Sacri Canoni relativi all’eresia ecumenista

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Sacri Canoni relativi all’eresia ecumenista

Sulla preghiera con gli eretici

Canone XLV dei Santi Apostoli

“Qualsiasi vescovo, presbitero o diacono che si unisca semplicemente alla preghiera degli eretici venga sospeso, ma se avesse permesso loro di svolgere qualsiasi servizio come ecclesiastici, venga deposto.”

Canone LXV dei Santi Apostoli:

“Se un ecclesiastico o un laico entra in una sinagoga di ebrei o di eretici per pregare, sia deposto e scomunicato.”

CANONE XLVI dei Santi Apostoli:

Ordiniamo che qualsiasi vescovo o presbitero che abbia accettato il battesimo o il sacrificio di un eretico venga deposto; poiché “quale consonanza ha Cristo con Beliar? o quale parte ha il credente con un infedele?”

Canone IX di Laodicia (approvato anche dai Sinodi ecumenici)

“Riguardo al fatto che a coloro che appartengono alla Chiesa non deve essere permesso di recarsi nei cimiteri o nei cosiddetti martyria di alcun eretico, allo scopo di pregare o di guarire, ma, al contrario, coloro che lo fanno, se sono tra i fedeli, saranno esclusi dalla comunione per un certo tempo finché non si pentono e confessano di aver commesso un errore, dopodiché potranno essere riammessi alla comunione.”

Canone XXXIII di Laodicia

“Non bisogna unirsi in preghiera con gli eretici o gli scismatici.”

Conferenza straordinaria congiunta della Sacra Comunità sul Monte Athos

9/22 aprile 1980 | Testo completo

3. Il dialogo teologico non deve in alcun modo essere collegato alla preghiera comune, né alla partecipazione congiunta a qualsiasi servizio liturgico o di culto; né ad altre attività che possano creare l’impressione che la nostra Chiesa ortodossa accetti, da un lato, i cattolici romani come parte della pienezza della Chiesa, o, dall’altro, il Papa come vescovo canonico di Roma. Attività come queste fuorviano sia la pienezza del popolo ortodosso sia gli stessi cattolici romani, alimentando tra loro un’idea errata di ciò che l’Ortodossia pensa del loro insegnamento.

Nella data della celebrazione della Pasqua

Canone VII dei Santi Apostoli

Se un vescovo, un presbitero o un diacono celebra la festa di Pasqua prima dell’equinozio di primavera con gli ebrei, sia deposto.

Canone I di Antiochia

Quanto a tutti coloro che osano violare la definizione del santo e grande Sinodo riunito a Nicea alla presenza di Eusebeia, consorte dell’amatissimo imperatore Costantino, riguardo alla santa festa della Pasqua salvifica, decretiamo che siano esclusi dalla Comunione e siano espulsi dalla Chiesa se persistono con maggiore capziosità nell’opporsi alle decisioni prese come le più opportune al riguardo; e ciò sia detto anche in riferimento ai laici. Ma se qualcuno di coloro che occupano posizioni di rilievo nella Chiesa, come un Vescovo, un Presbitero o un Diacono, dopo l’adozione di questa definizione, osasse insistere nel fare a modo suo, con perversione dei laici e turbamento della Chiesa, e nel celebrare la Pasqua insieme agli Ebrei, il santo Sinodo ha quindi giudicato quella persona estranea alla Chiesa, in quanto non solo si è reso colpevole di peccato da solo, ma è stato anche causa di corruzione e perversione tra la moltitudine. Pertanto, non solo depone tali persone dalla liturgia, ma anche coloro che osano comunicare con loro dopo la loro deposizione. Inoltre, coloro che sono stati deposti devono essere privati ​​anche dell’onore esteriore di cui hanno fatto parte il sacro Canone e il sacerdozio di Dio.

Vedere anche il Sigillon del 1583 che anatemizzò il calendario gregoriano (papale).

