Sant’Atanasio il Grande: Tomo agli antiocheni

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Sant’Atanasio il Grande: Tomo agli antiocheni

IL TOMO AGLI ANTIOCHENI

(CPG 2228; PG 26, 796-809)

DI SANT’ATANASIO, ARCIVESCOVO DI ALESSANDRIA

Ai diletti e amatissimi colleghi nel ministero Eusebio, Lucifero, Asterio, Cimazio e Anatolio, Atanasio e i vescovi presenti ad Alessandria provenienti dall’Italia, dall’Arabia, dall’Egitto e dalla Libia: Eusebio, Asterio, Gaio, Agato, Ammonio, Agatodemone, Draconzio, Adelfio, Ermeone, Marco, Teodoro, Andrea, Pafnuzio, un altro Marco, Zoilo, Mena, Giorgio, Lucio, Macario e gli altri, salute a voi moltiplicata nel Signore.

1. Siamo convinti che, essendo ministri di Dio e buoni amministratori, siate capaci di ordinare ogni cosa riguardante la Chiesa. Tuttavia, poiché è giunta a noi la notizia che moltissimi di coloro che prima si erano divisi da noi per uno spirito di contesa ora desiderano vivere in pace, e molti altri, essendosi separati dalla relazione con gli ariani, rivendicano la comunione con noi, abbiamo ritenuto necessario scrivere alla vostra bontà — noi e i nostri diletti Eusebio e Asterio, anch’essi diletti e veramente amatissimi colleghi nel ministero — rallegrandoci per tale notizia e pregando affinché, se qualcuno si trova ancora lontano da noi o appare ancora in assemblea con gli ariani, costui balzi via dalla loro mania, cosicché tutti, ovunque, dicano ormai: «Un solo Signore, una sola fede» (Efesini 4,5). Che cosa vi è infatti di così «buono», come disse il Salmista, o che cosa di così «soave», se non «il darsi che i fratelli abitino insieme»? (Salmo 132,1). La nostra casa è la Chiesa, e il nostro sentimento dev’essere il medesimo; poiché così crediamo che anche il Signore abiterà con noi, Colui che dice: «Abiterò in loro e camminerò in mezzo a loro» (2 Corinti 6,16; Levitico 26,12) e «Qui abiterò, perché l’ho scelta» (Salmo 131,14). Ma «qui» dove, se non dove si proclama una sola fede e la vera pietà?

Noi dell’Egitto desideravamo intensamente, insieme ai nostri diletti fratelli Eusebio e Asterio, venire da voi per molte ragioni, ma soprattutto per questa: per abbracciare la vostra disposizione d’animo e godere insieme di tale pace e concordia. Tuttavia, come vi abbiamo dichiarato anche nelle altre lettere e come potete apprendere da questi nostri stessi colleghi, le necessità ecclesiastiche ci trattengono. Ci siamo addolorati, ma abbiamo chiesto ai medesimi nostri colleghi Eusebio e Asterio di venire da voi al nostro posto; e sia resa grazia alla loro devozione poiché, pur potendo affrettarsi verso le proprie diocesi (gr. paroikias), hanno anteposto a tutto il viaggio verso di voi a causa dell’urgente necessità ecclesiastica. Con il loro consenso, ci siamo consolati pensando che, trovandosi essi e voi colà, tutti noi riteniamo di essere presenti con voi.

2. Tutti coloro, dunque, che desiderano vivere in pace con noi, e specialmente coloro che si radunano nella Vecchia [chiesa] e coloro che abbandonano gli ariani, accoglieteli presso di voi; e riceveteli come padri con i figli, accoglieteli come maestri e custodi, e unendoli ai nostri diletti che sono con Paolino, non esigete da loro nulla di più se non di anatemizzare l’eresia ariana, professare la fede confessata dai santi Padri a Nicea e anatemizzare anche coloro che dicono che il Santo Spirito è una creatura e che è separato dalla sostanza (ousia) di Cristo. Questo è infatti un vero balzare via dall’esecrabile eresia degli ariani: il non dividere la Santa Trinità e il non dire che alcunché di Essa sia una creatura. Coloro infatti che simulano di nominare la fede confessata a Nicea, ma osano bestemmiare contro il Santo Spirito, non fanno nulla di diverso se non negare a parole l’eresia ariana mentre la mantengono con la loro mentalità (phronema). Sia anatemizzata da tutti l’empietà di Sabellio e di Paolo di Samosata, la mania di Valentino e di Basilide, e la frenesia dei Manichei; facendo così queste cose, ogni sospetto malvagio sarà rimosso da tutti e la sola fede della Chiesa cattolica si mostrerà pura.

