Lettera di Giovanni Crisostomo al Vescovo di Roma Innocenzo
Al mio signore, il reverendissimo e divinamente amato Vescovo Innocenzo,
Giovanni saluta nel Signore.
1. [Suppongo] che anche prima di ricevere la nostra lettera, la Vostra Pietà abbia sentito parlare dell’iniquità che è stata perpetrata qui. La grandezza della nostra angoscia, infatti, non ha lasciato quasi nessuna parte del mondo all’oscuro di questa grave tragedia: poiché la notizia, portando il racconto di quanto accaduto fino alle estremità della terra, ha causato ovunque grande lutto e lamentazione. Ma poiché non dovremmo solo lamentarci, ma ristabilire l’ordine, e vedere con quali mezzi questa gravissima tempesta della Chiesa possa essere fermata, abbiamo ritenuto necessario persuadere i miei signori, i veneratissimi e pii vescovi Demetrio, Pansofio, Pappo ed Eugenio, a lasciare le proprie chiese, ad avventurarsi in questa grande traversata marittima, e ad intraprendere un lungo viaggio lontano da casa, e ad affrettarsi verso la Vostra Carità, e, dopo avervi informato chiaramente di tutto, a prendere provvedimenti per riparare ai mali il più rapidamente possibile. E con loro abbiamo inviato i veneratissimi e amati dei nostri Diaconi, Paolo e Ciriaco, ma anche noi stessi, per mezzo di una lettera, istruiremo brevemente la Vostra Carità riguardo agli eventi che sono accaduti. Poiché Teofilo, a cui è stata affidata la presidenza della Chiesa di Alessandria, essendo stato comandato di recarsi da solo a Costantinopoli, poiché alcuni uomini avevano presentato un’accusa contro di lui al devotissimo Imperatore, arrivò portando con sé una non piccola moltitudine di Vescovi Egiziani, come se volesse mostrare fin dall’inizio di venire per guerra e antagonismo; inoltre, quando mise piede nella grande e divinamente amata Costantinopoli, non entrò in Chiesa secondo il costume e la legge che vigeva dai tempi antichi, non ebbe alcuna relazione con noi, e non ci ammise a condividere la sua conversazione, le sue preghiere o la sua compagnia: ma appena sbarcò, dopo aver oltrepassato in fretta il vestibolo della Chiesa, partì e si alloggiò da qualche parte fuori città, e sebbene lo supplicassimo intensamente, lui e quelli che erano venuti con lui, di essere nostri ospiti (poiché tutto era stato preparato, e gli alloggi procurati, e tutto ciò che era opportuno) né loro, né lui acconsentirono. Vedendo questo, fummo in grande perplessità, non riuscendo a scoprire la causa di questa ingiusta ostilità; tuttavia facemmo la nostra parte, facendo ciò che ci competeva, e supplicandolo continuamente di incontrarci e di dire per quale motivo avesse rischiato una così grande contesa fin dall’inizio e gettato la città in tale confusione. Ma poiché egli non volle dichiarare il motivo, e coloro che lo accusavano insistevano, il nostro devotissimo Imperatore ci convocò e ci comandò di andare fuori dalle mura nel luogo dove Teofilo soggiornava, e di ascoltare l’accusa contro di lui. Poiché lo accusavano di aggressione, omicidio e innumerevoli altri crimini; ma conoscendo le leggi dei Padri, nutrendo rispetto e deferenza per quell’uomo e avendo anche le sue lettere che dimostravano che le cause legali non dovevano essere portate oltre il confine, ma che le questioni delle varie province dovevano essere trattate entro i limiti della provincia, non accettammo l’incarico di giudici, ma lo declinammo con grande solerzia. Ma lui, come se cercasse di aggravare i precedenti insulti, avendo convocato il mio arcidiacono, per un eccesso di potere arbitrario, come se la Chiesa fosse già vedova e non avesse un Vescovo, per mezzo di quest’uomo sedusse tutto il clero dalla sua parte; e le Chiese divennero desolate, poiché il clero in ciascuna fu gradualmente ritirato e istruito a presentare petizioni contro di noi e addestrato a preparare accuse. E avendo fatto questo, ci inviò la convocazione per un processo, sebbene non si fosse ancora discolpato delle accuse mosse contro di lui: un procedimento direttamente contrario ai canoni e a tutte le leggi.
