Sant’Ignazio di Antiochia (? – tra 105 e 135)

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Sant’Ignazio di Antiochia (? – tra 105 e 135)

Sant’Ignazio di Antiochia (nato 35 d.C (?) – martirio intorno al 110)

Di Sant’Ignazio, uno dei più grandi Padri Apostolici, conosciamo solo che morì martire a Roma, versando il suo sangue nel circo, dilaniato dalle belve, a testimonianza per Cristo, intorno all’anno 110.

Fu discepolo di san Giovanni teologo ed evangelista e secondo successore di san Pietro alla guida della Chiesa antiochena. Quando era già Vescovo di Antiochia, venne deportato dalla Siria a Roma al tempo dell’imperatore Traiano. Durante il viaggio, incatenato e vessato da rozzi soldati, scrisse sette lettere, e precisamente quattro da Smirne e tre da Troade, nelle quali risplende la sua tempra eccezionale e la sua grande fede. Da Smirne scrisse alle comunità dell’Asia Minore, Efeso, Magnesia e Tralli; scrisse poi ai Romani, per supplicarli di non fare alcun passo in suo favore presso l’imperatore. Da Troade invece scrisse alle comunità di Filadelfia e di Smirne e a S.Policarpo, vescovo di quest’ultima città, avendo saputo che era cessata la persecuzione che infieriva contro la sua comunità di cristiani ad Antiochia.

Da queste lettere, caratterizzate da uno stile originalissimo, emerge una personalità profondamente religiosa, accesa di un appassionato, mistico amore per Cristo, e da un ardente anelito verso il martirio, e costituiscono un documento molto prezioso, per comprendere la vita e le convinzioni della Comunità Cristiana primitiva.

Amava chiamarsi “teoforo”, mentre definiva “necrofori” gli eretici come i docetisti che negavano la natura umana di Cristo e le sue reali sofferenze sulla croce, ai quali ricordava che non solo il Figlio di Dio è stato inchiodato nella carne ma è anche risorto nella carne, mostrandosi agli apostoli che «subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. 

Nelle sue lettere così antiche per la prima volta viene descritta con evidenza l’organizzazione della Chiesa attraverso i diaconi, i presbiteri e i vescovi. Ogni Chiesa, per Sant’Ignazio, è una Chiesa Cattolica con al centro il prorpio Vescovo.

In questi tempi viveva in Asia Policarpo, discepolo degli apostoli, designato vescovo della Chiesa di Smirne da coloro che avevano visto coi loro occhi e servito il Signore. 2. In quel tempo si distinsero Papia, vescovo della Chiesa di Ierapoli e Ignazio, famoso ancora oggi ai più, secondo vescovo di Antiochia dopo Pietro. 3. Si racconta che questi, mandato dalla Siria a Roma, divenne cibo delle belve per la sua fede in Cristo 4. Attraversando l’Asia, sebbene sotto una strettissima sorveglianza di una scorta, rinvigoriva con discorsi ed esortazioni la fede delle diocesi in ogni città in cui si fermava, ammonendo come prima cosa a stare lontano dalle eresie che allora per la prima volta cominciavano a prendere piede, e raccomandando di attenersi alla tradizione apostolica, che ritenne necessario, per maggiore sicurezza, affidare alla scrittura, pur avendone reso già testimonianza. 5. Così, mentre era a Smirne, dove viveva Policarpo, scrisse una lettera alla Chiesa di Efeso, in cui fa menzione del suo pastore Onesimo, e un’altra a quella di Magnesia sul Meandro, dove ricorda di nuovo il vescovo Dama, e un’altra ancora a quella di Tralle, presieduta allora, dice, da Polibio. 6. Oltre a queste, scrisse anche alla Chiesa di Roma, che scongiurò di non togliergli, intercedendo per lui, l’ardente speranza del martirio. E bene, a dimostrazione delle cose dette finora su di lui, riportare da questa lettera brevissimi passi. Scrive dunque testualmente: 7. «Dalla Siria fino a Roma combatto con le belve per terra e per mare, di giorno e di notte, legato a dieci leopardi (cioè ad un ordine di soldati) che, quando si fa loro del bene, diventano ancora più cattivi; ma grazie alle loro ingiustizie divento ancora di più discepolo di Cristo. Non per questo però sono giustificato 8. Potessi io avere qualche bene dalle belve già pronte contro di me, che spero di trovare sbrigative. Se no sarò io stesso ad esortarle a divorarmi prontamente, perché non mi succeda, come ad alcuni, di non essere sbranato; qualora esse non volessero, le indurrò io stesso a farlo. Concedetemi il vostro perdono. So io che cosa conviene a me. Ora comincio ad essere discepolo di Cristo. Nessuna delle cose visibili o invisibili mi impedisca di giungere a Gesù Cristo: fuoco, croce, belve voraci, ossa sfracellate, membra dilaniate, piaghe in tutto il corpo, punizioni del diavolo mi colgano pure purché possa giungere a Gesù Cristo!» 10. Questo scrisse dalla città suddetta alle Chiese sopra menzionate.