3. Che noi e coloro che hanno sempre avuto la comunione con noi custodiamo questa fede, riteniamo che nessuno di voi né di altri lo ignori. Poiché ci rallegriamo con coloro che desiderano unirsi [a noi], con tutti e in modo speciale con coloro che si radunano nella Vecchia [chiesa], abbiamo glorificato il Signore sopra ogni cosa e per la loro buona intenzione. Vi esortiamo affinché su queste basi si realizzi la loro concordia e non si esiga da loro nulla di più, come abbiamo detto prima: né che da coloro che si radunano nella Vecchia [chiesa] sia preteso altro da voi, né che quelli del gruppo di Paolino propongano alcunché di diverso o di ulteriore rispetto a ciò che è stato stabilito a Nicea.

Quanto al celebre foglio (gr. pittakion) millantato da alcuni, come se fosse stato redatto riguardo alla fede nel Concilio di Sardica, impedite del tutto che sia letto o esibito, poiché quel concilio non definì nulla di simile. Alcuni infatti richiesero di scrivere sulla fede come se la decisione di Nicea fosse insufficiente, e ci tentarono con presunzione; ma il Santo Sinodo radunato a Sardica si sdegnò e definì che non si scrivesse più nulla sulla fede, ma che bastasse la fede confessata dai Padri a Nicea, poiché nulla le mancava ma era piena di pietà, e che non si dovesse esporre una seconda fede, affinché quella scritta a Nicea non fosse ritenuta imperfetta e non si desse un pretesto a coloro che volevano frequentemente scrivere e definire sulla fede. Pertanto, se qualcuno propone questo o un altro testo, fermate costoro e piuttosto persuadeteli a vivere in pace; infatti non ravvisiamo in queste cose altro che pura contesa.

4. Riguardo a coloro che alcuni accusavano di dire “tre ipostasi” (treis hypostaseis), poiché le espressioni erano di per sé non scritturali e sospette, abbiamo ritenuto di non ricercare nulla di più oltre la confessione di Nicea. Tuttavia, li abbiamo interrogati a causa della contesa, chiedendo se per caso dicessero tre ipostasi come gli stolti ariani — cioè estranee, alienate, consostanzialmente differenti l’una dall’altra e ciascuna ipostasi divisa per sé stessa, come sono le altre creature e la generazione degli uomini, o come sostanze differenti quali l’oro, l’argento o il bronzo —, o se le dicessero intendendole come altri eretici che parlano di tre principi e tre dei. Essi hanno dichiarato con fermezza di non aver mai detto né pensato nulla di simile.

Quando poi abbiamo chiesto loro: «Perché dunque dite queste cose? O perché usate del tutto tali espressioni?», essi hanno risposto: «Perché crediamo nella Santa Trinità, non una Trinità solo di nome, ma sussistente e realmente esistente: riconoscevamo il Padre come realmente esistente e sussistente, il Figlio come realmente essenziale (enousion) e sussistente, e lo Spirito Santo come sussistente ed esistente. Ma non abbiamo mai detto tre dei né tre principi, né tolleriamo minimamente coloro che dicono o pensano questo. Riconosciamo invece una Santa Trinità, ma una sola Divinità e un solo Principio, e il Figlio consostanziale (homoousion) al Padre, come dissero i Padri, e il Santo Spirito non creatura, né estraneo, ma proprio e indivisibile dalla sostanza del Figlio e del Padre».

5. Accolta l’interpretazione di queste loro parole e la loro apologia, abbiamo poi interrogato coloro che erano accusati dai primi di dire “una sola ipostasi” (mian hypostasin), per verificare se dicessero questo come intende Sabellio, a negazione del Figlio e del Santo Spirito, o come se il Figlio fosse privo di sostanza (anousios) o il Santo Spirito fosse privo di ipostasi (anypostatos).

Anch’essi hanno dichiarato con fermezza di non dire questo né di averlo mai pensato: «Ma diciamo ipostasi ritenendo che sia la stessa cosa dire ipostasi e sostanza (ousia); e ne professiamo una sola perché il Figlio è dalla sostanza del Padre e per via dell’identità della natura. Crediamo infatti che vi sia una sola Divinità e una sola sia la sua natura, e non che quella del Padre sia una cosa e quella del Figlio e dello Spirito Santo sia estranea a questa».

