TEANDRICO

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Anziano Iosif l’Esicasta: Lettera 8-9

Lettere 8.

NON LE SOPPORTI TUTTE PER AMORE MIO?

Niente altro può essere di aiuto, per assopire l’ira e tutte le passioni, quanto l’amore per Dio e per ogni uomo. Con l’amore facilmente vinci, più che con le altre lotte. Ma anche se sei nella lotta non senti fatica, quando l’amore domina la mente. Per questo l’amore non viene meno (1 Cor 13,8), finché dirigi sempre ad esso il timone dell’anima. Qualsiasi cosa ti accada, gridi questo motto: “Per amore tuo, o dolce amor mio Gesù, sopporto gli insulti, gli obbrobri, le ingiustizie, le fatiche, tutte le tribolazioni, tutto ciò che mi capiterà”. Con questi pensieri, il carico della sofferenza si alleggerisce subito e cessa l’amarezza del demonio.

Credimi in ciò che sto per dirti. Una volta, a causa delle mie continue e terribili tentazioni, mi ero lasciato dominare dalla tristezza e dallo scoraggiamento, e mi difendevo davanti a Dio come uno che subisce un’ingiustizia, in quanto mi lasciava in balla di tante e molte tentazioni, senza porre loro un minimo di freno, da poter prendere un po’ di respiro. E in preda a quell’amarezza udii una voce dentro di me molto dolce e molto pura, piena di suprema compassione: “Non le vuoi sopportare tutte per amore mio?”. A questa voce cominciai a versare tante lacrime che mi pentii, abbandonando lo stato di scoraggiamento da cui mi ero lasciato dominare. Non dimenticherò mai quella voce, tanto dolce, che fece subito scomparire la tentazione e tutto lo scoraggiamento.

– Non le vuoi sopportare tutte per amore mio?

– O amore veramente dolce! Per amore tuo siamo stati crocifissi… e tutto sopportiamo!

Un fratello mi raccontò che una volta era triste a motivo di un altro fratello che aveva consigliato, ma costui aveva disobbedito, ed era molto triste per questo. Pregando fu rapito in estasi. Vede il Signore inchiodato sulla croce, tutto circondato di luce. Alzando la testa, il Cristo si volge a lui e gli dice: “Guarda a me, quanto ho sofferto per amore tuo! Tu che cosa hai sofferto?”. Con questa parola fu dissolta la tristezza, fu riempito di gioia e di pace, e versando molte lacrime si stupiva e si stupisce per la condiscendenza del Signore, il quale permette, si, che abbiamo tribolazioni, ma poi ci consola di nuovo, quando vede che veniamo meno.

Per questo non scoraggiarti, non ti angosciare nelle tribolazioni e nelle tentazioni, ma con l’amore del nostro Gesù sbarazzati dell’ira e dello scoraggiamento. Fa’ coraggio a te stesso dicendo:

“Anima mia non avvilirti! Perché una piccola tribolazione ti purifica da una vecchia malattia. E poi fra poco se ne andrà”. Questa è la verità. Le tentazioni: quanto poca è la pazienza, tanto grandi sembrano le tentazioni. E quanto l’uomo si abitua a sopportarle, tanto diminuiscono e le supera senza

fatica. Diventa forte come una roccia. Dunque, pazienza! Ciò che ora ti sembra difficile da realizzare, quando passeranno molti anni sarà in mano tua e lo possederai come tua proprietà, senza renderti conto da dove ti è venuto. Per questo lavora ora che sei giovane, senza chiederti il “perché” e senza scoraggiarti; quando invecchierai mieterai manipoli di impassibilità.

Sarai preso da stupore: come mai sono cresciute in te spighe cosi belle, dal momento che tu non avevi coltivato nulla! Sei diventato ricco, tu che non eri degno di nulla! Tutte le tue mormorazioni, gli scoraggiamenti e le disobbedienze hanno fatto germogliare siffatti frutti e fiori profumati! Per questo fatti violenza. Se il giusto cade miriadi di volte (Pr 24,16), non perde la sua fiducia, ma si rialza di nuovo, mette insieme nuove forze e il Signore gli inscrive vittorie. Ma le vittorie non gliele mostra, perché non si insuperbisca, gli pone invece le cadute sotto gli occhi così che le veda, soffra e si umili. Poi dopo che ha oltrepassato i vari quartieri nemici e ha ottenuto ovunque vittorie (a lui) nascoste, allora comincia a mostrargli a poco a poco che vince, che consegue corone, che le sue mani palpano qualcosa che precedentemente cercava senza che gli fosse concesso. Così si allena, è messo alla prova ed è reso perfetto, per quanto ne è capace la natura, la mente, il pensiero e il vaso della nostra anima. Per questo sii coraggioso, abbi forza nel Signore e non diminuire il tuo zelo. Ma chiedi, grida incessantemente, sia che ottenga o no.

