Lettera CLVI
Al presbitero Evagrio.
1. Lungi dall’essere insofferente per la lunghezza della vostra lettera, vi assicuro che l’ho trovata perfino breve, per il piacere che mi ha procurato nel leggerla. Che cosa vi è infatti di più piacevole dell’idea della pace? Vi è forse qualcosa di più adatto al sacro ministero, o di più gradito al Signore, del prendere provvedimenti per realizzarla? Possiate voi avere la ricompensa degli operatori di pace, poiché un ministero così beato è stato l’oggetto dei vostri buoni desideri e dei vostri ardenti sforzi.
Allo stesso tempo, credetemi, mio riverito amico, non cedo a nessuno nel mio fervente desiderio e nella mia preghiera di vedere il giorno in cui coloro che sono uniti nel sentimento riempiranno tutti la medesima assemblea. Sarebbe infatti mostruoso provar piacere per gli scismi e le divisioni delle Chiese, e non ritenere che il maggiore dei beni risieda nell’unione delle membra del corpo di Cristo. Ma, ahimè, la mia incapacità è reale quanto il mio desiderio. Nessuno sa meglio di voi che solo il tempo è il rimedio per i mali che il tempo ha fatto maturare. Inoltre, è necessario un trattamento forte e vigoroso per giungere alla radice del male. Comprenderete questa allusione, sebbene non vi sia motivo per cui io non debba parlare apertamente.
2. La presunzione, quando si è radicata nell’animo per consuetudine, non può essere distrutta da un solo uomo, da una singola lettera o in breve tempo. A meno che non vi sia un arbitro nel quale tutte le parti ripongano fiducia, i sospetti e i contrasti non cesseranno mai del tutto. Se, in verità, l’influsso della grazia divina fosse effuso su di me, e mi fosse dato il potere in parole, opere e doni spirituali di prevalere su queste fazioni rivali, allora si potrebbe esigere da me questo audace tentativo; sebbene, forse, persino in quel caso, non mi consigliereste di tentare questa ricomposizione delle cose da solo, senza la cooperazione del vescovo, sul quale ricade principalmente la cura della Chiesa.
Ma egli non può venire fin qui, né io posso facilmente intraprendere un lungo viaggio finché dura l’inverno, o meglio non posso in alcun modo, poiché i monti dell’Armenia saranno presto impraticabili persino per i giovani e i vigorosi, per non parlare dei miei continui malanni fisici. Non ho alcuna obiezione a scrivergli per riferirgli tutto questo; ma non mi aspetto che uno scritto porti a nulla, poiché conosco il suo carattere cauto, e dopo tutto le parole scritte hanno ben poco potere di convincere la mente. Vi sono così tante cose da sostenere, da sopportare, a cui rispondere e da obiettare, che una lettera è priva di anima ed è in realtà soltanto carta sprecata.
Tuttavia, come ho detto, scriverò. Soltanto credetemi, fratello religiosissimo e caro, di non nutrire alcun sentimento personale nella questione. Grazie a Dio, non nutro tali sentimenti verso nessuno. Non mi sono occupato dell’indagine sulle lamentele presunte o reali che vengono mosse contro questo o quell’uomo; pertanto la mia opinione ha diritto alla vostra attenzione come quella di chi davvero non può agire per parzialità o pregiudizio. Desidero soltanto, per la buona volontà del Signore, che ogni cosa sia fatta con la dovuta correttezza ecclesiastica.
3. Mi ha rammaricato sapere dal mio caro figlio Doroteo, nostro compagno nel ministero, che non avete voluto entrare in comunione con lui. Non era questo il tenore della conversazione che avevate avuto con me, per quanto ricordi. Quanto al mio inviare in Occidente, è del tutto fuori discussione. Non ho nessuno idoneo a tale servizio. In verità, quando mi guardo intorno, mi sembra di non avere nessuno dalla mia parte. Non posso che pregare di poter essere annoverato tra quei settemila che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. So che gli attuali persecutori di noi tutti cercano la mia vita; tuttavia ciò non diminuirà in nulla lo zelo che devo alle Chiese di Dio.





