TEANDRICO

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Anziano Iosif l’Esicasta: Lettere 13-14

Lettera 13.

LA GRAZIA DI DIO NON DIPENDE DAGLI ANNI …

Ho ricevuto, figlio mio, la tua lettera e do risposta a quanto mi scrivi. Chiedi, dunque, chi dei due riceve la grazia più velocemente, l’esicasta o l’ipotakticòs[1]. Senza dubbio l’obbediente discepolo, il quale riceve la grazia prima, non corre pericolo e non teme né di cadere né di perdersi. Basta solo che non cada nella negligenza. Ma quando dentro l’uomo entra il Cristo, sia che conduca la sua vita di ritiro (dal mondo) da solo o con molti, ha pace dovunque. La grazia di Dio non dipende dagli anni, ma dallo zelo nella lotta e dalla misericordia del Signore. L’esperienza si acquisisce con gli anni tramite la prassi, la grazia invece, per questo è detta grazia cioè dono, è un carisma dipendente da Dio e concesso in rapporto all’ardore della fede, dell’umiltà, e della buona volontà.

Salomone ricevette la grazia a dodici anni. Daniele alla stessa età. David adolescente pascolava le pecore (1 Sam 16,11). Così tutti gli antichi (padri) e i nuovi. Subito, quando l’uomo si converte sinceramente, la grazia si avvicina e con lo zelo aumenta; l’esperienza poi richiede un’ascesi di molti anni. Prima di ogni altra cosa, colui che chiede a Dio la grazia, deve sopportare le tentazioni e le tribolazioni in qualunque modo giungano. Ma se nel momento della tentazione sopporta a malincuore e non mostra sufficiente pazienza, né l’aiuto della grazia giungerà, né la virtù viene portata a perfezione, né è fatto degno del carisma. Se uno ha imparato qual è il dono di Dio, cioè le tribolazioni e in generale quanto ci procurano le tentazioni, costui ha trovato davvero la via di Dio e aspetta che vengano, perché sopportandole tramite esse si purifica, viene illuminato e vede Dio. Dio non si vede in altro modo se non per mezzo di questa scienza. Questa scienza è la contemplazione.

Così, quando ti rendi conto che Dio è vicino a te e tu ti muovi in Dio, che ciò che fai lo vede e fai attenzione a non contristarlo – in quanto dentro e fuori tutto vede – allora non pecchi. Infatti lo vedi, lo ami, e fai attenzione a non rattristarlo, ”perché è alla tua destra” (Sal 109 ,5; cfr. Sal 15,8).

Chiunque allora pecca non vede Dio, ma è cieco.


Lettera 14.

È VERAMENTE GRANDE, IN VERITA’,

IL MISTERO DELL’UBBIDIENZA!

Gioisci nel Signore, figlio del Padre celeste. Mi scrivi, figlio mio, del tuo pensiero contro lo ieronda. Questo pensiero, fanciullo mio, devi temerlo e fuggirlo come un serpente velenoso. In quanto ha una forza terribile nella nostra generazione. Questa è l’arte del maligno. Fa venire pensieri contro lo ieronda, per allontanarti dalla grazia che ti copre e renderti colpevole, per poi tormentarti senza pietà.

Dunque custodisci la mia parola e non permettere mai che si insinui nel tuo cuore un qualsiasi pensiero contro il tuo padre spirituale[2]. Rigettalo subito come serpente velenoso e mortifero. La stessa cosa riguardo al libro di cui mi hai chiesto: anche se si trattasse di essere salvato tramite esso, non prenderlo senza benedizione. Perché, se non la chiedi, ti sarà computato davanti a Dio come un adulterio. A tal punto osserva l’esattezza nelle piccole e grandi cose, cosi che senza la benedizione del tuo padre spirituale né pregherai, né eserciterai la carità, né farai qualche altro giusto bene[3]. Fa’ attenzione che anche Saul, scelto da Dio da tutte le tribù di Israele e da Lui unto re, però, poiché non praticò una perfetta obbedienza verso Samuele e trattenne le cose migliori per il sacrificio, Dio lo stroncò, secondo la parola del profeta: “È meglio l’obbedienza che un sacrificio puro” (Cfr 1 Sam 15, 22).