Lettera 9.

ALLORA IL CREATORE TI HA INFUSO E TI HA DATO UNO SPIRITO DI VITA…

La grazia è, per dirla più chiaramente, un dono piccolo o grande della sconfinata divina ricchezza, che Egli, il buono, distribuisce nella sua bontà senza limiti. Poi accoglie quanto noi gli restituiamo in rendimento di grazie, cioè la conoscenza di Dio, dalla quale scaturisce lo stupore l’amore, il culto, l’inno, la lode.

L’elargitore buono ricevendo tutto questo, di nuovo ci ricompensa con le stesse cose (facendole scaturire) dalle medesime, “i tuoi (doni provenienti) dai tuoi (doni)”[1]. Dalla propria ricchezza attinge per distribuirne, e noi che siamo poveri, ciechi e zoppi da Lui siamo arricchiti; tuttavia questa stessa ricchezza permane in Lui; non subisce privazioni né ha di troppo. O portento inimmaginabile! Tutti arricchisce! Migliaia di migliaia e miriadi di miriadi si sono arricchiti e sono divenuti santi, ma in Dio permane la medesima ricchezza. Per cui sappi per prima cosa, figlio mio che ogni bene ha il suo principio in Dio. Non esiste un pensiero buono che non sia da Dio, né un pensiero cattivo che non sia dal diavolo. Quello, dunque, che di buono pensi, dici o fai, tutto è dono di Dio. “Ogni dono perfetto discende dall’alto” (Gc 1,17). Tutto è dono di Dio; di nostro non abbiamo nulla. Chiunque, allora, desidera e chiede di ottenere la grazia, di riceverla gratuitamente da Dio, deve conoscere bene prima di tutto il suo essere, il “conosci te stesso”. Questa è realmente la verità. Poiché ogni cosa ha un principio. E se non impari a conoscere il principio, non ne seguirà nessun bene per te alla fine.

Principio e verità, dunque, è che ciascuno conosca che è un nulla – zero – e che dal nulla tutte le cose sono state prodotte. “Disse e furono fatte; comandò e furono create” (Sal 148,5). Disse e fu fatta la terra. Prendendo del fango plasmò l’uomo. Senza anima, senza mente, un uomo di fango. Questo è l’essere che ti è proprio. Questo siamo tutti noi. Terra e fango. Questa è la prima lezione per colui che vuole ricevere, ma anche che rimanga sempre vicino a lui la grazia. Da questa acquisisce la conoscenza e da questa è generata l’umiltà. Non con parole vuote, non con discorsi sull’umiltà, ma che dica la verità fondandosi su una solida base: sono terra, sono argilla, sono fango. Questa è la nostra prima madre. Dunque la terra viene calpestata, e tu come terra devi essere calpestato. Sei fango, non hai nessun valore, sei buttato qui e là, sei usato per fare delle costruzioni e sei rimaneggiato per questo o quell’uso come materia inutile.

Allora, il Creatore ti ha infuso e ti ha dato uno spirito di vita (Gn 2,7). Ecco sei divenuto subito un uomo razionale. Parli, lavori, scrivi, insegni, sei divenuto uno strumento di Dio. Però non dimenticare che la tua radice è la terra. E se riprende lo spirito Colui che te lo ha dato, tu di nuovo costruirai per aria. Per questo “ricordati della tua fine e non peccherai mai” (Sir 7,36).