2. Ma noi, consapevoli di non essere citati a un processo (altrimenti ci saremmo presentati innumerevoli volte) ma al cospetto di un nemico e avversario, come fu chiaramente provato da tutto ciò che accadde prima e dopo, inviammo a lui alcuni vescovi, Demetrio di Pesinunte, Eulisio di Apamea, Lupicino di Appiaria, e i presbiteri Germano e Severo, i quali risposero con la moderazione che ci si addiceva, e dissero che non declinavamo di essere giudicati, ma di comparire davanti a un nemico palese e a un manifesto avversario. Poiché come potrebbe colui che non aveva ancora ricevuto alcun atto d’accusa contro di me, e che aveva agito fin dall’inizio nel modo descritto, e si era separato dalla Chiesa, dalla comunione e dalla preghiera, e che addestrava accusatori, e seduceva il clero, e desolava la Chiesa, come, dico, potrebbe egli con giustizia salire sul trono del giudice che non gli si addiceva in alcun modo? Poiché non è conveniente che uno che appartiene all’Egitto agisca come giudice di coloro che sono in Tracia, e per di più un uomo che è lui stesso sotto accusa, e nemico e avversario. Tuttavia egli, per nulla imbarazzato, ma affrettandosi verso il compimento del suo disegno, sebbene avessimo dichiarato la nostra disponibilità a discolparci delle accuse in presenza di cento, anzi mille vescovi, e a provare la nostra innocenza come in effetti siamo, non volle acconsentire: ma in nostra assenza, quando noi ci appellavamo a un sinodo, e chiedevamo un processo, e non ci sottraevamo a un’audizione della nostra causa, ma solo all’ostilità palese, egli sia ricevette i nostri accusatori sia assolse quelli che erano stati scomunicati da me, e da loro, che non si erano ancora discolpati delle imputazioni a loro carico, ricevette lamentele contro di me, e fece redigere verbali delle procedure, tutte cose contrarie alla legge e all’ordine dei canoni. Ma a che serve una lunga storia? Egli non cessò di fare e tramare ogni cosa finché, con tutta la possibile dimostrazione di potere arbitrario e autorità, non ci espulse dalla città e dalla chiesa, quando la sera era molto inoltrata e tutto il popolo ci seguiva in processione. Trascinato dal pubblico accusatore attraverso la città e trascinato con la forza, fui portato al mare, imbarcato su una nave e costretto a un viaggio notturno, perché avevo fatto appello a un sinodo affinché la mia causa fosse ascoltata con giustizia. Chi potrebbe ascoltare queste cose senza versare lacrime, anche se avesse un cuore di pietra?
Ma vedendo, come ho detto prima, che non dovremmo solo lamentare i mali che sono stati fatti, ma anche correggerli, supplico la Vostra Carità di scuotersi e avere compassione, e fare di tutto a questo punto per porre fine al danno. Poiché anche dopo quanto ho menzionato, egli non desistette dalle sue opere di iniquità, ma cercò di rinnovare il precedente attacco. Infatti, quando il devotissimo Imperatore ebbe cacciato quelli che si erano introdotti sfacciatamente in Chiesa, e molti dei Vescovi presenti, vedendo la loro iniquità, si erano ritirati nelle proprie diocesi, fuggendo dall’incursione di questi uomini come da un fuoco che divora ogni cosa, fummo nuovamente invitati in città, e in Chiesa, dalla quale eravamo stati ingiustamente espulsi, con più di trenta vescovi che ci introducevano, e il nostro piissimo Imperatore che inviava a questo scopo un notaio, mentre Teofilo immediatamente prese la fuga. Con quale scopo, e per quale motivo? Quando entrammo in città, supplicammo il nostro piissimo Imperatore di convocare un sinodo per perseguire i colpevoli nelle recenti vicende. Essendo quindi consapevole di ciò che aveva fatto, e temendo una condanna, poiché le lettere imperiali erano state inviate in ogni direzione, convocando tutti da ogni parte, Teofilo segretamente a mezzanotte si catapultò in una barca, e così fuggì, portando con sé tutta la sua compagnia.
