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Anziano Iosif l’Esicasta: Lettera 11-12

Lettera 11.

HO TROVATO MOLTI PADRI (CHE ERANO DEDITI) ALLA “PRASSI” E ALLA “CONTEPLAZIONE”

Quando l’amore del nostro Signore infuoca l’anima dell’uomo, non si può contenere in misure, ma passa ogni limite. Per questo genera il timore. Se (quell’uomo) scrive qualcosa o parla, tende a non aver misura. E nello stesso momento (in cui è adombrato) dalla grazia, qualunque cosa dica in rapporto allo splendore fiammeggiante del divino amore, ogni termine che usa nell’esprimersi, è insufficiente. Poi, quando il cuore si restringe e la nube se ne torna alle sue (dimore), allora entra in scena il compasso[1] e cerca un metro (di misura) per discernere. Dunque, uno (solo) è lo scopo per cui sono state dette tutte queste cose che vi ho scritto: riaccendere l’ardore della vostra anima e spingervi allo zelo e al desiderio del nostro dolcissimo Gesù. Come fanno anche i generali con le (loro) truppe quando narrano le imprese dei valorosi; li costringono così a combattere con coraggio. Ma identico è anche lo scopo di quei santi che scrissero e ci lasciarono le (loro) Vite e le loro parole. Allo stesso modo anche l’anima – che Dio ha così creato – se non ascolta spesso siffatte parole elevate e degne di contemplazione, è presa dal sonno e dalla negligenza. Solo con tali cose, con letture, con racconti prodigiosi, caccia la dimenticanza e rinnova la sua costruzione. Io, quando giunsi all’Aghion Oros, ho trovato molti padri (che erano dediti) alla “prassi” e alla “contemplazione”. Uomini vecchi e santi. C’era lo ieronda Callìnico. Eccellente asceta. Recluso per 40 anni. Esercitatosi nel lavoro (della preghiera) del cuore e avendo mangiato il miele dell’amore divino, era divenuto anche di utilità ad altri. Costui aveva gustato il rapimento della mente. Più in basso di lui ce n’era un altro, un certo ieronda Gerasimo. Perfetto esicasta. Proveniva da Chio. Mirabile asceta. Si era esercitato nella preghiera del cuore. Visse novant’anni. Trascorse 17 anni sulla cima del profeta Elia, combattendo con demoni e colpito dai venti; rimase incrollabile colonna di pazienza. Lui aveva le lacrime continue. Reso dolce dalla meditazione di Gesù, portò a compimento la sua vita silenziosa e priva di preoccupazioni.

Più in alto c’era lo ieronda Ignazio. Cieco per molti anni. Guida spirituale per lungo tempo. Anziano di novantacinque anni. Pregava di continuo con la mente e la sua bocca per la preghiera emanava profumo, tanto che si godeva nel parlare vicino alla sua bocca. Ce n’era anche un altro ancora più ammirabile, (nell’eremitaggio) di san Pietro l’athonita, il papà Daniele, imitatore di Arsenio il grande. Silenzioso Perfetto, recluso, liturgo fino alla fine della vita. Per sessant’anni nemmeno un giorno volle lasciare la Divina Liturgia. Durante la grande Quaresima celebrava i Presantificati ogni giorno. Fino all’ultimo giorno, molto avanzato negli anni, terminò (la sua vita terrena) senza malattia. La sua Liturgia durava sempre tre ore e mezzo o quattro, perché non poteva proferire le parti ad alta voce a causa della compunzione; per le lacrime inumidiva sempre la terra che gli stava davanti. Per questo non voleva che nessun ospite rimanesse alla sua Liturgia, perché non vedesse il suo lavoro. Ma io, poiché con molto fervore lo supplicai, fui accolto. Ogni volta che andavo – camminando per tre ore di notte onde poter assistere a quella tremenda (e) veramente divina rappresentazione – mi diceva uno o due detti uscendo dallo ierò, poi subito si nascondeva fino al giorno dopo. Costui, durante l’intera vita, fece veglia per tutta la notte con la preghiera del cuore. Da lui pure io ho preso “la regola di vita” e ne ho ricevuto grandissimo vantaggio. Mangiava 25 dramia di pane al giorno e durante la sua Liturgia stava sempre in piedi. Non terminava la Liturgia senza che il suolo divenisse fango.