È questa la prima causa, che non solo attira la grazia, ma anche la accresce e la conserva. Essa fa salire la mente alla primitiva contemplazione della natura. Senza questo principi0, (la mente) può trovare qualcosa, ma dopo un po’ di tempo lo perderà. Perché non edifica su una superficie solida, ma tenta con modi e tecnica umana. Dici per esempio: “Sono peccatore!”, ma dentro ti ritieni giusto. (In questo modo) non puoi sfuggire all’inganno. La grazia vuole una dimora stabile, ma poiché ancora non hai trovato di fatto la verità, deve necessariamente andarsene. Infatti, senza dubbio, crederesti nel tuo pensiero che sei ciò che non sei e incorreresti certamente in un inganno. Ed è per questo che la grazia non permane. Abbiamo un avversario, che è un potente uomo di mestiere, è un inventore di mali e artefice di ogni inganno. Che veglia al nostro calcagno (Gn 3,15). Che da luce qual era divenne tenebra e conosce tutto. Che è nemico di Dio e tenta di farci tutti suoi nemici. E infine è uno spirito maligno e facilmente si frammischia allo spirito che ci ha donato Dio; si impadronisce dei nostri piccoli meccanismi e li aziona come vuole. Osserva bene dove inclina l’appetito dell’anima e in che modo Dio la aiuta, e subito agisce anche lui in modo simile (per poterla ingannare). Poiché ci sono lotte che l’uomo conosce ed evita. Ma ce ne sono altre che non conosce; è una lotta spirituale che non è facile da discernere. Sono cambiamenti dell’anima, movimenti del pensiero, debolezze e mutamenti del corpo. Il Creatore, che plasmò l’argilla, ne trasse la sua consistenza dai quattro elementi: secco, umido, caldo e freddo. Da ciò deriva necessariamente che ad ogni momento l’uomo soffre in rapporto al cambiamento di ciascun elemento. Cioè deve subire l’azione del secco, dell’umido, del caldo e del freddo. E, se le proprietà di un elemento sono in eccedenza, il corpo senz’altro si ammala. Di conseguenza ne soffre pure l’anima. La mente non può mettere in azione i suoi movimenti intelligenti, in quanto zoppica assieme al corpo.

Il corpo si secca per il caldo del sole? Si secca pure la mente. Se piove, il corpo si inumidisce e si lascia andare? Si lascia andare pure la mente. Si raffredda, se tira vento, il corpo? La bile aumenta abbondantemente, si ottenebra anche la mente e trionfano solo le fantasie. In tutti questi cambiamenti, dunque, anche se la grazia esiste, non opera tuttavia, in quanto gli organi si sono ammalati; ma il nostro nemico, il diavolo, sa come deve combattere a seconda del cambiamento. Perché nel momento in cui sei influenzato dal secco ti indurisce in modo che diventi pietra, che disobbedisca, che contraddica.

Nel freddo sa raffreddarti nello zelo, in modo che divieni freddo e gelido nelle cose divine. Nel caldo fa in modo che tu ti adiri e ti agiti così da non lasciarti discernere ciò che è vero. In quanto, come abbiamo detto, il sangue abbonda e con il caldo mette in moto il desiderio – è la parte passionale – e l’ira. Nell’umido poi ti procura sonnolenza, fiacchezza, rilassamento e paralisi di tutto il corpo.

In tutte queste cose dunque il corpo soffre, soffre con esso pure l’anima, anche se spiritualmente, non avendo un corpo. Similmente accade per la grazia. Quando si accosta all’uomo, non ne muta la natura, ma riempie e ricolma, o viceversa riduce e svuota – secondo la capacità di ciascuno quelle stesse proprietà naturali e buone qualità di cui è dotata la natura. Come dunque l’atto del plasmare precede

l’infusione (dello spirito di vita), così la prassi deve precedere la contemplazione. E per “prassi” si intende quanto viene compiuto tramite il corpo, per “contemplazione” invece quanto opera il pensiero spiritualmente. È impossibile che tu possa giungere alla contemplazione senza prassi. Lotta dunque ora in ciò che la prassi richiede e le realtà più elevate verranno da sole. Ecco! Hai imparato che sei argilla, povero e nudo. Ora chiedi a Colui che può riplasmare la natura di essere arricchito. Sia che ti doni molto o poco, sii riconoscente verso il tuo benefattore. Non appropriarti delle cose altrui come se fossero tue. Chiedendo con sofferenza e lacrime otterrai la

grazia. E di nuovo, con lacrime. di gioia e di ringraziamento e col timore di Dio, la custodirai. Con ardore e zelo la si attira a sé, con la freddezza e la noncuranza la si perde.