3. Ma anche allora non desistemmo, sostenuti come eravamo da una coscienza pulita, dal fare nuovamente la stessa supplica al devotissimo Imperatore: ed egli, agendo come si addice alla sua pietà, inviò di nuovo a Teofilo, convocandolo dall’Egitto, e ai suoi associati, per rendere conto delle recenti procedure, e informandolo che non doveva supporre che le azioni unilaterali che aveva così ingiustamente perpetrato in nostra assenza, e in violazione di tanti canoni, sarebbero bastate per la sua difesa. Egli tuttavia non si sottomise al mandato imperiale, ma rimase a casa, adducendo a scusa un’insurrezione del popolo, e lo zelo intempestivo di certe persone che gli erano affezionate, come pretese: eppure prima dell’arrivo delle lettere imperiali questo stesso popolo lo aveva inondato di insulti. Ma non diamo troppo peso a queste questioni ora, ma abbiamo detto quanto sopra volendo provare il fatto che fu fermato nel suo corso malvagio. Tuttavia, anche dopo queste cose non ci demmo pace, ma insistemmo nella nostra richiesta che si formasse un tribunale allo scopo di indagine e difesa: poiché dicevamo che eravamo pronti a provare che noi stessi eravamo innocenti, ma che loro avevano trasgredito platealmente. Poiché c’erano alcuni Siri tra quelli presenti con lui in quel tempo, che erano rimasti qui indietro; e li affrontammo esprimendo la nostra disponibilità a perorare la nostra causa, e li importunammo frequentemente a questo proposito, chiedendo che i verbali (delle recenti procedure) ci fossero consegnati, o che gli atti d’accusa formali, o la natura delle accuse, o gli accusatori stessi, fossero resi noti; e tuttavia non ottenemmo nulla di tutto ciò, ma fummo nuovamente espulsi dalla Chiesa. Come relazionare gli eventi che seguirono, che superano ogni tipo di tragedia? Quale linguaggio esporrà questi eventi? Quale tipo di orecchio li riceverà senza rabbrividire? Poiché quando insistevamo su queste cose, come ho detto prima, una fitta schiera di soldati, nel grande Sabato stesso, mentre il giorno si affrettava verso la sera, irruppe violentemente nelle Chiese e cacciò via tutto il clero che era con noi, e circondò il santuario con le armi. E donne cacciarono dagli oratori, proprio quelle che in quel momento si erano spogliate per il battesimo e fuggirono non vestite per il terrore di questo grave assalto, non essendogli stato permesso di indossare l’abito modesto che si addice alle donne; anzi molte ricevettero ferite prima di essere espulse e le piscine battesimali furono riempite di sangue e l’acqua sacra arrossata da esso. Né l’angoscia cessò a questo punto; ma i soldati, alcuni dei quali, come comprendemmo, non erano battezzati, essendo entrati nel luogo dove erano custoditi i vasi sacri, videro tutte le cose che erano all’interno, e il santissimo sangue di Cristo, come potrebbe accadere in mezzo a tale confusione, fu versato sulle vesti dei suddetti soldati: e ogni tipo di oltraggio fu commesso come in un assedio barbarico. E la gente comune fu spinta verso il deserto, e tutto il popolo rimase fuori città, e le Chiese divennero vuote in mezzo a questa grande Festa, e più di quaranta vescovi che si associarono a noi furono vanamente e senza causa espulsi insieme al popolo e al clero. E ci furono grida e lamenti, e torrenti di lacrime furono versati ovunque, nei mercati, nelle case, nei luoghi deserti, e ogni parte della città fu piena di queste calamità; poiché a causa dell’immoderata entità dell’oltraggio non solo i sofferenti, ma anche quelli che non subivano nulla di simile simpatizzavano con noi, non solo quelli che avevano le stesse opinioni nostre, ma anche eretici, e Giudei, e Greci, e tutti i luoghi erano in uno stato di tumulto e confusione, e lamentazione, come se la città fosse stata catturata con la forza. E queste cose furono perpetrate contrariamente all’intenzione del nostro piissimo Imperatore, sotto copertura della notte, con i Vescovi che le architettavano, e in molti luoghi conducevano l’attacco, né si vergognavano di avere uscieri invece di diaconi che marciavano davanti a loro. E quando spuntò il giorno, tutta la città migrava fuori le mura sotto alberi e boschetti, celebrando la festa, come pecore sparse.