Veramente è grande, in verità, il mistero dell’obbedienza! Dal momento che il nostro dolce Gesù per primo ha tracciato la via ed è divenuto modello per noi, quanto più noi ci dobbiamo sentire in dovere di imitarlo!

Potessi essere anch’io fra di voi, figlio mio, per esercitare veramente la mia bramata obbedienza.

Poiché ti confesso sinceramente, con ogni forza e piena coscienza, che non esiste un’altra via di salvezza che allontani, come questa, da ogni inganno ed operazione del nemico. Se qualcuno desidera veramente salvarsi e trovare in breve tempo il dolce Gesù, deve praticare l’obbedienza. E deve guardare allo ieronda con un tale amore come se vedesse un’immagine di Cristo[4].

Tieni dunque saldamente ferma l’armatura che hai ricevuto, figlio mio, e lotta con forza; tendi bene le tue frecce verso i nemici, fissati su un bersaglio preciso e poi scaglia il dardo. Questo per non disobbedire mai al tuo ieronda. Perchè, se da te Dio viene rattristato, hai lo ieronda come mediatore che lo supplica per te; ma se rattristi lui, chi dunque renderà propizio per te il Signore[5]?

Lotta, per quanto puoi, onde alleggerire il carico del tuo ieronda, perché tu possa avere sollievo e pazienza nelle tue tribolazioni. Ho conosciuto infatti, per esperienza personale, quanta responsabilità e quanto peso si assume lo ieronda e quanto deve patire per rendere un’anima da indegna a degna e introdurla nel Paradiso, soprattutto se gliene capita una di natura dura. Poiché lo ieronda per ogni anima che si assume, aggiunge al suo collo una pesantissima catena. Ha bisogno veramente di molte preghiere perché il suo peso venga alleggerito. Ha bisogno di molto e genuino amore e non disobbedienza e contraddizione[6]. Ha bisogno che le labbra di coloro che gli sono sottomessi stillino devozione e grazia[7], non fiele e amarezza, dispute e contese. Infatti ogni parola dura che direte contro di lui nel momento della tentazione, siccome proviene dal serpente malvagio, impregna come di veleno l’anima dello ieronda che si appassisce come un fiore colpito dalla grandine. E non può più pregare nemmeno per sé stesso, finché non sia passata la sofferenza. Mentre invece, quando coloro che gli sono sottomessi gli obbediscono in tutto, allora anche lo ieronda corre spedito per la sua strada, si alza in alto, prega con fervore, è illuminato sovrabbondantemente, parla con sapienza, dà consigli esatti, ottiene aumento di grazia e diviene una sorgente che sempre zampilla per versare a ciascuno la divina grazia che riceve dal Signore. Per cui, figlio mio, se vuoi progredire in breve tempo e senza molta fatica, impara ad abbandonare ogni tua opinione personale affinché non si faccia la tua volontà. Il tuo orecchio sia rivolto alla bocca dello ieronda; ciò che ti dice accoglilo come dalla bocca di Dio, fallo senza esitazione e avrai sempre pace. Ricordati sempre che la tua obbedienza o disobbedienza non si ferma allo ieronda, ma sale di corsa a Dio[8].