C’erano anche molti altri contemplativi, che non fui stimato degno di vedere, in quanto erano morti uno o due anni prima. Mi avevano raccontato le loro mirabili azioni; di esse mi deliziavo. A passo a passo girai per i monti e le grotte per trovare tali (uomini). Il mio ieronda infatti era semplice e buono e, una volta che gli avevo preparato il cibo, mi dava la “benedizione” per poter andare in cerca di siffatte cose, quante erano di giovamento per la mia anima. Dopo averlo sepolto, allora feci la mia ricerca per tutta la montagna dell’Athos. Ce n’era uno in una grotta, il quale ogni giorno doveva piangere sette volte. Questo era il suo lavoro. Pure la notte la passava per intero in lacrime. Il suo cuscino era sempre tutto bagnato. Il monaco che lo serviva, andando da lui due o tre volte al giorno – in quanto non voleva averlo vicino a sé perché non gli interrompesse il lutto gli chiedeva:

Perché, ieronda, piangi tanto?

Quando, figlio mio, l’uomo vede Dio, per l’amore di Lui scorrono le lacrime e non può trattenersi.

Ce n’erano anche di meno anziani, l’abbà Cosmà ed i rimanenti altri, molto avanzati (negli anni), dei quali se si volesse scrivere, occorrerebbe carta in abbondanza. Tutti costoro ora sono morti a questo (mondo) e vivono per l’eternità lassù.[2] Ma oggi non si sente più parlare di siffatte cose. Infatti una preoccupazione e cura materiale tanto grande hanno preso gli uomini e un disprezzo quasi totale della (vita) niptica, che molti non solo non vogliono ricercare, imparare, mettere in pratica queste cose, ma al solo ascoltare qualcuno parlare di esse, subito lo insultano e lo reprimono. Lo ritengono matto e stolto, perché la sua vita non è normale e viene considerato come oggetto di derisione. Diventa una favola di questa epoca idolatrica. Quando poi inveisci contro gli idoli, ti lapidano e ti mettono a morte senza pietà. Ora, ogni passione tiene il posto di un idolo. E, se rimproveri e condanni la passione di cui ti accorgi

che uno è posseduto, subito gridano: “Lapidatelo! Perché ha insultato i nostri déi!”. Io poiché non ricevo alcuno, senza eccezione, né voglio ascoltare cosa fanno il mondo e i monaci qui, sono fatto segno di maldicenza e di condanna. Non cesso giorno e notte di pregare per i padri e di dire che loro hanno tutta la ragione. Io solo sarei ingiusto qualora mi scandalizzassi di essi. Infatti vedono con quegli occhi che Dio ha dato loro. Non sono forse ingiusto e degno di condanna, se dico: “Perché non vedono come vedo io?”. Voglia Dio usare misericordia a noi tutti per le preghiere dei santi Padri portatori di Dio.


Lettera 12.

COSI’ LA MENTE DIVIENE TUTTA LUCE, TUTTA TRASPARENZA

Riguardo alla preghiera di cui mi scrivi, dal momento che lo ieronda ha conoscenza della preghiera, non temere di ingannarti. Tu fa’ come ti dice il tuo ieronda e non ti rattristare se la grazia va e viene, perché in questo modo l’uomo si allena a pensare umilmente e a non insuperbirsi.

All’inizio così fa il lattante. “Guai a te, città, in cui il tuo re è giovane!” (Qo 10,16), dice la divina Scrittura. Guai a te, anima, la cui mente è principiante in queste realtà! La mente, figlio mio, non ce la fa a rimanere ferma in una posizione, soprattutto quella di colui che è debole nelle cose spirituali. Occorre una volta lettura, un’altra volta salmodia, un’altra ancora silenzio. Tacendo l’uomo, la mente ha l’opportunità di occuparsi in differenti brani della Scrittura che ha meditato. Dunque, quando le dai ciò che di buono le piace, si rafforza, come il corpo si riprende con il cibo sano che assume. Quando tuttavia le dai quello con cui tu vieni a contatto, allora invece di essere illuminata si ottenebra. Allo stesso modo quando si stanca, vuole riposo.