4. Tutto ciò che accadde in seguito lo lascio immaginare a voi; poiché, come ho detto prima, non è possibile descrivere ogni singolo incidente. Il peggio è che questi mali, grandi e gravi come sono, non sono stati ancora soppressi né c’è alcuna speranza della loro soppressione; al contrario, il danno si estende ogni giorno, e siamo diventati uno zimbello per la moltitudine, o meglio dovrei dire, nessuno ride anche se è infinitamente scellerato, ma tutti gli uomini si lamentano, come dicevo, di questo nuovo tipo di illegalità, il colpo di grazia di tutti i nostri mali.
Cosa si può dire dei disordini nelle altre Chiese? Poiché il male non si fermò nemmeno qui, ma si fece strada verso oriente. Poiché come quando qualche umore maligno viene scaricato dalla testa, tutte le altre parti sono corrotte, così anche ora questi mali, avendo avuto origine in questa grande città come da una fonte, la confusione si è diffusa in ogni direzione, e il clero ovunque si è sollevato contro i vescovi, c’è stato scisma tra Vescovo e Vescovo, popolo e popolo, e ce ne sarà ancora di più; ogni luogo soffre per le doglie della calamità e il sovvertimento dell’intero mondo civilizzato. Essendo stati informati, dunque, di tutte queste cose, miei signori, onorevolissimi e devoti, mostrate il coraggio e lo zelo che vi si addice, per porre fine a questo grande assalto di illegalità che è stato fatto contro le Chiese. Poiché se questa consuetudine dovesse prevalere, e diventasse lecito per chiunque lo desiderasse entrare in diocesi straniere, così ampiamente separate, ed espellere quelli che si volevano rimuovere, e fare tutto ciò che si voleva secondo il proprio potere arbitrario, siate certo che tutte le cose andranno in rovina, e un tipo implacabile di guerra si diffonderebbe in tutto il mondo, con tutti alcuni uomini che attaccano gli altri, e che sono a loro volta attaccati. Pertanto, per evitare che una tale confusione colpisca l’intera terra, accogliete le nostre suppliche affinché indichiate per iscritto che queste procedure illegali eseguite in nostra assenza, e dopo aver ascoltato una sola parte, sebbene non avessimo rifiutato un processo, sono nulle, come infatti sono per la stessa natura del caso, e che coloro che sono riconosciuti colpevoli di aver commesso tali iniquità devono essere sottoposti alla pena delle leggi ecclesiastiche; e per noi stessi, che non siamo stati trovati o riconosciuti colpevoli, o provati passibili di punizione, possiamo continuare a godere della vostra corrispondenza, e del vostro amore, e di tutte le altre cose di cui abbiamo goduto in passato. Ma se anche ora quelli che hanno commesso tali atti illegali sono disposti a rivelare le accuse sulla base delle quali ci hanno ingiustamente espulso, sebbene non siano stati dati memoriali, né atti d’accusa formali, né siano comparsi gli accusatori: tuttavia, se si forma un tribunale imparziale, ci sottometteremo a essere processati, e faremo la nostra difesa, e proveremo la nostra innocenza riguardo alle cose imputateci, perché infatti innocenti siamo: poiché le cose che hanno fatto sono al di fuori dei limiti di ogni tipo di ordine, e di ogni tipo di legge ecclesiastica e canone. E perché dico canone ecclesiastico? Neppure nei tribunali pagani tali atti audaci sarebbero mai stati commessi, o meglio neppure in un tribunale barbaro, né gli Sciti, né i Sarmati avrebbero mai giudicato una causa in questo modo, decidendola dopo aver ascoltato una sola parte, in assenza dell’accusato, che solo deprecava l’inimicizia, non un processo alla sua causa, che era pronto a chiamare qualsiasi numero di giudici, affermando di essere innocente e in grado di discolparsi delle accuse di fronte al mondo, e di provarsi innocente sotto ogni aspetto.