Non nascondere mai nessun pensiero al tuo ieronda e non falsificare le tue parole mentre ti confessi davanti al Signore. Digli subito i tuoi pensieri e subito il tuo cuore troverà riposo[9]. Spezza il tuo collo sotto il giogo dell’obbedienza (Cfr. Sir 6,24; 7,23; 30,12; 51,26) e unisciti al respiro del tuo ieronda. Appena esce la parola dalla sua bocca, subito impossessati di essa e mettiti le ali per volare e portarla a compimento, senza stare ad esaminare se è bene o male. Fa’ ciecamente e senza (un tuo) discernimento[10] ciò che ti comanda chi ha la responsabilità, affinché tu sia innocente tramite le tue azioni. A colui che comanda verrà chiesto conto se ha comandato bene o male. A te verrà chiesto conto se hai obbedito bene o male. Non è obbedienza solo se compi questo o quel comando che ti è stato dato, ma poi dentro di te hai delle reazioni. L’obbedienza è sottomettere il pensiero della tua anima, per essere liberato dall’uomo vecchio. L’obbedienza è divenire servo, per diventare libero. Compra a poco prezzo la tua libertà. Diventa innocente e pieno di gioia. E non dare ascolto al tuo pensiero che nei momenti difficili ti consiglia di fuggire dal tuo monastero. Sappi bene che colui che non si vuole sottomettere ad uno, si sottomette a molti e alla fine rimane un disobbediente.


[1] Letteralmente “ipotaktikì” (sottomessi). Il monaco che vive sotto il giogo soave dell’obbedienza, in una totale consegna al suo padre spirituale, viene chiamato “ipotaktikòs”, sottomesso, con lo stesso termine che Le 2,51 usa per indicare l’essere di Gesù nei confronti dei suoi genitori a Nazareth.

[2] “Appena il pensiero ti propone di giudicare o condannare il tuo superiore, fuggilo come la fornicazione. Non lasciare mai a questo serpente alcuna libertà d’azione, né luogo, né ingresso, né iniziativa: ma di’ al dragone: ‘O seduttore, non sta a me giudicare il mio superiore, ma lui ha ricevuto (il mandato) di giudicarmi. Non io sono stato stabilito suo giudice, ma lui di me’ (Scala del Paradiso IV,9; cfr. IV,7). “Abbi una fede senza esitazione nel tuo padre spirituale, anche se il mondo intero lo insultasse e lo schernisse, anche se tu stesso lo vedessi coi tuoi occhi in atto di fornicare, non ti scandalizzare e non diminuire la tua tede in lui, in obbedienza a Colui che dice: ‘Non giudicate e non sarete giudicati’ (Lc 6,37)” (Simeone Il Nuovo Teologo, Catechesi, 3 voll., Paris 1965., III, 303-30 7).

[3] “Senza il permesso del tuo padre secondo Dio non fare elemosina con i beni che hai portato, […] è proprio di una fede genuina rimettere tutto alla volontà del padre spirituale come nelle mani di Dio• (Simeone il Nuovo Teologo, Capitoli pratici e teologici, in Filocalia, vol. III, Gribaudi, Torino 1985., n. 16, p. 352).

[4] Simeone il Nuovo Teologo afferma che il suo padre spirituale è “icona della divinità” (eikòna tis Theòtitos). Allo stesso modo il Climaco: “Avevo posto sul mio pastore l’icona di Cristo” (Scala del Paradiso IV, 23). “Chi ha acquistato una limpida fede nel suo padre secondo Dio, vedendolo, pensa di vedere Cristo stesso e, stando con lui e seguendolo, crede fermamente di stare insieme con Cristo e di seguirlo. Un tale uomo non desidererà di conversare con un altro, non preferirà alcuna delle cose del mondo al ricordo e insieme all’amore di lui. Che cosa c’è di più grande nella vita presente e nella futura che essere con Cristo?” (Simeone il Nuovo Teologo, Capitoli pratici e teologici, in Filocalia, vol. III, Gribaudi, Torino 1985, p. 352).