Sulla separazione dai gerarchi eretici

Dal primo canone di San Basilio

Scismi è il nome dato a coloro che, per cause ecclesiastiche e questioni risolvibili, hanno sviluppato una lite tra loro. Parasinagoghi è il nome dato alle riunioni tenute da presbiteri o vescovi insubordinati, e a quelle tenute da laici senza istruzione. Come, ad esempio, quando qualcuno è stato accusato di un reato minore, si è tenuto lontano dalla liturgia e si è rifiutato di sottomettersi ai Canoni, ma ha rivendicato la presidenza e la liturgia per sé, e altre persone se ne sono andate con lui, abbandonando la Chiesa cattolica: questa è una parasinagoga.

Canone Apostolico XXXI

“Se un presbitero, condannando il proprio vescovo, tira da parte la gente e costruisce un altro altare, senza trovare nulla di sbagliato nel vescovo in termini di pietà e rettitudine, sia deposto, con la scusa che è un aspirante a una carica. Perché è un tiranno. Allo stesso modo siano trattati gli altri ecclesiastici e tutti coloro che lo favoriscono. Ma i laici siano scomunicati. Queste cose siano fatte dopo una, una seconda e una terza richiesta del vescovo.”

Canone XV del Primosecondo

“Le regole stabilite in riferimento ai presbiteri, ai vescovi e ai metropoliti sono ancora più applicabili ai patriarchi. Così che nel caso in cui un presbitero, un vescovo o un metropolita osi separarsi o apostatare dalla comunione del proprio patriarca e non menzioni il nome di quest’ultimo secondo la consuetudine debitamente stabilita e ordinata nella divina mistagogia, ma, prima che sia stato pronunciato un verdetto conciliare e sia stata emessa una sentenza contro di lui, crei uno scisma, il santo sinodo ha decretato che questa persona sia ritenuta estranea a ogni funzione sacerdotale, se solo fosse convinta di aver commesso questa trasgressione della legge. Di conseguenza, queste regole sono state sigillate e ordinate riguardo a coloro che, con il pretesto di accuse contro i propri presidenti, si tengono lontani, creano uno scisma e disgregano l’unione della Chiesa. Ma per quanto riguarda coloro, d’altra parte, che, a causa di qualche eresia condannata dai santi sinodi o dai padri, si ritirano dalla comunione con i loro presidente, che, cioè, predica pubblicamente l’eresia e la insegna a capo scoperto in chiesa, tali persone non solo non sono soggette ad alcuna sanzione canonica per essersi isolate da ogni comunione con colui che è chiamato vescovo prima che sia stato emesso un verdetto conciliare o sinodale, ma, al contrario, saranno ritenute degne di godere dell’onore che si addice loro tra i cristiani ortodossi. Infatti, hanno sfidato non i vescovi, ma pseudo-vescovi e pseudo-insegnanti; e non hanno rotto l’unione della Chiesa con alcuno scisma, ma, al contrario, si sono adoperate con impegno per salvare la Chiesa da scismi e divisioni.

Sull’obbedienza ai canoni

Canone I del Secondo Sinodo Ecumenico

“Non lasciate che il Simbolo della Fede venga messo da parte… ma lasciatelo rimanere immutato: e ogni eresia sia abbandonata all’anatema…”

Canone VII del Terzo Sinodo Ecumenico

“A nessuno sia permesso di presentare, scrivere o comporre una fede diversa da quella definita dai santi Padri che si sono riuniti con il Santo Spirito nella città di Nicea. E chiunque osi comporre una fede diversa, o presentarla, o offrirla a coloro che desiderano convertirsi alla conoscenza della verità… siano scomunicati, se sono vescovi o appartengono al clero; e se sono laici, sia anatema.”

Canone I del Quarto Sinodo Ecumenico

“Abbiamo riconosciuto come giusto attenersi ai canoni dei santi Padri finora esposti in ogni sinodo.”