Lasciata Smirne, giunse nella Troade, da dove inviò uno scritto alla Chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, in particolare a Policarpo, che la presiedeva. Riconoscendo l’apostolicità di quest’uomo, da autentico buon pastore gli dà in custodia il gregge di Antiochia, reputando degno che egli ne avesse la massima cura. 11. Scrivendo agli abitanti di Smirne, si serve di parole riprese da non so quale fonte, dicendo queste cose su Cristo: «Io so e credo che egli, anche dopo la resurrezione, era nella carne. Quando si recò infatti dagli Apostoli radunati intorno a Pietro, disse loro: “Rendetevi conto, toccatemi, vi accorgerete che non sono un fantasma privo di corpo”. E subito lo toccarono e credettero».

12. Anche Ireneo conobbe il martirio di Ignazio, di cui ricorda le lettere dicendo: «Come disse uno dei nostri, condannato per la sua fede in Dio ad essere divorato dalle belve, “sono frumento di Dio e sono stritolato dai denti delle belve per divenire pane puro”.

13. Policarpo ricorda queste stesse cose nella sua Lettera ai Filippesi giunta fino a noi, dicendo testualmente: «Esorto pertanto tutti voi a credere e ad avere tutta la pazienza che avete visto con i vostri occhi non solo nei beati Ignazio, Rufo e Zosimo, ma anche in altri fra voi, nello stesso Paolo e negli altri Apostoli, certi che tutti costoro non hanno corso invano, ma nella fede e nella giustizia, e che sono nel luogo loro dovuto al cospetto del Signore, per il quale soffrirono. Infatti non amarono il secolo presente, ma colui che è morto per la nostra salvezza ed è stato risuscitato da Dio». Prosegue poi dicendo:

14. «Sia voi sia Ignazio mi avete raccomandato in una lettera che, qualora qualcuno vada in Siria, vi porti anche le vostre lettere. Lo farò, se ne avrò l’occasione propizia, io stesso o inviandovi qualcuno come messaggero. 15. Vi ho spedite, come mi avete richiesto, le lettere che Ignazio ci ha scritto e tutte le altre che di lui possedevamo, allegandole alla presente lettera. Da esse potrete ricavare grande giovamento: contengono infatti fede, pazienza e ogni virtù che si addice a nostro Signore». Ciò per quanto riguarda Ignazio. Dopo di lui diviene vescovo di Antiochia Eros.

Ecco il corpus delle sette lettere autentiche, riconosciute come preziosa testimonianza del cristianesimo delle origini: 

  • Lettera agli Efesini
  • Lettera ai Magnesiaci
  • Lettera ai Tralliani
  • Lettera ai Romani
  • Lettera ai Filadelfiesi
  • Lettera agli Smirnesi
  • Lettera a Policarpo 
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