Avendo considerato quindi tutte queste cose, ed essendo stato chiaramente informato di tutti i particolari dai miei signori, i nostri devotissimi fratelli vescovi, possiate essere indotto a esercitare il vostro zelo per nostro conto; poiché così facendo concederete un favore non solo a noi stessi ma anche alla Chiesa in generale, e riceverete la vostra ricompensa da Dio che fa tutte le cose per la pace delle Chiese. State sempre bene, e pregate per me, o onoratissimo e santissimo maestro.
Altra lettera da Giovanni Crisostomo a Papa Innocenzo.
A Innocenzo, Vescovo di Roma, saluti nel Signore.
È vero che il nostro corpo è stabilito in un luogo, ma l’ala dell’amore si fa strada volando in ogni parte del mondo. Così anche noi, sebbene siamo separati da un viaggio di così grande estensione, siamo vicini alla Vostra Pietà e in quotidiana comunione con voi, contemplando con gli occhi dell’amore il coraggio della vostra anima, la natura solida del vostro carattere, la vostra fermezza e inflessibilità, la grande consolazione, costante e duratura, che ci elargite. Poiché in proporzione a quanto i flutti si innalzano più alti, e gli scogli nascosti aumentano, e gli uragani sono molti, la vostra vigilanza si fa più forte: e né la grande lunghezza del viaggio tra noi, né la grande quantità di tempo consumato, né la difficoltà nel trattare gli eventi vi ha indotto a diventare negligenti: ma continuate a imitare la migliore classe di comandanti che sono all’erta in quei momenti soprattutto quando vedono le onde increspate, il mare che si gonfia, l’acqua che s’infrange veementemente, e l’oscurità più profonda in pieno giorno.
Perciò anche noi proviamo grande gratitudine verso di voi, e desideriamo inviarvi piogge di lettere, procurando così a noi stessi la massima soddisfazione. Ma poiché ne siamo privati, a causa della desolazione del luogo; (infatti non solo di quelli che arrivano dalle vostre regioni, ma anche di quelli che dimorano nella nostra parte del mondo, nessuno potrebbe facilmente avere rapporti con noi, sia a causa della distanza, il luogo in cui siamo confinati essendo situato all’estremità stessa del paese, sia anche il terrore dei briganti che funge da ostacolo all’intero viaggio:) vi supplichiamo piuttosto di aver pietà di noi per il nostro lungo silenzio, di non condannarci per indolenza a causa di ciò. Come prova che il nostro silenzio non è stato dovuto a negligenza, abbiamo finalmente dopo lungo tempo assicurato il nostro onoratissimo e amato Giovanni il presbitero, e Paolo il diacono, e inviamo una lettera attraverso di loro, e continuiamo a esprimere la nostra gratitudine verso di voi, per aver superato persino i genitori più affettuosi nella vostra buona volontà e zelo riguardo a noi. E in verità, per quanto riguarda la Vostra Pietà, tutte le cose sarebbero state adeguatamente corrette, e l’accumulo di mali e offese sarebbe stato spazzato via, e le Chiese avrebbero goduto di pace e di una calma vitrea, e tutte le cose sarebbero scorse con un flusso regolare, e le leggi disprezzate e i decreti violati dei Padri sarebbero stati rivendicati. Ma poiché in realtà nulla di tutto ciò è avvenuto, essendo quelli che perpetrarono le precedenti azioni intenti ad aggravare le loro precedenti iniquità, ometto un resoconto dettagliato delle loro successive azioni: poiché il racconto supererebbe i limiti non solo di una lettera ma persino di una storia; solo questo supplico la vostra anima vigile, anche se quelli che hanno riempito tutto di confusione sono