Canone I del Sesto Concilio Ecumenico, in Trullo

“…decretiamo che la fede tramandataci dai testimoni oculari e dai ministri della Parola, dagli Apostoli divinamente scelti e, inoltre, dai trecentodiciotto santi e beati Padri… che si riunirono a Nicea, sia preservata inviolata da innovazioni e cambiamenti… Allo stesso modo, manteniamo anche la confessione di fede proclamata dai centocinquanta santi Padri, che si riunirono in questa città imperiale sotto il grande Teodosio, nostro imperatore… Allo stesso modo, sigilliamo… l’insegnamento esposto dai duecento Padri Teofori, che si riunirono la prima volta nella città di Efeso sotto Teodosio, nostro imperatore, figlio di Arcadio…

“Allo stesso modo, confermiamo anche in modo ortodosso la confessione di fede incisa dai seicentotrenta Padri divinamente eletti nella città provinciale di Calcedonia sotto Marciano, nostro imperatore… E inoltre, riconosciamo anche come pronunciate dallo Spirito Santo le pie espressioni dei centosessantacinque Padri Teofori, che si sono riuniti in questa città regnante sotto Giustiniano, nostro imperatore di beata memoria, e le insegniamo alla nostra posterità… E ci impegniamo nuovamente a preservare inviolabilmente… la confessione di fede del Sesto Sinodo che si è riunito di recente sotto il nostro imperatore, Costantino di beata memoria, in questa città regnante… Parlando brevemente, stabiliamo che la fede di tutti gli uomini che sono stati glorificati nella Chiesa di Dio… sia mantenuta saldamente e che rimanga incrollabile fino alla fine dei tempi, insieme ai loro scritti e dogmi divinamente tramandati… Se qualcuno non mantiene e accetta i suddetti dogmi di pietà, e non pensa e predica così, ma tenta di andare contro di loro: sia anatema, secondo il decreto precedentemente emanato dai suddetti santi e beati Padri, e sia escluso ed espulso dallo stato cristiano come straniero.”

Canone I del Settimo Concilio Ecumenico

“Per coloro che hanno ricevuto la dignità sacerdotale, i canoni e gli atti iscritti servono come testimonianze e direttive, che noi, accogliendo con gioia, cantiamo al Signore insieme al divinamente ispirato Davide, dicendo: «Nella via delle tue testimonianze ho trovato delizia, come in tutte le ricchezze» (Salmo 118,14). «Allo stesso modo, Tu hai ordinato come tue testimonianze… la giustizia per sempre; dammi intelligenza e vivrò» (Salmo 118,138;144). E se la voce profetica ci comanda di preservare le testimonianze di Dio per sempre e di vivere in esse, allora è manifesto che esse rimangono indistruttibili e incrollabili. Poiché anche Mosè, il Profeta di Dio, dice così: «Non è opportuno aggiungervi, né è opportuno togliere da esse» (Deuteronomio 12,32). E il divino apostolo Pietro, vantandosi di esse, esclama: «cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1 Pietro 1,12). Allo stesso modo Anche l’apostolo Paolo dice: «Ma anche se noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema» (Galati 1,8). Poiché questo è vero e ci è attestato, rallegrandoci di ciò, come uno che ha trovato un grande bottino, riceviamo con gioia i canoni divini e manteniamo integralmente e incrollabilmente l’emanazione di questi canoni stabiliti dagli Apostoli, le sante trombe dello Spirito, e dai sei santi Concili Ecumenici, e da coloro che si sono riuniti localmente per emanare tali comandamenti, e dai nostri santi Padri. Poiché tutti, essendo illuminati da un solo e medesimo Spirito, hanno ordinato ciò che è utile. E chiunque essi condannino all’anatema, noi pure lo condanniamo; e chiunque all’espulsione, noi pure lo espelliamo; e chiunque alla scomunica, noi pure lo scomunichiamo; e chiunque essi sottopongano a penitenze, a cui noi pure sottoponiamo.”

VIII canone del Settimo Sinodo Ecumenico

Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova et Amplissima Collectio [1960], vol. 3, pag. 416). Citato dal Dr. Constantine Cavarnos in Tradizione ortodossa e modernismo , p. 37.