Così impara a discernere il bene dal male. Così la mente diventa tutta luce, tutta trasparenza. Vede la purezza dell’anima. Vede le spine. Sopporta le tentazioni. La grazia aumenta. Purifica il corpo dalle passioni. L’anima si rappacifica. E alla fine tutte le cose vengono una dopo l’altra, come una catena con nodi strettamente collegati, e senza fatica, perché le porta (con sé) la perfetta obbedienza. Sta bene a sentire. Colui che pratica una perfetta obbedienza ha nella sua mente una totale assenza di preoccupazione. Dunque la mente è l’economa dell’anima, quella che le trasmette il nutrimento che tu le dai. Allora, quando ha pace e le dai ciò che di buono vuole, essa lo fa scendere nel cuore. Prima di tutto si purifica essa stessa dalle idee preconcette che possedeva nel mondo. Toglie dalla vita la melma delle preoccupazioni, e dicendo la preghiera del cuore fa cessare completamente la distrazione. Allora ti rendi conto che si è purificata. Perché non si muove più nelle cose impure e malvagie che aveva visto o udito nel mondo. Poi costui, tramite la preghiera che entra ed esce dal cuore, rende pura la strada e caccia ogni malizia, vergogna, impurità dalla stessa (mente). La mente infatti attacca battaglia contro le passioni e contro i demoni che la eccitano e che da tanti anni si annidavano in essa, senza che nessuno lo sapesse né li vedesse. Ora però che la mente ha acquistato purezza – la sua antica veste – li vede e come un cane abbaia, latra, combatte contro di loro come signore e custode di tutta la parte intellettuale. Impugnando quale arma il nome Gesù, flagella i nemici, fino a quando non li abbia cacciati tutti fuori, intorno al pericardio; e questi abbaiano come cani selvaggi. La mente poi inizia a pulire il sudiciume e tutta l’immondezza, con le quali (ci) avevano contaminato i demoni con le adesioni che avevamo avute a ciò che c’è di male e di peccato. In seguito fa guerra ai demoni per cacciarli fuori, allontanandoli del tutto, in modo che non diano più nessun fastidio. Lotta con tutta sé stessa per espellere le immondezze che essi incessantemente gettano dentro. Quindi, quale economo, procura nutrimenti adatti per l’illuminazione e la sanità dell’anima. In tutto questo coopera la grazia purificante. Il lottatore è difeso come da un’ombra sotto il riparo dell’obbedienza. È custodito dalla grazia, che ha riportato la sua anima di fronte a Dio. E a poco a poco avviene il cambiamento dell’Altissimo (Sal 76,10). Una volta poi che sono stati cacciati completamente idemoni e che l’interno del cuore è stato purificato, cessa (anche) la contaminazione. La mente viene intronizzata nel cuore come un re e gode come uno sposo assieme alla sposa nel talamo. È trasportata da una gioia santa, pacifica, immacolata. Dice la preghiera senza fatica. Allora la grazia opera liberamente e mostra alla mente le promesse che riceverà come ricompensa, se compirà perfettamente i suoi doveri. Da quel momento, la grazia con la sua venuta spinge (la mente), quieta e tranquilla (com’è), alla contemplazione, secondo la capacità delle sue fondamenta. Dunque prima di tutto c’è il timore di Dio, la fede, la perfetta obbedienza, l’auto-rinnegamento, che portano con sé tutte queste cose; l’uomo giunge così al beato amore e infine alla impassibilità. Che non abbia assolutamente libertà di movimento ilmale nella sua mente, ma che gridi dal profondo: “Ha sete di te, o Dio, la mia anima! Quando verrò e vedrò la tua santa visione?” (Sal 41,2-3). Attende la morte come la più grande gioia. Allora si chiuderanno questi occhi e si apriranno gli altri, così che vedrà tutto e godrà per sempre. Per cui fatti violenza, figlio mio, fatevi violenza nella beata sottomissione, nella quale sono contenuti tutti questi beni, e vivete come un’anima sola in molti corpi. Si riposa così anche lo ieronda e ha il tempo di pregare per voi con tutta la sua anima, con piena gioia ed esultanza. Mentre, quando voi disobbedite e mandate in rovina tutte ·queste cose, allora anche lui, la sua anima, si appesantisce continuamente, si ammala per la tristezza e a poco a poco va verso la morte. Tutto questo l’ho provato per esperienza e ne ho mangiato il frutto che è molto dolce. Io non ho conosciuto un riposo più grande di quello della perfetta obbedienza. Ho sepolto il mio buon vecchio ieronda; ed ho anche trovato l’esichia per mezzo della sua preghiera. Mettetevi dunque al lavoro ora che siete giovani, perché possiate vendemmiare un frutto di impassibilità nella vecchiaia. E non in una vecchiaia avanzata, ma in vent’anni, se vi fate violenza, vedrete ciò che vi dico. Ma se non vi fate violenza, anche se viveste gli anni di Matusalemme (Gn 5,27), non trovereste quelle cose che diciamo. Fatevi dunque violenza ed emulate con zelo lo ieronda e l’un l’altra nel bene. Vedrete una tale immobilità di passioni e pace dell’anima come se foste in Paradiso.


[1] Lo ieronda Iosif usava il compasso nel suo lavoro di scultura, su legno, di croci su cui venivano incise immagini del Cristo e della Vergine.

[2] Fra costoro vi era pure Silvano del Monte Athos, monaco al monastero russo di s. Pandeleìmon. Lo ieronda Iosìf avrebbe desiderato comunicare con lui, ma non sapendo il russo l’unica lingua che Silvano parlava non gli fu possibile, avendo scartato a priori la mediazione di un monaco interprete.

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