impenitentemente e incurabilmente corrotti, che quelli che si sono impegnati a curarli non diventino scoraggiati o avviliti, quando considerano l’entità della cosa da compiere. Poiché la contesa ora davanti a voi deve essere combattuta per quasi tutto il mondo, per le Chiese umiliate fino a terra, per il popolo disperso, per il clero assalito, per i vescovi mandati in esilio, per le leggi ancestrali violate. Perciò supplichiamo la Vostra Diligenza, una, due, sì molte volte, in proporzione a quanto la tempesta aumenta, di manifestare ancora maggiore zelo. Poiché ci aspettiamo che qualcosa di più sarà fatto allo scopo di correggere questi torti. Ma anche se ciò non dovesse avvenire, voi almeno avete la vostra corona preparata per voi dal Dio misericordioso, e la resistenza offerta dal vostro amore non sarà un piccolo conforto per coloro che sono offesi: poiché ora che stiamo passando il terzo anno del nostro soggiorno in esilio, esposti a carestia, pestilenza, guerre, assedi continui, indescrivibile solitudine, morte quotidiana, e spade Isauriche, siamo non poco incoraggiati e confortati dalla natura costante e duratura del vostro carattere e della vostra fiducia, e dal deliziarci del vostro abbondante e genuino amore. Questo è il nostro muro di difesa, questa è la nostra sicurezza, questo il nostro calmo porto, questo il nostro tesoro di infinite benedizioni, questa la nostra gioia e motivo di molta letizia. E anche se dovessimo essere portati via di nuovo in qualche luogo più desolato di questo, porteremo via con noi questo amore come non piccolo conforto delle nostre sofferenze.
Lettera da Papa Innocenzo a Giovanni Crisostomo
All’amato fratello Giovanni, Innocenzo.
Sebbene l’uomo innocente debba aspettarsi tutte le cose buone da Dio, e a Lui implorare misericordia, tuttavia anche noi, consigliando la rassegnazione, abbiamo inviato una lettera appropriata per mezzo di Ciriaco il diacono; affinché l’insolenza non abbia più potere nell’opprimere, di quanto una buona coscienza ne abbia nel mantenere la speranza. Poiché tu, che sei il maestro e pastore di così tante persone, non hai bisogno di essere ammaestrato sul fatto che i migliori uomini sono messi frequentemente alla prova per vedere se persevereranno nella perfezione della pazienza, e non soccomberanno a nessuna fatica dell’angoscia: e certamente la coscienza è una forte difesa contro tutte le cose che ci capitano ingiustamente: e a meno che uno non le vinca con la paziente sopportazione, fornisce un argomento per cattivi sospetti. Poiché chi confida prima di tutto in Dio e poi nella propria coscienza deve sopportare ogni cosa; poiché l’uomo nobile e buono può essere specialmente addestrato alla sopportazione, nella misura in cui le Sacre Scritture custodiscono la sua mente. Le sacre lezioni che impartiamo al popolo abbondano di esempi, testimoniando come quasi tutti i santi siano stati continuamente oppressi in vari modi e siano stati messi alla prova come da una sorta di scrutinio, ottenendo così la corona della pazienza. Lascia che sia la coscienza stessa a consolare il tuo amore, venerabile fratello, che nell’afflizione fornisce la consolazione della virtù. Poiché sotto lo sguardo del Maestro Cristo, la coscienza, una volta purificata, troverà riposo nel porto della pace.
Lettera del Vescovo di Roma, Innocenzo, ai Costantinopolitani
Innocenzo, Vescovo, ai Presbiteri e Diaconi, e a tutto il clero e popolo della Chiesa di Costantinopoli, i fratelli amati che sono soggetti al Vescovo Giovanni, saluti.