“Se qualcuno viola una qualsiasi tradizione ecclesiastica, scritta o non scritta, sia anatema”

Dal Synodicon del Santo Spirito

Nota: Il sottotitolo è “Confessione e proclamazione della pietà ortodossa dei cristiani, in cui tutte le empietà degli eretici vengono rovesciate e le definizioni della Chiesa cattolica di Cristo vengono sostenute. Attraverso la quale i nemici del Santo Spirito vengono separati dalla Chiesa di Cristo”. Questo Synodicon (una decisione, dichiarazione o tomo proveniente da un sinodo dotato di autorità conciliare) è attribuito al Patriarca Germano il Nuovo (1222-1240).

“A coloro che disprezzano i venerabili e santi Concili Ecumenici e che disprezzano ancora di più le loro tradizioni dogmatiche e canoniche; e a coloro che affermano che non tutte le cose sono state perfettamente definite e trasmesse dai Sinodi, ma che hanno lasciato la maggior parte misteriosa, oscura e non definita, Anatema.”

“A coloro che disprezzano i sacri e divini canoni dei nostri beati padri, i quali, sostenendo la santa Chiesa di Dio e adornando l’intera Chiesa cristiana, guidano alla divina riverenza, ANATEMA.”

“A tutte le cose innovate e promulgate in contrasto con la tradizione della Chiesa, l’insegnamento e l’istituzione dei santi e sempre memorabili padri, o a qualsiasi cosa così promulgata d’ora in poi, Anatema.”

L’esempio di San Massimo il Confessore

Dalla vita del nostro Santo Padre San Massimo il Confessore

Anche la vita di San Massimo è istruttiva per noi. San Massimo, pur essendo un semplice monaco, resistette e interruppe la comunione con ogni patriarca, metropolita, arcivescovo e vescovo d’Oriente, perché contagiati dall’eresia del monotelismo. Durante la prima prigionia del Santo, i messaggeri del Patriarca Ecumenico gli chiesero:

“A quale chiesa appartieni? A quella di Bisanzio, di Roma, di Antiochia, di Alessandria o di Gerusalemme? Perché tutte queste chiese, insieme alle province a loro soggette, sono in unità. Pertanto, se anche tu appartieni alla Chiesa cattolica, entra subito in comunione con noi, affinché, tracciandoti una strada nuova e strana, tu non cada in qualcosa che non ti aspetti!”

A questo il giusto rispose saggiamente: “Cristo Signore ha chiamato Chiesa cattolica quella Chiesa che mantiene la vera e salvifica confessione della Fede. Fu per questa confessione che Egli chiamò beato Pietro, e dichiarò che avrebbe fondato la Sua Chiesa su questa confessione. Tuttavia, desidero conoscere il contenuto della tua confessione, sulla base della quale tutte le chiese, come dici, sono entrate in comunione. Se non è contraria alla verità, allora nemmeno io ne sarò separato”.

La confessione che proponevano al Santo non era ortodossa, ovviamente, e quindi egli si rifiutò di cedere alle loro coercizioni. Inoltre, mentivano sulla sede di Roma che, di fatto, era rimasta ortodossa. Qualche tempo dopo, durante il suo ultimo interrogatorio da parte delle autorità bizantine, ebbe luogo il seguente dialogo:

Il Santo disse: “Essi [i Patriarchi di Costantinopoli e Alessandria e tutti gli altri vescovi eretici d’Oriente] sono stati deposti e privati ​​del sacerdozio nel sinodo locale che si è svolto di recente a Roma. Quali misteri, dunque, possono compiere? O quale spirito scenderà su coloro che sono ordinati da loro?”

«Allora solo tu sarai salvato e tutti gli altri periranno?», obiettarono.

A questo il Santo rispose: “Quando tutto il popolo di Babilonia adorava l’idolo d’oro, i Tre Santi Fanciulli non condannarono nessuno alla perdizione. Non si preoccuparono delle azioni degli altri, ma si preoccuparono solo di se stessi, per timore che si allontanassero dalla vera pietà. Allo stesso modo, quando Daniele fu gettato nella fossa dei leoni, non condannò nessuno di coloro che, adempiendo alla legge di Dario, non desideravano pregare Dio, ma teneva presente il proprio dovere e desiderava piuttosto morire piuttosto che peccare contro la propria coscienza trasgredendo la Legge di Dio. Dio non voglia che io condanni qualcuno o dica che sono l’unico salvato! Tuttavia, accetterò piuttosto di morire piuttosto che apostatare in qualsiasi modo dalla vera Fede e quindi soffrire tormenti di coscienza”.