Il Cristo non ti chiede di più per elargirti i suoi santi doni; solo che tu riconosca che, qualsiasi bene tu abbia, è suo. E che abbia compassione di colui che non ha. Che non lo giudichi perché non ha, perché è peccatore, perché è malvagio o perverso, ciarlone, ladro, adultero e mentitore. Se acquisisci tale coscienza, non riuscirai mai a giudicare nessun uomo, anche se lo vedessi peccare mortalmente. Poiché ti affretti a dire: “Non ha la tua grazia, o Cristo mio, per questo pecca. Se essa se ne andasse da me farei di peggio. Se sto in piedi, sto in piedi perché tu mi porti”. Il fratello per quanto vede, tanto fa. È cieco. Come vuoi che veda senza occhi? È povero. Perché pretendi che sia ricco? Dagli la ricchezza perché la possieda. Dagli gli occhi perché ci veda. Se cerchi il (tuo) diritto per qualsiasi cosa in cui il tuo prossimo ti reca ingiustizia o ti disonora o ti insulta o ti colpisce o ti perseguita o attenta alla tua vita, tu sarai sempre trovato ingiusto, se lo consideri colpevole o lo condanni. In quanto pretendi da lui ciò che Dio non gli ha dato. Se capisci bene quanto ti dico, tutti per te saranno senza responsabilità, qualsiasi peccato commettano e solo tu sarai responsabile. Perché tre nemici fanno guerra al genere umano: i demoni, la nostra natura e l’abitudine. All’infuori di queste, altre guerre non esistono. Se dunque togli il demonio, che tiranneggia tutta l’umanità, allora saremo tutti buoni. Ecco a chi devi attribuire la colpa. Lui devi odiare, condannare e fino alla fine averlo come nemico.

L’altro abbiamo detto che è la natura, la quale, dal momento in cui l’uomo ha l’uso della ragione, si pone in opposizione alla legge dello spirito e vuole ciò che contribuisce a distruggere l’anima. Ecco anche l’altro nemico che è degno di odio per tutta la vita. Lui devi condannare, insultare e accusare. C’è ancora il terzo nemico, l’abitudine; la quale, quando noi ci assuefacciamo a compiere ogni specie di male, diviene in noi costume, prende il posto di una seconda natura e possiede in sé, come legge, il peccato. Occorre allo stesso modo un’identica lotta per esserne liberati ed operare un buon cambiamento. Ecco dunque il terzo nemico, che è degno di odio totale. Se vuoi dunque che il tuo prossimo sia buono in

tutto, come desideri, allontana da lui questi tre nemici per mezzo della grazia che hai ricevuto. Questo è il diritto, se vuoi averlo: pregare Dio perché lo liberi da tali nemici. Allora godrete di una piena sinfonia. Ma se cerchi di avere ragione altrimenti, sarai sempre ingiusto, e di conseguenza è necessità che la grazia vada e venga, fino a quando non trovi riposo nella tua anima. Perché l’uomo ha il diritto di avere tanta grazia in sé stesso, quanta tentazione sopporta volentieri, quanto peso del prossimo porta senza mormorare. Dunque le precedenti lettere che ti ho mandato, contengono la “prassi”. Questa che ho scritto ora contiene l’illuminazione. Dalla prassi l’uomo riceve illuminazione di conoscenza. Perché la prassi è cieca, l’illuminazione invece sono gli occhi, tramite i quali la mente vede quello che prima non vedeva.

Ora dunque ha una lucerna e occhi e vede diversamente la realtà. Prima c’era la grazia della prassi, ma ora ha ricevuto una grazia dieci volte tanto. Ora la mente è divenuta cielo. Vede lontano. Ha una capacità che supera la precedente. Ora gli manca la contemplazione. Ha trovato il trono, come re, e gli manca l’oggetto della visione, sul quale parleremo un’altra volta. Tu poi ricopia le lettere con inchiostro perché non si cancellino – in quanto sono scritte con la matita – e possa meditarle e così correggere la tua condotta di vita.


[1] Dalla “Divina Liturgia” di s. Giovanni Crisostomo. Acclamazione che il sacerdote canta alla consacrazione immediatamente prima dell’epiclesi: “I tuoi (doni provenienti) dai tuoi (doni) a te offriamo in tutto e per tutto”.

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