Naturalmente, anche coloro che erano accusati di aver detto tre ipostasi sono stati d’accordo con queste affermazioni; e gli stessi che avevano detto una sola sostanza hanno interpretato e confessato le espressioni dei primi nello stesso modo. E da entrambe le parti è stato anatemizzato Ario in quanto combattente contro Cristo (gr. christomachos), Sabellio e Paolo di Samosata come empi, Valentino e Basilide come estranei alla verità, e Mani come inventore di mali. Tutti, per la grazia di Dio e dopo tali spiegazioni, concordano insieme che l’espressione migliore e più accurata riguardo a tali termini è la fede confessata a Nicea dai Padri, e che per il futuro è meglio accontentarsi di essa e usarne le parole.

6. Ma anche riguardo all’economia secondo la carne del Salvatore, poiché sembrava che alcuni contendessero tra loro su questo punto, abbiamo interrogato sia gli uni che gli altri. E ciò che confessavano i primi fu concordato anche dai secondi: ossia che non come il Verbo fù rivolto ai profeti, così pure abitò in un uomo santo alla fine dei secoli, ma il Verbo stesso si è fatto carne; ed essendo nella forma di Dio, prese forma di servo (Filippesi 2,6-7), ed è nato uomo da Maria secondo la carne per noi. E così, perfettamente e integralmente, il genere umano, liberato dal peccato in Lui e vivificato dai morti, viene introdotto nel regno dei cieli.

Confessavano infatti anche questo: che il Salvatore non aveva un corpo privo di anima (apsychon), né privo di sensibilità (anaisageton), né privo di intelligenza (anoeton / privo di mente). Non era infatti possibile che, essendosi il Signore fatto uomo per noi, il suo corpo fosse privo di mente (anoeton); né soltanto per il corpo, ma anche per l’anima vi è stata la salvezza nello stesso Verbo. Ed essendo vero Figlio di Dio, è diventato anche figlio dell’uomo; ed essendo l’Unigenito Figlio di Dio, lo stesso è diventato il Primogenito tra molti fratelli (Romani 8,29).

Perciò non vi era un Figlio di Dio prima di Abramo e un altro dopo Abramo; né uno era colui che aveva risuscitato Lazzaro e un altro colui che chiedeva di lui. Ma era il medesimo che diceva umanamente: «Dove è posto Lazzaro?» e che divinamente lo risuscitava; lo stesso che sputava corporalmente come uomo e che divinamente, come Figlio di Dio, apriva gli occhi al cieco dalla nascita; colui che soffriva nella carne, come disse Pietro (1 Pietro 4,1), e che divinamente apriva i sepolcri e risuscitava i morti. Comprendendo così tutte le cose del Vangelo, hanno dichiarato con fermezza di pensare la stessa cosa riguardo all’incarnazione e all’inedificazione umana (enanthropesis) del Verbo.

7. Essendo dunque state confessate queste cose in questo modo, vi esortiamo a non condannare affrettatamente né a respingere coloro che confessano in questo modo e così interpretano le espressioni che usano, ma piuttosto ad accoglierli mentre vivono in pace e si giustificano. Coloro invece che non vogliono così confessare e interpretare le espressioni, fermateli e confondeteli, quali sospetti nella loro dottrina (phronema). Non tollerando questi ultimi, consigliate anche a quelli che interpretano e pensano rettamente di non esaminarsi oltre gli uni gli altri, né di fare battaglie di parole per nulla utili, né di combattere per tali espressioni, ma di concordare nel sentimento della pietà. Coloro infatti che non la pensano così, ma contendono solo su tali minuscole parole (gr. lexidiois) e cercano oltre ciò che è stato scritto a Nicea, non fanno altro che «dare da bere al prossimo una torbida rovina» (cfr. Abacuc 2,15), come invidiosi della pace e amanti degli scismi.

Ma voi, come uomini buoni, servi fedeli e amministratori del Signore, fermate e impedite le cose che scandalizzano ed estraniano, e anteponete a tutto tale pace, sussistendo la sana fede. Forse il Signore avrà misericordia di noi e unirà le cose divise, e diventato un solo gregge, avremo di nuovo tutti un solo guida, il Signore nostro Gesù Cristo.

8. Queste cose noi — sebbene non si dovesse cercare nulla di più oltre il concilio di Nicea né tollerare le parole nate dalla contesa, ma per via della pace e per non respingere coloro che vogliono credere rettamente — le abbiamo esaminate, e ciò che hanno confessato abbiamo brevemente dettato, noi rimasti ad Alessandria, insieme ai nostri colleghi Asterio ed Eusebio; la maggior parte di noi infatti è partita per le proprie diocesi.