«Ma cosa farete», chiesero gli inviati, «quando i Romani saranno uniti ai Bizantini? Ieri, infatti, sono arrivati ​​due delegati da Roma e domani, domenica, comunicheranno i Santi Misteri al Patriarca».

Il Santo rispose: “Anche se l’intero universo fosse in comunione con il Patriarca, io non comunicherei con lui. Perché so dagli scritti del santo apostolo Paolo che lo Spirito Santo dichiara che perfino gli angeli sarebbero anatema se cominciassero a predicare un altro Vangelo, introducendo qualche nuovo insegnamento”.

Come la storia ha dimostrato, San Massimo – che era solo un semplice monaco e non era nemmeno ordinato – e i suoi due discepoli erano gli ortodossi, mentre tutti quegli illustri, famosi e influenti Patriarchi e Metropoliti contro i quali il Santo aveva scritto erano quelli che erano nell’eresia. Quando il Sesto Sinodo Ecumenico fu finalmente convocato, tra coloro che furono condannati per eresia c’erano quattro Patriarchi di Costantinopoli, un Papa di Roma, un Patriarca di Alessandria, due Patriarchi di Antiochia e una moltitudine di altri Metropoliti, Arcivescovi e Vescovi. Durante tutti quegli anni, quel semplice monaco aveva ragione, e tutti quegli illustri vescovi avevano torto. (pp. 60-62)

Altre citazioni da La vita

I primi a difendere l’eresia dei monoteliti furono Ciro, patriarca di Alessandria (630-643), Sergio, patriarca di Costantinopoli (610-638), e persino lo stesso imperatore Eraclio, che fu da loro trascinato in questa eresia. Convocando sinodi locali – Ciro ad Alessandria e Sergio a Costantinopoli – confermarono questa eresia, distribuirono i loro decreti ovunque e corruppero l’intero Oriente. San Sofronio, patriarca di Gerusalemme, fu il solo a opporsi a questa eresia e a non accettare il falso insegnamento. San Massimo, vedendo che l’eresia era penetrata persino nel palazzo reale e aveva corrotto lo stesso imperatore, cominciò a temere di essere corrotto anche lui , seguendo l’esempio di molti… Partì per Roma, preferendo vivere con uomini ortodossi che conservavano saldamente la fede. (pp. 2, 4, enfasi mia).

[Su sollecitazione di San Massimo, il] Papa convocò i suoi vescovi, centocinque in numero, con padre Massimo al loro fianco. Questo fu il Concilio Lateranense (649 d.C.): passò in rassegna gli errori di Ciro, Sergio, Pirro e Paolo, e anche la confessione eretica dell’imperatore. I falsi insegnamenti furono anatemizzati e il Papa scrisse ai fedeli in ogni luogo, confermando la loro ortodossia, spiegando gli errori degli eretici e ammonendoli in ogni modo a guardarsi da essi. (p. 7)

Allora Teodosio cominciò a parlare: «L’imperatore e il Patriarca desiderano innanzitutto sapere da te perché ti ritiri dalla comunione con il Trono di Costantinopoli».