Dalle lettere del vostro amore che avete inviato per mezzo di Germano il presbitero, e Cassiano il diacono, ho studiato con ansiosa cura la scena della calamità che avete posto davanti ai miei occhi, e con ripetuta lettura della vostra descrizione ho percepito appieno sotto quale grande angoscia e fatica la vostra fede sta lavorando: e questa è una questione che può essere curata solo dalla consolazione della pazienza: poiché il nostro Dio concederà presto una fine a così grandi afflizioni, e vi aiuterà nella vostra sopportazione di queste cose. Inoltre, mentre lodo l’esposizione del vostro caso che contiene molte testimonianze incoraggianti alla pazienza, noto questa necessaria consolazione posta all’inizio dell’epistola del vostro amore: poiché la consolazione che avremmo dovuto scrivervi, voi l’avete anticipata con la vostra lettera. Poiché questo è il tipo di pazienza che il nostro Maestro è solito fornire a quelli che sono in angoscia, affinché i servi di Cristo quando sono in afflizione possano consolarsi riflettendo che le cose che essi stessi stanno soffrendo sono accadute anche ai santi nei tempi passati. E anche noi dalla vostra lettera potremo trarre consolazione: poiché non siamo estraniati dalla simpatia con voi, in quanto anche noi siamo castigati nelle vostre persone. Poiché chi sarà in grado di sopportare le offese commesse da quegli uomini che dovrebbero essere specialmente zelanti promotori della tranquillità della Chiesa e della concordia stessa. Al presente, per una perversione del costume, sacerdoti innocenti sono espulsi dalla presidenza delle proprie Chiese. E questo è ciò che il vostro fratello maggiore, e co-ministro, Giovanni, il vostro Vescovo, ha ingiustamente sofferto, non avendo ottenuto alcuna audizione: nessun crimine gli è imputato, nessuno è stato ascoltato. E qual è lo scopo di questo iniquo dispositivo? Affinché non possa sorgere o essere cercato alcun pretesto per un processo, altri uomini vengono introdotti al posto dei sacerdoti viventi, come se coloro che commettono un reato di questo tipo potessero essere giudicati da qualcuno come persone buone o che hanno fatto qualcosa di giusto. Poiché sappiamo che tali azioni non sono mai state perpetrate dai nostri padri; o piuttosto che sono state impedite dal fatto che a nessuno era stata data l’autorità di ordinare un altro al posto di uno che era ancora in vita. Infatti, un’ordinazione spuria non può privare il sacerdote del suo rango: poiché nemmeno chi è stato sostituito ingiustamente a un altro può essere Vescovo. E per quanto riguarda l’osservanza dei canoni, stabiliamo che dobbiamo seguire quelli definiti a Nicea, ai quali sola la Chiesa cattolica è tenuta a prestare obbedienza e riconoscimento E se altri canoni vengono proposti da certi uomini, che sono in contrasto con i canoni formulati a Nicea, e si dimostra che sono stati composti da eretici, siano respinti dai vescovi cattolici. Infatti, le invenzioni degli eretici non devono essere aggiunte ai canoni cattolici, poiché con i loro decreti contrari e illegittimi essi intendono sempre indebolire il disegno dei canoni di Nicea. Non solo quindi diciamo che questi non devono essere seguiti, ma piuttosto che devono essere condannati tra i decreti eretici e scismatici, come fu fatto in passato nel Concilio di Sardica dai Vescovi che ci hanno preceduti. È più giusto, venerabili fratelli, che le buone azioni siano condannate piuttosto che le cose fatte in diretta opposizione ai canoni abbiano alcuna validità. Ma cosa dobbiamo fare contro tali cose al momento attuale? È necessaria una decisione sinodale al riguardo, e da tempo abbiamo dichiarato che occorre convocare un sinodo, poiché è l’unico mezzo per placare l’agitazione di tempeste come queste: e se lo otterremo, è opportuno che la guarigione di questi mali sia affidata alla volontà del grande Dio e del suo Cristo nostro Signore. Tutti i disturbi allora che sono stati causati dall’invidia del diavolo per la prova dei fedeli saranno mitigati; attraverso la fermezza della nostra fede non dovremmo disperare di nulla nel Signore. Poiché anche noi stessi stiamo considerando molto con quali mezzi il sinodo ecumenico possa essere riunito affinché per volontà di Dio questi movimenti disturbanti possano essere portati a termine. Sopportiamo dunque per un po’, e fortificati dal muro della pazienza speriamo che tutte le cose ci possano essere restituite dall’assistenza del nostro Dio. Inoltre, tutte le cose che dite di aver subito le abbiamo apprese da accurata indagine dai nostri confratelli Vescovi che hanno già trovato rifugio a Roma, sebbene per la maggior parte in tempi diversi, vale a dire, Demetrio, Ciriaco, Eulisio e Palladio, che sono qui con noi.





