cose, non usassi franchezza anche verso di loro. Se dunque tu dovessi rimanere in comunione con noi, ciò sarebbe la cosa migliore e degna della più alta preghiera; se invece ti hanno tirato dalla loro parte, ciò sarebbe doloroso — come non potrebbe esserlo, trattandosi della separazione da un simile fratello? Tuttavia, se non altro, siamo stati sufficientemente esercitati da loro stessi a sopportare tali perdite.