San Massimo rispose: “Conosci le innovazioni introdotte ventuno anni fa ad Alessandria, quando Ciro, l’ex Patriarca di quella città, rese pubblici i “Nove Capitoli” che erano stati approvati e confermati dal Trono di Costantinopoli. Ci sono state anche altre modifiche e aggiunte – l’Ekthesis e il Typos – che hanno distorto le definizioni dei Concili. Queste innovazioni furono apportate dai principali rappresentanti della Chiesa di Bisanzio, Sergio, Pirro e Paolo, e sono note a tutte le chiese. Questo è il motivo per cui io, tuo servo, non entrerò in comunione con la Chiesa di Costantinopoli. Lascia che queste offese, introdotte dagli uomini sopra menzionati nella Chiesa, siano rimosse; lascia che coloro che le hanno introdotte siano deposti; e allora la via della salvezza sarà sgombra da ogni ostacolo, e tu camminerai sulla strada liscia del Vangelo, purificato da ogni eresia! Quando vedrò la Chiesa di Costantinopoli com’era prima, allora entrerò in comunione con lei senza alcuna esortazione da parte degli uomini. Ma finché ci saranno tentazioni eretiche in lei, e finché gli eretici saranno i suoi vescovi , nessuna parola o azione mi convincerà mai ad entrare in comunione con lei.” (19-20, enfasi mia)

A questo padre Massimo rispose: «Tacere una parola significa negarla, come dice il Santo Spirito per mezzo del Profeta: “Non ci sono lingue né parole di cui non si odano le voci” (Sal 18,3). Pertanto, se una parola non viene detta, allora non è affatto una parola».

Allora Troilo disse: «Abbiate nel vostro cuore la fede che volete; nessuno ve lo proibisce».

San Massimo obiettò: “Ma la salvezza completa non dipende solo dalla fede del cuore, ma anche dalla sua confessione, poiché il Signore ha detto: ‘Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli’ (Mt 10,33). Inoltre, il divino Apostolo insegna: ‘Con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la confessione per ottenere la salvezza’ (Rm 10,10). Se, dunque, Dio e i divini Profeti e Apostoli comandano che il mistero della fede sia confessato con le parole e con la lingua, e questo mistero della fede porta la salvezza al mondo intero, allora non si deve costringere la gente a tacere riguardo alla confessione, per timore che la salvezza delle persone venga ostacolata.” (p. 29)

L’esempio di San Marco di Efeso

Si rivolse ai fedeli nel giorno del suo riposo eterno. Eccone un estratto:

Riguardo al Patriarca, dirò questo, affinché non gli venga in mente di mostrarmi un certo rispetto alla sepoltura di questo mio umile corpo, o di inviare alla mia tomba qualcuno dei suoi gerarchi o del suo clero o in generale qualcuno di coloro che sono in comunione con lui, per partecipare alla preghiera o per unirsi ai sacerdoti invitati tra noi, pensando che in qualche momento, o forse segretamente, gli avessi permesso di entrare in comunione. E affinché il mio silenzio non dia a coloro che non conoscono bene e pienamente le mie opinioni l’occasione di sospettare una sorta di conciliazione, dichiaro e testimonio davanti ai molti degni uomini qui presenti che non desidero, in alcun modo e in modo assoluto, e non accetto la comunione con lui o con coloro che sono con lui, né in questa vita né dopo la mia morte, così come (non accetto) né l’Unione né i dogmi latini, che lui e i suoi seguaci hanno accettato, e per la cui applicazione ha occupato questo posto di presidente, con l’obiettivo di rovesciare i veri dogmi della Chiesa. Sono assolutamente convinto che quanto più mi allontano da lui e da coloro che sono come lui, tanto più sono vicino a Dio e a tutti i santi, e nella misura in cui mi separo da loro sono in unione con la Verità e con i Santi Padri, i Teologi della Chiesa; e sono altresì convinto che coloro che si considerano con loro siano lontani dalla Verità e dai beati Maestri della Chiesa. E per questo motivo dico: proprio come nel corso di tutta la mia vita sono stato separato da loro, così al momento della mia dipartita, sì, e dopo la mia morte, mi allontano dal rapporto e dalla comunione con loro e faccio voto e comando che nessuno (di loro) si avvicini alla mia sepoltura o alla mia tomba, e allo stesso modo chiunque altro dalla nostra parte, con l’intento di tentare di unirsi e concelebrare nei nostri servizi divini; perché questo sarebbe mescolare ciò che non può essere mescolato. Ma è opportuno che siano completamente separati da noi finché Dio non concederà correzione e pace alla Sua Chiesa. [come citato in The Orthodox Word , giugno-luglio 1967, pp. 103 e segg.]

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