Lettera LXX.
Senza destinatario.
Rinnovare le leggi dell’antico amore e restituire ancora una volta a una vita vigorosa quel dono celeste e salvifico di Cristo che nel corso del tempo si è inaridito — intendo la pace dei Padri — è un’opera per me certamente necessaria e proficua, ma anche piacevole, come sono certo parrà alla vostra disposizione d’animo amante di Cristo. Che cosa potrebbe esservi infatti di più delizioso del contemplare tutti coloro che sono separati da distanze così immense, legati dall’unione operata dall’amore in un’unica armonia di membra nel corpo di Cristo?
Quasi tutto l’Oriente (e includo sotto questo nome tutte le regioni che vanno dall’Illirico all’Egitto) è agitato, molto onorevole padre, da una terribile tempesta e bufera. La vecchia eresia, seminata da Ario, nemico della verità, è ora riapparsa con audacia e senza vergogna. Come una radice amara, sta producendo il suo frutto mortale e prevale. La ragione di ciò è che in ogni distretto i sostenitori della retta dottrina sono stati esiliati dalle loro Chiese attraverso la calunnia e l’oltraggio, e il controllo delle cose è stato consegnato a uomini che conducono in schiavitù le anime dei fratelli più semplici.
Ho considerato la visita della vostra misericordia come l’unica soluzione possibile alle nostre difficoltà. Sempre in passato sono stato consolato dal vostro straordinario affetto; e per un breve periodo il mio cuore si è rallegrato alla notizia gradita che avremmo ricevuto la vostra visita. Ma, essendomi poi deluso, sono stato costretto a supplicarvi per lettera di muovervi in nostro aiuto e di inviare alcuni di coloro che la pensano come noi, sia per conciliare i dissenzienti e riportare le Chiese di Dio a un’unione fraterna, sia in ogni caso per farvi vedere più chiaramente chi sia il responsabile del clima di instabilità in cui versiamo, affinché vi sia chiaro in futuro con chi sia opportuno essere in comunione.
Con questo non sto affatto facendo una richiesta inedita, ma chiedo solo ciò che era consueto nel caso di uomini che, prima dei nostri giorni, furono beati e cari a Dio, e in modo cospicuo nel vostro stesso caso. Ricordo bene infatti di aver appreso dalle risposte date dai nostri padri quando interrogati, e da documenti ancora conservati tra noi, che l’illustre e beato vescovo Dionisio, insigne nella vostra sede sia per la saldezza della fede che per tutte le altre virtù, visitò con lettere la mia Chiesa di Cesarea, esortò con lettere i nostri padri e inviò uomini per riscattare i nostri fratelli dalla prigionia.
Ma ora la nostra condizione è ancora più dolorosa e cupa, e richiede cure più attente. Non piangiamo la semplice distruzione di edifici terreni, ma la conquista delle Chiese; ciò che vediamo davanti a noi non è una mera schiavitù corporale, bensì un trascinare in schiavitù le anime, perpetrato giorno dopo giorno dai sostenitori dell’eresia. Se non vi muoverete ad aiutarci neppure ora, tra non molto tutti saranno caduti sotto il dominio dell’eresia, e non troverete più nessuno a cui tendere la mano.