[5] “Non stupirti per quello che sto per dirti, perché ho come avvocato difensore Mosè: è preferibile peccare contro Dio che contro il nostro padre. Infatti se noi facciamo adirare Dio, il nostro maestro può riconciliarci con Lui; ma se facciamo adirare quest’ultimo non abbiamo nessuno che interceda a nostro favore” (Scala del Paradiso IV, 126). E ancora sulla necessità di questo ‘mediatore’: “Quanti desideriamo uscire dall’Egitto e sfuggire al faraone, abbiamo assolutamente, bisogno di un Mosè come mediatore fra noi e Dio e (nostra guida) dopo Dio, il quale, stando tra l’azione e la contemplazione, tenda le mani verso Dio per noi, affinché, da lui condotti, possiamo attraversare il mare dei peccati e mettere in fuga l’Amalek delle passioni. Per questo motivo sono nell’inganno coloro che confidano in sé stessi e pensano di non aver bisogno di alcuno che li guidi (Scala del Paradiso I,14).

[6] “colui che tiene lo sguardo fisso al suo maestro e guida, come a Dio, non può contraddire. ( … ) Chi crede che la sua vita e la sua morte sono nella mano del suo pastore non può mai contraddire. ( …) I demoni si rallegrano con chi contraddice il proprio padre, e gli angeli ammirano colui che si umilia fino alla morte; perché costui compie l’opera di Dio, facendosi simile al Figlio di Dio che ha compiuto l ‘obbedienza al proprio Padre fino alla morte e morte di croce” (Simeone il Nuovo Teologo, Capitoli pratici e teologici, in Filocalia, vol. III, Gribaudi, Torino 1985., pp. 356-357).

[7] Nella vita di s. Sìmonos il Mirovlìfa (XIII sec.), monaco del Monte Athos e fondatore del monastero di Sìmonos Petras, si dice che nutriva una devozione e un amore indescrivibili verso il suo ieronda. A volte mentre lo ieronda riposava gli baciava i piedi o il letto dove dormiva o il luogo dove stava. Ed era solito dire che bisogna amare Dio perché ci ha plasmato facendoci passare dal non essere all’essere, e lo ieronda perché in qualche modo ci ha riplasmato e ha rinnovato l’immagine (divina) della nostra anima infranta dai molti peccati (Vita di s. Sìmonos l’Athonita, Néon Limonàrion, Atene 1873, p. 477). “Non fuggire dalle mani di colui che ti ha offerto al Signore; per tutta la tua vita non venerare nessun altro come lui” (Scala del Paradiso IV, 67).

[8] “È perfetta separazione dal mondo avere ogni sottomissione verso il tuo superiore […] e compiere senza esitazione tutto quanto viene comandato da 1ui, fino alla morte, anche se ti sembrassero cose impossibili, poiché in questo imiti Colui che ha obbedito fino alla morte, e morte di croce” (Simeone il Nuovo Teologo, Capitoli pratici e teologici, in Filocalia, vol. III, Gribaudi, Torino 1985, p. 381).

[9] “Colui che manifesta (al suo padre spirituale) tutti i serpenti (dei suoi cattivi pensieri) mostra chiaramente la sua confidenza (verso di lui); ma colui che li nasconde si smarrisce ben presto in luoghi senza via d’uscita” (Scala del Paradiso IV, 39). I Padri insistono molto sulla confessione quotidiana dei pensieri (Simeone Il Nuovo Teologo, Catechesi, IX, 370; XXVI, 299s).

[10] “L’obbedienza è una rinuncia totale alla propria vita, che viene mostrata chiaramente tramite il corpo. [ …] L’obbedienza è un movimento senza esame preliminare, una morte volontaria, una vita senza curiosità, un pericolo (affrontato) senza preoccupazione [ …] L’obbedienza è la tomba della volontà e la resurrezione dell’umiltà. Un morto non discute né opera un discernimento fra ciò che è buono o ciò che sembra cattivo; infatti colui che ha piamente messo a morte l’anima del discepolo, renderà conto per lui in ogni cosa. L’obbedienza è una rinuncia al discernimento per una pienezza di discernimento” (Scala del Paradiso IV, 4-5). Anche Simeone il Nuovo Teologo parla del monaco come di colui che deve essere “sottomesso fino alla morte e obbediente al suo superiore senza stare a discernere e senza ipocrisia” (Simeone Il Nuovo Teologo, Catechesi, IV, pp. 548-550).

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