Voi poi, comunitariamente, dove siete soliti radunarvi, leggete queste cose e degnatevi di invitare lì tutti. È giusto infatti che la lettera sia letta prima lì, e che lì coloro che lo desiderano e rivendicano la pace si uniscano; e una volta uniti, dove piacerà a tutti i popoli, presente la vostra bontà, si celebrino le assemblee (synaxeis) e il Signore sia glorificato comunitariamente da tutti.

I fratelli che sono con me vi salutano. Prego che stiate bene e vi ricordiate di noi nel Signore.

Io, Atanasio, e parimenti gli altri vescovi convenuti, abbiamo sottoscritto. E i diaconi inviati da Lucifero, vescovo dell’isola di Sardegna, due: Erennino e Agapito; e da parte di Paolino: Massimo e Calimero, anch’essi diaconi. Erano presenti anche alcuni monaci di Apollinare, vescovo, inviati da lui a questo scopo.

Ciascuno dei suddetti vescovi ai quali la lettera è stata inviata: Eusebio della città di Vercelli in Gallia [Italia], Lucifero dell’isola di Sardegna, Asterio di Petra d’Arabia, Cimazio di Palto della Celesiria, Anatolio dell’Eubea.

E coloro che hanno inviato la lettera: il papa Atanasio e quelli presenti con lui ad Alessandria, lo stesso Eusebio e Asterio; e i restanti: Gaio di Paratonio della vicina Libia, Agato di Fragone e di parte dell’Elearchia d’Egitto, Ammonio di Pacnemunide e del resto dell’Elearchia, Agatodemone di Schedia e Menelaite, Draconzio di Piccola Ermopoli, Adelfio di Onufi di Lico, Ermeone di Tanis, Marco di Zigri della vicina Libia, Teodoro di Atribi, Andrea dell’Arsinoite, Pafnuzio di Sais, Marco di File, Zoilo di Andro, Mena di Antifra.

Sottoscrizione di Eusebio di Vercelli: E queste cose ha sottoscritto anche Eusebio in latino, la cui traduzione è:

«Io Eusebio, vescovo, secondo la vostra accuratezza confessata reciprocamente dalle due parti riguardo alle ipostasi, mi sono dichiarato d’accordo ed io stesso ho acconsentito; ma anche riguardo all’incarnazione del nostro Salvatore, che il Figlio di Dio è diventato anche uomo, assumendo tutto senza peccato, nel quale cadde il nostro vecchio uomo, ho confermato secondo il tenore della lettera. E poiché si dice dall’esterno del foglio (pittakion) di Sardica affinché non sembri che si esponga qualcosa contro la fede di Nicea, anch’io acconsento, affinché la fede di Nicea non sembri essere esclusa attraverso di esso, né debba essere prodotto. Prego che stiate bene nel Signore.»

Io, Asterio, approvo le cose sopra scritte e prego che stiate bene nel Signore.

E dopo che questo Tomo fu inviato da Alessandria, così sottoscritto dai suddetti, in seguito hanno sottoscritto anche costoro:

Sottoscrizione di Paolino di Antiochia:

«Io Paolino la penso così, come ho ricevuto dai Padri: Esistente e sussistente il Padre perfetto, e sussistente il Figlio perfetto, e sussistente il Santo Spirito perfetto. Perciò accetto anche la soprascritta interpretazione riguardo alle tre ipostasi e alla sola ipostasi, ossia sostanza (ousia), e coloro che la pensano così. È infatti pio pensare e confessare la Santa Trinità in una sola Divinità. E riguardo all’incarnazione umana (enanthropesis) del Verbo del Padre avvenuta per noi, la penso così come è scritto: secondo Giovanni, “il Verbo si è fatto carne”, non secondo gli empiissimi che dicono che Egli abbia subito una mutazione, ma che è diventato uomo per noi, nato dalla santa Vergine Maria e dal Santo Spirito. Il Salvatore non aveva infatti un corpo privo di anima (apsychon), né privo di sensibilità, né privo di intelligenza (anoeton); non era infatti possibile che, essendosi il Signore fatto uomo per noi, il suo corpo fosse privo di intelligenza. Pertanto anatemizzo coloro che rigettano la fede confessata a Nicea e non dicono che il Figlio è dalla sostanza del Padre e consostanziale (homoousion) al Padre. Anatemizzo inoltre coloro che dicono che il Santo Spirito è una creatura fatta per mezzo del Figlio. Inoltre anatemizzo l’eresia di Sabellio e di Fotino e ogni eresia, seguendo la fede di Nicea e tutte le cose sopra scritte. Prego che stiate bene. Io Carterio [ho sottoscritto per Paolino e come testimone].»

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